Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #66 Imparare a parlare

 

 

A volte si impara a parlare in circostanze che non sono molto liete, ad esempio dopo aver seppellito due figli che se ne sono andati nel più tragico dei modi. Ma si sa come si dice, meglio tardi che mai (anche se si potrebbe obiettare “no, tardi non è meglio, tardi è tardi”, ma come tutte le cose della vita, dipende). Imparare a parlare, comunque, è come una mano che ti tira su mentre sei naufragato su una spiaggia deserta, dopo un’onda gigante che ha portato via tutto e non capisci più nulla. Stai lì a pensare a cosa poter pensare, perché non sai nemmeno a cosa pensare. Tutto diventa un deserto desolato. Ma poi arriva una mano.

Mentre siamo a cena, cerchi di evitare accuratamente l’argomento. Non si può dire “funerale” si dice “quel giorno lì”. Non si può dire “suicidio”, perché ti viene quella cosa inspiegabile nello stomaco, allora si dice “quello che ha fatto”. 

Allora si parla degli altri, reali o immaginati, di un film di Woody Allen e di giochi in scatola. 

“Ma posso dire anche la mia oppure sei convinto di sapere sempre tutto?”

“Se permetti, cara mia, a scacchi ci gioco quindi lo so io.”

“Saprai anche molte cose, ma se permetti, mio caro, posso saperne alcune anch’io." 

"Oh, mamma mia! Che terribile carattere! Sai cosa sei tu? Un’arrogante.”

“Può essere ma almeno non penso di essere l’onnipotente onnisciente e non ho sempre e solo certezze. Io sono aperta al confronto, posso cambiare idea, se mi fai vedere che la tua è migliore della mia. Ma ho bisogno, appunto, di un’idea che sia migliore della mia.”

Faccio finta di non offendermi, ma incrocio le braccia e ascolto ciò che ha da dirmi su un libro in inglese di Walter Scott.

“Te lo presto? Ho anche la versione in italiano.”

“No, no. Tienilo tu.”

Quando mi offendo un po’ torno una bambina ottusa e capricciosa e incrocio le braccia. Lui se ne accorge e probabilmente gli viene in mente la stessa cosa: quando volevo imparare a nuotare ma non ci riuscivo e allora una volta oltrepassata la parte della piscina in cui il pavimento inizia a mancare sotto i piedi, mi sentivo come morire e mettevo le braccia conserte pronta per sprofondare giù. Accoglievo la mia sorte, ma sicura che qualcuno mi avrebbe salvato (perché era quello che avrei fatto io a parti inverse).

Mi guarda sorridendo, poi abbassa lo sguardo: 

“Prima di Natale osservavo mio figlio, il suo profilo. Immediatamente mi è venuto in mente la parola grazie. Non gliel’ho mai detto, ma tutte le domande sono inutili, non soffro per non aver fatto in tempo a dirglielo, perché so che non l’avrei mai detto comunque. Ha fatto molto per me e non l’ho mai ringraziato. Il giorno del funerale eri di fianco a me e ti guardavo, guardavo il tuo profilo, che sarebbe potuto essere uguale a quello dei miei figli. Senza rendermene conto mi è venuta in mente la stessa cosa: grazie. Ho sentito una sensazione di grazia addosso. Sei la persona più umana che abbia mai conosciuto. Ma soprattutto hai fatto tanto per me, più di quanto abbia fatto io per te. Sempre. Grazie.” 

“Oh, tranquillo, io non so fare niente, ma so fingere di saperlo fare benissimo.”

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10 April 2020

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