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Denise Colletta

Denise Colletta

Giovedì, 28 Marzo 2019 22:11

Cartoline portoghesi #4 Dio

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Questa mattina, quando mi sono svegliata, sul cellulare mi è arrivato un messaggio da Dio. Non il vero Dio, anche perché sarebbe un po’ un miracolo, però c’è un’applicazione su messenger (non so per quale ragione si sia attivata sul mio profilo), che ogni tot di giorni mi manda dei messaggi col suo nome. Oggi, quindi, tra le varie notifiche, avevo anche questa qui, con la dicitura “God”, perché è in lingua inglese. E il messaggio diceva “Hello Denise, do you feel you are humble?”, cioè Lui che mi chiede se sono umile. Okay. Io ho detto di no, perché nessuno lo è veramente. Se lo fossimo il mondo non sarebbe il pasticcio di carne e sangue che è. Pensiamo di avere tutto il tempo dell’universo, di essere invincibili, di fare quello che ci pare e piace tanto ne abbiamo il diritto, di cadere e rialzarci come se fossimo di gommapiuma. E invece poi, chi te l’ha detto. Che ne sai. Dio mi ha risposto che è comprensibile che io non lo sia, ma ogni tanto è giusto ricordarsi che non siamo onnipotenti e non siamo infiniti come Lui. Ehi grazie, mi era giusto successa una cosetta qualche giorno fa, e avevo sbattuto la faccia con la realtà, per la seconda volta. Che poi “sbattere la faccia con la realtà” è un’espressione proprio comica nel mio caso.  Mamma mia quanto siamo fragili. Mamma mia quanta tristezza quando non riusciamo a dire le cose che per noi contano di più. Che imbarazzo a vivere davvero. Soprattutto quando c’è sempre l’ombra del fallimento che aleggia spettrale. Chi ci riesce a fare sempre tutto bene? Che invidia. Ma poi, che cosa rimane? Una stanza in ordine, le scarpe allineate, nessuno strappo sui vestiti. E invece, bottiglie aperte, briciole dappertutto, padelle da lavare, le rimanenze di due torte che hai fatto solo perché non volevi pensare. Scarpe nuove, per la bella stagione. Alle sei del mattino la stanza si inonda di luce come se fosse mezzogiorno. Quant’è difficile dormire, a volte. Tu lo sai che cosa significa? Respirare anche quando fa male, che siamo fatti così, dobbiamo reggerci in piedi da soli, chiedere aiuto il meno possibile, che tanto chi vuoi che ti risponda, andare avanti, in modo disperato, chissà verso dove poi. Le luci che mi abbagliano gli occhi. Ho capito che le discese non fanno per me. Solo salite. E “quello” mi chiede se sono umile.

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Giovedì, 21 Marzo 2019 23:03

Cartoline portoghesi #3 Apanhar sol

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Ci sono troppe ricorrenze. La giornata della mafia, del razzismo, del tiramisù, il compleanno di una delle mie migliori amiche, l’anniversario di nascita della Merini e di Tenco, la superluna. La giornata della poesia, come se già non fosse poesia questo fatto che l’inverno finisce, anche se sembrava impossibile e lunghissimo. E invece. Primavera. Il sole alto nel cielo già alle 7 del mattino, le scie di due aerei che quasi si scontrano. E invece. La calma di una cucina che riconosci come casa (visto che ci passi quasi la maggior parte del tempo, aspettando chi ritorna da lezione come te e si ferma a chiacchierare).
Le confidenze che pensavi non potessero mai esser fatte, gli abbracci di consolazione che ti ritrovi a dare, impacciata, a qualcuno che ti aveva rivolto la parola solo tre volte. La difficoltà di voler esprimere tutto quello che senti con un vocabolario limitato. La sicurezza di quello che vuoi, l’incertezza di quello che avrai. I capelli che dopo averli lavati profumano di gelato alla nocciola. L’unico foulard che hai non si abbina con nessun maglione ma lo devi indossare per via di quel mal di gola che si ostina a non passare. Così come il mal d’orecchio, e di testa.
Questa mattina però ti sei svegliata allegra, perché le ricorrenze sono importanti e il corpo lo sa. Il corpo sa sempre tutto. Anche questa tosse che non va via, che si ferma all’altezza della gola e non ti fa parlare. Ma oggi è diverso. Oggi ti sei svegliata allegra, proprio allegra, ché sei quella che cerca sempre di portare il sole nella vita degli altri e invece, come se lo sapessi, ti sei seduta sul balcone a lasciare per una volta che il sole entri nella tua, di vita. E hai pensato che vorresti comprare un paio di sandali, per camminare a piedi liberi. Benedette velleità. Ma non un paio di sandali qualsiasi, no, non è mai un paio qualsiasi per te. Li hai visti in un negozio due settimane fa, mentre sceglievi un regalo e hai pensato “quelli saranno miei” e lo saranno, che se c’è un punto fisso della tua vita che ti ha reso sempre molto distante da tutti gli altri intorno a te, è che sai benissimo quello che vuoi (anche se quando ti chiedono di scegliere potresti metterci un’eternità). Sì, nonostante tutti i cambiamenti che hai dovuto sopportare per reinventarti ogni volta e non lasciarti andare mai, sai benissimo quello che vuoi. E sai benissimo che sei l’eccezione. Che poi in realtà, quello che vuoi sono una serie di ispirate sciocchezze (la difficoltà consiste nel trovare il modo di commetterle, diceva il signor Shaw). Cose semplici, ma non cose facili. La differenza è tutta lì, ma pochi sanno coglierla. Una porta non si apre che con una chiave, non ne esistono due diverse che possono farlo. Quella è. Inutile accanirsi se le cose non vanno. Smettere di chiedere. Mi sono lavata la faccia con un sapone all’argilla, dice che serve a purificare la pelle. Non mi sono truccata, mi sono guardata allo specchio e quello che ho visto mi è piaciuto. Canto “Arrivederci tristezza, oggi mi godo la mia tenerezza. E domani chissà.” Guardo la luna, spero di non confondermi. Spera di non confondermi.

