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Cartoline non spedite #98 Diario di chissà

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Oggi la cartolina non ha un o una protagonista con nome e cognome, chi l'ha scritta ha voluto mantenere l'anonimato, e potrebbe essere stata scritta in qualsiasi luogo dell'Italia, dell'Europa o del mondo, purché questo significhi essere circondati da una folla di esseri umani che non rinuncia al sacrosanto diritto alla "libertà". Una riflessione filosofica, antropologica su quello che significa poi in fondo libertà. E con questa si conclude la serie dedicata alla vita dopo la quarantena.
Dalla prossima settimana ritorneranno ad esserci i miei pensieri sparsi (reali o fittizi), per tutti coloro che vorranno leggerli. Al prossimo martedì!

by Denise Colletta
Copyright foto Donatello Corona

Metto i piedi uno davanti all'altro, uno davanti all'altro, meccanicamente, sui sanpietrini di un centro storico che può essere quello di una qualsiasi città italiana o europea. Mi blocco. La differenza che intercorre tra l'idea che abbiamo del mondo e ciò che il mondo è effettivamente, può essere sottile, stretta quanto una viuzza piena di negozi, se poi ci aggiungiamo calca, confusione e frenesia, il paragone è più che azzeccato. A volte l'unico modo per provare a sbrogliare la matassa e capire qualcosa di più del mondo nel quale viviamo è prendere coraggio, fare un bel respiro e tuffarsi in uno dei luoghi più affollati possibili. Prima di fare questo, badate bene, servirebbe un minimo di preparazione teorica, quella che basta a sviluppare un proprio pensiero critico su noi stessi e sul mondo, possibilmente dopo aver studiato e letto dei testi che quella matassa provano a sbrogliarla in maniera accurata, altrimenti si finisce per ritrovarsi in una manifestazione che nega l'esistenza di virus conclamati, che urla contro il complotto delle connessioni internet, strumento del "Grande Fratello" di Orwelliana memoria, di cui però ci si serve per postare su Facebook la diretta dell'evento, ah i grandi paradossi della modernità.

Ecco allora che il luogo affollato di gente diventa una dimensione all'interno della quale sbirciare per capire in che direzione andremo; non è poi così complesso, ma se ci si astrae dal contesto, si diventa osservatori, ed ecco che tutti quelli che mi circondano, improvvisamente diventano un fenomeno da osservare. Sono altro da me, ma sono anche parte di me. In qualche modo, la loro vita è connessa alla mia, e mai come in questo periodo, un virus è stato capace di farmene rendere conto. Questa smania di vita, che freneticamente coinvolge tutti, emerge prepotentemente in mezzo alla strada, tra i negozi, i ristorantini e i locali per bere. Questo ho osservato. La stessa smania che per giorni e giorni è stata tenuta al guinzaglio durante l'ormai nota quarantena, o lockdown per sentirci più internazionali.

Dopo questo periodo di arresti domiciliari, abbiamo capito una cosa molto importante: per secoli, pensatori, scienziati e scrittori hanno cercato di dare un significato alla parola libertà, ma io me la sono ritrovata davanti. Ho capito, o meglio, osservando gli atteggiamenti degli altri, ho capito che la libertà è andare dove si vuole quando lo si vuole, niente di più. Il che per me è abbastanza riduttivo. Ma è così, il resto non conta, l'autodeterminazione è diventata solo quella di spostare fisicamente il proprio corpo da un luogo che chiamiamo casa ad un altro di svago, il lavoro e lo studio sono coercizioni, si percepiscono come tali, mentre uscire e andare "in giro" pare sia l'unica cosa libera che ci resta da fare. Ma come farne una colpa d'altronde, qualcuno ci ha mai spiegato che cosa è la libertà? No. Ecco perché la vera libertà l'abbiamo sprecata, accartocciata, e gettata nel cestino; mi riferisco alla libertà di stare con noi stessi, l'unica che abbiamo davvero, il resto è solo frutto di un compromesso tra le contingenze fisiche, sociali e morali che ci attanagliano. E questo emerge in gran misura dal fatto che sembriamo voler scappare il più lontano possibile da noi stessi, e quando poi siamo costretti per forze di causa maggiore a trovarci di fronte a noi senza possibilità di fuga, ecco che ci sentiamo in prigione. Come ci si comporta in una prigione? La si accetta o si cerca di fuggire da essa, a quanto pare la seconda opzione è stata di maggior presa, non è stato infatti l'egoismo a generare la disobbedienza allo stato di quarantena, né lo è stato quando una volta terminato quel periodo si è fatto poco uso del buon senso per limitare situazioni pericolose e non realmente necessarie, è stata la paura. La paura di restare soli ed avere a che fare di nuovo con noi stessi, senza la possibilità di visualizzare e non rispondere. Qualcuno poi (molto ottimista, devo dire), si aspettava un cambiamento drastico nell'umanità, come se di colpo ci si risvegliasse da un lungo sonno; questo però non è avvenuto, ma perché? Perché abbiamo evitato il confronto con noi stessi, abbiamo preferito disperderci nella moltitudine, per deresponsabilizzarci e credere che nella massa saremmo diventati così piccoli che nessuno avrebbe badato a noi. Lo fanno tutti, lo posso fare anche io. Ma se non ci confrontiamo con la nostra parte più intima, che la si chiami coscienza, anima o come preferite, non c'è mai possibilità di crescita, se lo stimolo che ci spinge al cambiamento viene dall'esterno, rischia di essere percepito come coercizione, ma se viene dal nostro Io, allora sarà inizio di cambiamento vero. Ecco avendo accuratamente evitato tutto ciò, nulla è cambiato, con buona pace di chi credeva in un miracolo.

Questo stream of consciousness che mi astrae dalla realtà, si interrompe bruscamente, perché il mio corpo fisico si trova ancora su una delle vie più congestionate da quell'animale che chiamiamo folla, e che in qualche modo proprio non riesce a contenere la propria smania, anzi me la sbatte in faccia, nella fattispecie attraverso la mano di una signora, la quale indicando chissà cosa, mi colpisce in pieno volto. Ahia! Ma che diamine, spero almeno che abbia le mani pulite.

L'ennesima prova, per chi crede nei segni del destino, che non è facile sfuggire al mondo; questo ritorno alla "realtà" mi ricorda che in qualche modo anche io ne faccio parte e per quanto cerchi di osservarlo dall'esterno, non lascia scampo, trova sempre un modo per ricordarti che non sei lì soltanto per osservare il suo incessante scorrere, anche se non ho mai avuto una particolare voglia di bagnarmi due volte nello stesso fiume, e stando ad Eraclito, neanche potrei. Così prendo coraggio, faccio un bel respiro, metto alle spalle il bandolo della matassa che provavo a sbrogliare, e mi rendo conto che in fondo quell'animale che chiamiamo folla ha sempre ragione, e mi ha appena dato uno schiaffo per farmi smettere di pensare. 

Cartoline non spedite #99 Ritornare
Cartoline non spedite #97 Diario di Francesca

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