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Cartoline non spedite #93 Diario di Angela

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Ho deciso di iniziare questo mio racconto dei mesi di lockdown proprio dal momento che ha svegliato tutti gli italiani, il caso del "paziente 1 di Codogno" e la paura generale di tutto il paese per quel covid che prima credevamo lontano da noi. Era fine febbraio e coincidenze o no io avevo ricevuto esattamente in quella settimana una chiamata lavorativa, letteralmente insperata, proprio in Lombardia. Chiamata rifiutata per lo scarso preavviso e soprattutto perché i contro superavano i pro. Quel mio rifiuto si è rivelato salutare per una ragazza ansiosa, insicura, germofobica e che soffre la distanza da casa. Nei mesi di lockdown passati nella mia città natale Reggio Calabria, più volte parlando con mia madre abbiamo provato a immaginare "cosa sarebbe successo se", se mi fossi trovata da sola a Milano senza sapere cosa fare e alla fine sia io che mia madre ci ritroviamo a ringraziare di aver scelto di rimanere in Calabria, in un periodo storico triste per la mia terra in cui nessuno esita più per questioni di studio o lavoro, ad andare via senza guardarsi indietro. Se devo essere sincera devo dire che il mio lockdown non è stato poi così diverso dai mesi precedenti alla chiusura. Uscivo già pochissimo e letteralmente solo per commissioni, quando a gennaio arrivavano le prime notizie dalla Cina, come detto sopra, da germofobica, cominciavo a fidarmi poco di tutto e ad aggrapparmi alle mie certezze, considerate strambe dalla mia stessa famiglia (usare spesso salviette multiuso, lavarsi le mani spesso e accuratamente.. E non per via del tutorial fatto dalla Carmelita D'urso in tutti i suoi programmi). All'inizio ero tranquilla, tanto era solo una versione amplificata della mia solitudine, delle mie giornate. Dovevo solo condividere più tempo con la mia famiglia, totalmente il mio opposto nell'affrontare l'idea di non poter uscire tutti i giorni. Anche qui è arrivata la ricerca spasmodica di amuchina e lievito, la combo più strana mai vista. Per un paio di giorni anche io e mia madre ci siamo divertite a passare dai pancakes al pane a tutti i tipi di torte possibili per tornare poi alla mia preferita, la torta di mele. Per fortuna non abbiamo mai ceduto al "balcone come palco" con ogni canzone possibile tirata fuori (mancava solo qualche hit di Paolo meneguzzi e il quadro del delirio collettivo era completo eheh), anche se, ad onor del vero, i momenti dell'applauso o dell'inno d'Italia, mi commuovevano ogni volta. Non dimenticherò mai le lacrime dei miei genitori e la paura che tutti abbiamo vissuto vedendo le tristi immagini da Bergamo, l'immagine suggestiva di Papa Francesco che celebra la Via Crucis in una piazza San Pietro deserta, con le sirene delle ambulanze in sottofondo. Sì, quelle lacrime non potrò dimenticarle. La paura diffusa che i miei genitori potessero ammalarsi e non farcela. Non sono una persona religiosa, non credo, eppure mi sono ritrovata a pregare per tutte le persone anziane sole, e per i miei genitori. Tutti i giorni mi ripetevo la stessa cosa, mi dava coraggio. Ho provato a tenere la mente occupata non solo recuperando più film possibili, ma impegnandomi a a scrivere una sorta di diario di ogni giorno, anche solo per vedere i mutamenti del mio stato d'animo, man mano che passavano i giorni, le settimane e l'incertezza del futuro aumentava. Qualcosa che risuona ancora nella mia mente è il silenzio dei primi giorni di marzo, la sensazione assurda di essere rimasti soli in una città deserta. La mia prima uscita è stata a fase 2 inoltrata, a fine maggio, mi sembrava di essere dentro una bolla e allo stesso tempo di essermi appena svegliata da anni di sonno. Al supermercato ci osservavamo tutti impauriti, con le nostre mascherine tutte uguali, intenti a mantenere le distanze. Ho provato una profonda malinconia che non avevo mai sentito prima, ho rimpianto i momenti sprecati da sola quando si poteva uscire tranquillamente tra amici. In quei momenti ho fatto promesse a me stessa che so già non manterrò, ma chi mi conosce davvero sa che la cosa che più mi è mancata in questi mesi è stato poter andare al cinema, la magia della sala, perdersi nelle emozioni di un film. Niente è riuscito a colmare questo vuoto e sono ancora qui ad aspettare che i cinema riaprano in sicurezza. La mia estate in "era covid" è rimasta la stessa degli altri anni: poco, quasi zero, mare; uscite centellinate; molti film a casa; molti momenti con i miei genitori e i soliti attimi di sconforto pensando al futuro. Eppure amo ogni giorno di più le piccole, semplici cose, come un giorno di sole a spasso, con mascherina ovviamente, sul lungomare per il mio compleanno a giugno. Ho realizzato che non potrei mai stare troppo lontana dalla mia città di mare. Nel frattempo, cerco di essere grata per questo e ogni piccolo e semplice momento che mi accadrà in questo strano 2020.  

Cartoline non spedite #94 Diario di Tristan
Cartoline non spedite #95 Diario di Gianluca

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