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Domenica, 03 Febbraio 2019 15:24

Cartoline portoghesi #2 Rise and shine

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È da ieri che ha smesso di piovere, precisamente da quando mi sono trasferita nella nuova casa. Mi sembra giusto, dopotutto un trasloco durato due giorni con otto valigie sotto il diluvio universale e senza nessuno che possa aiutarmi (la mia ex coinquilina ha ancora la febbre) è un'esperienza da fare almeno una volta nella vita. Anche se sono piuttosto convinta che il tassista numero due non la pensi allo stesso modo, dato che solo il tassista numero uno ha avuto la gentilezza di scendere dall'auto per accompagnarmi fino al portone, e farsi una doccia sotto la pioggia come nei migliori cliché delle commediole romantiche (di solito è il momento in cui lui capisce che non può vivere senza di lei e ritorna pentito e blablabla quelle cose lì, da film insomma). L'altro tassista è sceso dall'auto giusto per creare un incastro tra una valigia e altre quattro borse, passare tutto nelle mie mani come una staffetta e via, vai con Dio ragazza che studia cose artistiche, e l'avevo capito visto che indossi il basco bordeaux, e hai i capelli corti come una francese, e non si sa mai quando smetterà di piovere, ha detto proprio così, nella breve ma intesa conversazione che abbiamo avuto durante il tragitto.

Il risveglio è stato un po' come se fossi in una puntata di Gossip Girl a Manhattan, nella mia mente ho chiaramente sentito la voce in sottofondo che diceva “Good morning, Upper East Siders. This is your wake up call. È mattina a New York, rise and shine, è ora di svegliarsi dai brutti sogni, saltare giù dal letto e cominciare a fare programmi per un futuro radioso.” Tant'è che come vicino di stanza c'era anche un simil Nate Archibald. Così, ho sceso la scalinata in legno (senza dare il braccio a nessuno) finché non ho invece dato la mano alla donna delle pulizie che mi sono ritrovata in cucina (e che molto scioccata da ciò) mi ha fatto un sorrisone e ha detto che ho un nome bellissimo, presentandomi suo marito e suo fratello che poco prima erano nel salotto indaffarati con altre faccende. Ho continuato a bere il mio latte d'avena, gustandomi la vista fantastica dalle vetrate di questo quinto piano, convincendomi sempre di più del fatto che ci sono momenti, anche se durano attimi, che valgono tutte le prove che ho dovuto superare finora, e che probabilmente non sarei mai stata in grado di apprezzare, se le cose non fossero andate esattamente così.

