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Il protagonista di oggi è Tristan Martins, un ragazzo francese di 22 anni. Ha concluso la sua triennale in Lingue per il commercio internazionale (inglese e portoghese), trascorrendo il suo ultimo anno in Italia per l'erasmus decisamente sfortunato, in piena pandemia. Ora ha intrapreso il percorso di formazione per le professioni alberghiere e all'interno della ristorazione, vuole infatti diventare uno chef stellato. Nel frattempo si esercita all'interno della cucina di una hamburgeria a Strasburgo, in Francia. Ci racconta di quanto anche i francesi siano insofferenti a seguire le pochissime regole che servono a salvaguardare la salute altrui. Buona lettura!

In Francia, il virus fa più o meno paura ai francesi. Pensano di poterlo combattere con grandi discorsi, così come abbiamo combattuto il terrorismo diversi anni fa, stesso modo. Nonostante tutto, la maggior parte delle persone rispettano le direttive messe in atto.

A Strasburgo, ex grande focolaio del virus, la gente è cauta anche se ci sono ancora alcuni burloni che non prendono precauzioni. Come ovunque in Europa, fa caldo, è estate, il che significa sole, vacanze e follia. Ma non per tutti! E sì, ci sono anche quelli che lavorano. Come ogni estate, per me è tempo di passare la stagione a lavorare, e l'unico bagno che farò sarà quello di sudore e studio, prima dell'inizio del nuovo anno universitario, soprattutto dopo un periodo di soggiorno in Italia sotto il segno dell'Erasmus.

Fedele a me stesso e alle mie passioni, torno a lavorare nella ristorazione. Ho scelto un piccolo ristorante locale che serve hamburger freschi. Il mio posto è in cucina (in effetti non c'è nient'altro, e sebbene ogni tanto mi ritrovi a prendere le ordinazioni, non sono un cameriere perché non hanno servizio al tavolo). Sotto un piacevolissimo calore prodotto dalla friggitrice e dalle varie griglie, si continua a sorridere, e da poco è diventato necessario riuscire a sorridere anche dietro le mascherine. Recentemente, il governo francese ha introdotto l'obbligo di indossare una mascherina nei luoghi pubblici chiusi, quindi non solo noi dipendenti. Per una volta condividiamo un po' l'onere, e non parlo del fardello di trattare con i clienti, ma del dispositivo di protezione. Tra i corrieri e i clienti che vengono di continuo, cerco di non perdere la pazienza, ripetendo in continuazione come si fa con i bambini, che bisogna "mettersi la maschera, per favore".
La prima sera in cui l'obbligo di metterla è entrato in vigore, ci siamo divertiti, si sa, i ristoratori vedono i clienti un po' come delle persone semplici, non dotate di troppa intelligenza. A volte questo non è del tutto sbagliato, quando, ad esempio, mi si è avvicinato un uomo con la mascherina abbassata sul mento, che mi ha detto: "No ma stai esagerando, io indosso la maschera comunque". Episodi del genere, oltre a rafforzare il mio pensiero sui clienti, mi fanno perdere anche la fiducia nell'umanità.
Di recente abbiamo avuto un'ondata di caldo veramente afoso, ed è stata dura per i ristoratori, 50 gradi nella cucina, e una sera mi stavo sciogliendo, letteralmente. Devo aver perso i 3 litri d'acqua che avevo appena bevuto. I poveri clienti piangevano perché le loro bevande non erano abbastanza fredde ed era difficile indossare la mascherina per 5 minuti contati, il tempo dell'ordinazione. Fortunatamente per loro quella sera stavo cucinando, ma avrei lanciato una spatola da barbecue dritta in faccia se avessi perso la pazienza (cosa che non è successa, fortunatamente).
Penso che quella lì sia stata ovviamente la serata "più facile" della settimana, tra una corsa enorme, clienti maleducati "a causa del caldo" e una squadra in cucina poco motivata e molto provata, a causa dei 50 gradi.

Ma si sa, tutti abbiamo bisogno di un po' di soldi, e quindi accettiamo tutto: calore, mascherine infuocate e persino gente idiota.