Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #69 Lettere d'amore

 

Tra i vari effetti collaterali dell'imminente e improcrastinabile ciclo c'è il peggiore di tutti: l'emotività. Aspettare il ciclo mi rende emotiva. È anche più sottile della meteoropatia. Sono appena andata a cercarne l'etimologia. Sono fissatissima con le etimologie, quasi maniacale. Ti dicono un sacco di cose che nemmeno immagineresti mai. Un giorno mi sono intestardita a trovarla di “caramella”. Non ho avuto fortuna, ritenterò allo stesso modo patologico prossimamente. Vabbè, insomma, è un significato nel significato.  E’ il nocciolo di tutto. È lo stoppino della candela. Insomma, si è capito no? Bene, dicevo, sono appena andata a cercare l'etimologia di “metereopatia”, ed eccola qui:  dal greco μετέωρον (meteoron, cosa che è, che avviene in alto) e πάθος (pathos, passione, malattia). Quindi, peggio ancora del “tempo” (atmosferisco, ovviamente). Perché tanto anche se c'è un sole che spacca le pietre 40° all'ombra, magari lassù, in alto, si sta preparando qualcosa di nuovo. Ma l'emotività, signori miei, è una vecchia zoccola (leggi come z sorda) che tende agguati da ogni dove. Basta un minimo, una sciocchezza, una zanzara che ti succhia il sangue dalla chiappa e non dal polso, e le intere leggi universali fisiche sono capovolte. BOOOM. E allora riaffiorano ricordi, così, all’improvviso.

Scrivevo lettere. Di notte. 19 anni ancora da compiere. Qualcuno mi chiese, prima di sparire per le scale: sono lettere d'amore? Ed io risposi: no, accennando una risata. “Nessuno scrive più lettere d'amore, figurati se inizio io”. Almeno, non mi sembrava lo fossero. Era un periodo in cui non dormivo. Arrivava mezzanotte e qualsiasi accenno di torpore si dileguava dal mio corpo. Sveglia come un grillo. Avevo molti sensi di colpa, per tante ragioni. Mi chiedevo il perché e il percome delle mie scelte, delle scelte degli altri, non mi ero ancora arresa al fatto che fossero semplicemente quello che oggi posso dire siano: scelte. E basta. Senza starci a filosofeggiare troppo sopra. M'è costato arrivarci. Ma ci sono arrivata. Scrivevo lettere d'amore e nemmeno lo sapevo, e non una sola volta scrissi quella parola. Mai. Raccontavo a questa persona le mie giornate trascorse durante l'ultima gita della mia vita. Mi sembrava importante farlo, non so per quale ragione, magari a lui non importava nulla. Io invece gli ho spedito almeno una decina di fogli che dicevano tutto e niente. E’ partito tutto da una cartolina e mi è sfuggita la situazione di mano. Ci ho anche scritto un messaggio nascosto. In una pagina c'erano delle lettere più calcate rispetto alle altre. Saltavano fuori dal foglio così bene. “Mi manchi”. Ero troppo orgogliosa per dirlo da alta voce (per quanto si possa parlare ad alta voce nelle lettere), quindi l'ho lasciato in giro, sperando e non sperando che se ne accorgesse. Così, sono andata avanti per sei notti. Mi alzavo dal letto della mia camera, prendevo le penne e scrivevo.

Lì dentro c'ero io e le mie domande e le mie battute scadenti e le mie giornate. E’ arrivato poi il momento di spedirle queste benedette lettere. Ho preso la busta - l'indirizzo scritto con la paura di aver sbagliato tutto, non l'avevo mai fatto prima - e l'ho baciata. Giuro. L'ho fatto. Ho tentennato, esitato da morire. La stringevo tra le dita e sembrava non avere più senso. Poi via, come gli shot terribili di qualsiasi superalcolico. Ho aspettato, aspettato, aspettato e aspettato ancora. La risposta mi è arrivata due settimane dopo, alle 2.00, il giorno prima dell'interrogazione di Dante. Mi parlava di cose che conoscevo già e che dovevo solo capire e accettare. Da quel momento mi sono scoperta piacevolmente stanca. Ho ripreso a dormire.

Ps. Dopo alcuni anni è tornato. Voglio dire, chi è che scrive ancora lettere d’amore?

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09 April 2020

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