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Gli ultimi giorni di gennaio mi ritrovo a vivere una sorta di purgatorio che non mi sarei mai imposta (preferisco di gran lunga l'inferno, sì, anche per il clima), per via di alcune vicissitudini che ben lungi dal dipendere da me, ormai sono accadute e bisogna farci i conti (bisogna sempre farci i conti, per lo meno con se stessi). Si avvicina la fine di un percorso, non nel modo in cui me lo sarei aspettato. Capisco soprattutto, che l'indipendenza che tanto volevo, non era altro che una ricerca di uno spazio che sarebbe dovuto essere non così soffocante, ma non così altrettanto vuoto. L'equilibrio, insomma, quello che costantemente ricerco da tutta una vita, per via (vuoi o non vuoi) anche di un'influenza astrale che ti condanna probabilmente a non trovarlo mai. Ci sono cose che non mi sarei mai aspettata di poter pensare, e non so se per questo dovrò incolpare le sovrastrutture che necessariamente sono alla base di tutte le vite coinvolte in un determinato contesto culturale, e altre che pensavo ma che adesso non penso più, rendendomi conto di quanto sia stata stupida ad averci creduto per così tanto tempo, che sarebbe stato un notevole risparmio di energie accorgersene prima. Che bisogna smetterla di fare quello che gli altri si aspettano da te, tanto non si vince nessun premio, e alla fine nessuno ti riconosce niente. Se sai il tuo valore, non puoi accontentarti di niente di meno di quello che meriti. Lo vuoi capire, per una buona volta? Lo capirai mai nella tua cazzo di vita? Che anche se tu non hai problemi nel dare, può esserci chi (ossia la maggior parte della gente che hai conosciuto, perché sei proprio una sfigata, questo va detto) riesce solo a prendere e prendere? Le persone dimenticano e fanno sempre quello che conviene per loro (e l'eccezione, mia cara, sei tu, non sono gli altri). È un insegnamento che probabilmente avrei dovuto tenere a mente negli ultimi dieci anni, ma la mia fede smisurata che prima o poi le cose potessero cambiare semplicemente perché io sono disposta a farle funzionare, beh, ecco, non è esattamente l'unica cosa che serve, o che basta. Le prime parole d'allarme riconosciute a livello mondiale dovrebbero essere "sai, non sei tu sono io", oppure “sai, è un momento difficile e tu sei splendida e io ti stimo un sacco” (questo momento difficile durava tipo da quattro anni e guarda caso è finito proprio pochi mesi dopo la mia decisione di non poterlo sopportare oltre). Oppure un'altra frase che mi resterà sempre a cuore, “al momento siamo su due rette parallele, ma chissà prima o poi riusciremo finalmente a trovare il nostro tempo (e poi no, il nostro tempo non è mai arrivato, perché non funziona che tu prendi una vita e la metti in stand-by, di tempo ne esiste solo uno, che è adesso, anche perché domani potresti crepare). Infatti poi quando dopo qualche anno, l'autore della frase è ritornato, avendo comunque vissuto tutte le sue belle storielle anche se diceva di essere emotivamente inaccessibile, insomma poi quando è tornato (sì, perché se c'è una delle certezze della vita, è che tornano tutti), io ero andata così avanti, ma così avanti, che non è che non eravamo più su due rette parallele, non eravamo proprio più sullo stesso foglio. Anche se, ad onor del vero, adesso è insieme a una persona che stimo anch'io, e quindi questo mi rincuora perché la loro felicità mi fa credere che l'amore possa esserci per tutti. (Ok, non sono illusa fino a questo livello, diciamo che l'amore esiste solo per chi ha culo, e lui già aveva dimostrato di averne conoscendomi ehehe, anche se poi la vita ha deciso che, blablabla, le solite cose che si dicono tanto per dire. Non è la vita che decide, in certi casi, siamo noi). Tutto questo comunque mi porta a riflettere di come nella mia vita abbia conosciuto per la maggior parte, persone che erano tristi, che erano problematiche, che erano stanche, che erano provate, che dicevano di non amarsi ma in realtà si amavano troppo per concedere spazio anche a qualcun altro, che non sapevano cosa volevano, che lo sapevano ma a quanto pare non ero io e comunque non riuscivano a dirmelo tenendomi in ballo in un gioco perverso che serviva solo ad appagare il loro ego, che non hanno mai voluto una relazione (che poi dopo l'hanno avuta con gente con cui io non mi ci sarei mai scambiata nemmeno per un secondo), che attraversavano un “momento” difficile, che non avevano tempo, che il tempo l'hanno avuto per raccontarmi i loro problemi e peccato, visto che avrebbero potuto usarlo per conoscermi, che non sapevano distinguere le cose brutte dalle cose belle, che non ci hanno tenuto abbastanza, che fondamentalmente hanno deciso di