Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #73 Living in a fishbowl

 

Una finestra, dei balconi vuoti. Le città non sono tutte uguali, e neanche tutti i paesi. C’è chi si è abituato sin da piccolo, lo sa, è così. La controra tipica del sud è diventata la realtà delle metropoli. Un lento e silenzioso compagno di vita, il silenzio. La calura estiva che ti si incolla sulle ossa, insieme all’umidità dello scirocco afoso e asfissiante. Una sensazione che ho adorato da che ne ho memoria. Il freddo proprio non lo so gestire, non lo bramo né lo rimpiango quando non c’è, come nel più classico dei comportamenti umani. Ammetto di non essere la regola, ne ho coscienza, e questo mi ha recato non pochi sommosse all’anima.

Che strana la vita, eh.

Il mondo virtuale, che ancora molti guardano con sospetto perché lo considerano un luogo di rapporti irreali e non altrettanto validi, ora diventa più che mai canale di scambio, compagnia, vicinanza, non solo con chi è effettivamente lontano, ma anche con chi lo è adesso per forza di cose.

Che strana la vita, eh.

Un po’ come pensare al “primo film della storia del cinema”, L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, dei fratelli Lumière a fine Ottocento. Pare che, secondo alcuni aneddoti, vari spettatori presenti in sala, appena videro il treno avvicinarsi, proiettato sul grande telo bianco, si alzarono improvvisamente dalle sedie per scappare fuori dalla sala. Impensabile, oggi. Una vita senza film e senza finzione è quanto di più lontano si possa immaginare in questo momento. Ci siamo ritrovati tutti concorrenti di un Grande fratello globale, solo che ora è più palese. O meglio, più stringente, e in palio non c’è né un primo premio, né la popolarità. Va bene lo stesso se si vince la vita? (Magari non necessariamente la nostra, ma quella di chi potremmo inconsapevolmente ledere). Forse non fa più ridere. Strano, le cose ci toccano da vicino e non fanno più ridere.

Leggo molte richieste di consigli su cosa fare in casa, qualcuno anche più che disperato. Questa socialità smaniosa di raggiungersi dimostra come molti rapporti siano conditi con la fretta, l’esasperante bisogno di tenersi ‘sotto controllo’, di cercare contatti in preda alla noia. È buffo. Non ho mai cercato nessuno per noia. Se mi ami, non scrivermi mai mentre ti annoi. Cercami quando tutto questo sarà finito e ti starai divertendo come un matto. Se ti vengo in mente in quel momento, allora cercami. Saprò che mi vuoi bene per davvero.
Si rischia realmente di perdere le persone se non ci si vede (o sente) per un po’? E perché mai accade questo? Forse dovreste rivedere le vostre relazioni, potreste accorgervi di averle probabilmente sopravvalutate.
No, non sto chiamando spasmodicamente i miei amici e le mie amiche. Avevo una vita con degli interessi personali prima di tutto questo, e la continuo ad avere. Scrivo il giusto, come avrei fatto anche in una condizione di normalità. Eppure proprio chi era così diffidente verso il mondo virtuale ora ci sta sguazzando dentro a più non posso. È tutto molto bello, questo vostro cercarvi in continuazione, ma è anche tutto molto non spontaneo. È tutto molto triste se questi rapporti derivano solo da un timore che qualcosa sfugga, che si rimanga indietro, che se quella persona non la si vede su skype il rapporto finisca. Begli amici. Begli amici del cazzo.

Probabilmente ci sono alcune persone che si sentono più sole in questo momento. Beh, non ci sono gli eventi a cui partecipare, dove tenere in mano un bicchiere e far finta di ascoltare quello che l’altro sta dicendo, per poi raccontare subito dopo quel fatto imperdibile che è successo a noi. Ecco, forse parlare di noi non basta, evidentemente. Essere noi non basta (se questo presuppone essere delle persone vuote e sterili, senza offrire nulla all’altro se non il vomito dei propri problemi). Evidentemente.

Abbiamo sempre parlato di questo e quello.
Ora è tutta una straziante dicotomia tra qui dentro e là fuori.

La differenza, per una buona volta,  fatela dentro. Ma dentro di voi, che fuori son bravi tutti.

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09 April 2020

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