mostrarmi tutto il loro lato peggiore, e che io come una scema pensavo che l'amore fosse quello, mentre chirurgicamente rimuovevo tutti i miei problemi, semplicemente perché sceglievo di portare nella vita degli altri prevalentemente quello che di buono c'era in me, perché sì, credo che una relazione serva a portare alla luce la parte migliore di noi stessi. E ancora, sì, le persone hanno sempre un vissuto complesso, io stessa sono così complessa che ci riesco a malapena a decifrarmi, ma non ho mai chiesto che lo facesse nessun altro, perché non ce ne sarebbe stato bisogno. Ci sono dolori così interiori che non possiamo raccontare a nessuno, ma non è quello che voglio fare nella mia vita, l'unica cosa che conta è che non mi sono arresa, e che ho riservato alle persone che ho amato i miei sorrisi migliori, nonostante tutto. O ci ho provato almeno, anche se non è stato abbastanza, visto che non c'è un'altra mano che tiene la mia. Mi taglio i capelli, cammino sotto la pioggia con un ombrello rotto, perché quando presti qualcosa a qualcuno, non la custodisce mai con la stessa cura che useresti tu, e ti ritorna indietro sempre sconquassata (soprattutto il cuore). Imparo anche questo, ma non smetto di voler dare, altrimenti sarei una persona triste, altrimenti non sarei io. Sono tristi le persone che non riescono a dare, a darsi. Ho gli occhi di terra e cerco il mare. Ho una coda di pesce, per scivolare via quando non posso restare. Penso che sia meglio andare, andare senza scappare. Semplicemente andare. Con le scarpe strette su una strada d'inchiostro. Non voglio più essere una clandestina nella vita degli altri. Non voglio che mi nascondano, non voglio che mi lascino annegare nelle mie lacrime mute. Non voglio perdermi nei silenzi degli altri. Ho sempre dato un peso alle parole che ho pronunciato, ci ho costruito la mia casa, quella vera, non quella in cui dormo per far passare un altro giorno. Quella che mi serve per uscire fuori e andare a incontrare il mondo. Mi piacciono le cose semplici, ma non quelle facili, le più complesse da trovare. Le sole cose per cui valga la pena continuare a fare questo viaggio che è la vita. Tutti mi hanno sempre detto cos'è che non volevano loro, nessuno si è mai fermato a chiedermi cos'è che volessi io, per questo ora lo so, che è più importante di tutto il resto. Continuo a sorprendermi, se ci sono 19 gradi a gennaio, purtroppo mi avevano fatto credere che esiste solo la pioggia, e il temporale, e la grandine, e poi vediamo, e poi chissà, e poi magari col tempo, e poi domani, e poi tra un anno, e poi ci penserà la vita. E invece no, un'altra stagione è possibile, anche adesso, in questo momento. In Brasile è estate. Cerco ancora, ora so cosa voglio. Ho trovato coraggio. Faccio scendere dal piedistallo tutte le persone che ci avevo messo, e mi ci tolgo anch'io. Non voglio consumare i miei giorni ad aspettare il momento giusto, perché pensa che bella fregatura se quel momento giusto non arrivasse mai. Sulla carta igienica che ho comprato qui, ci sono impressi tanti piccoli fantasmini. Forse è davvero quello il posto giusto per le persone assenti, per quelle che non hanno saputo esserci, per quelle che non c'erano neanche quando ci sono state, per quelle che mi hanno fatto credere che avrebbero voluto esserci ma che poi sai, chissà, eh vediamo, eh ma, eh però, eh boh, e non si sono fatte sentire più; per le paure che ho anch'io e che non racconto a nessuno, le tengo per me, anche se mi tengono sveglia la notte e mi fanno realizzare che io in una casa vuota non ci voglio stare. Che la libertà è bellissima ed inviolabile, e in alcuni momenti necessaria, ma condividere è molto più divertente e ti arricchisce su un livello proprio superiore. A volte la vita ha un modo molto pratico per illuminarmi, pensa tu, un rotolo di carta igienica con dei fantasmini. 
Esco, è uscito il sole. La vita mi passa accanto, proprio qui, ora. Forse ci sarà qualcuno che saprà sorridere insieme a me, che non avrà vergogna a tenermi per mano, a cui non dovrò mai chiedere di esserci, perché sarà una cosa naturale, chissà, chissà, non importa. Le coppiette innamorate, si baciano nel parco, e mi fanno credere che per alcuni è una cosa possibile. Magari non esiste per tutti, però ecco, l'amore esiste. Questa è una cosa bella, rincuorante. Chissà, chissà, però intanto che bello questo sole. 

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Lunedì, 31 Dicembre 2018 20:39

Cartoline non spedite #58 Unico proposito

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Ho notato che in aeroporto, mentre sono in fila al gate, i ragazzi controllano tinder, e pure mentre l'aereo sta per decollare, nei minuti prima di spegnere il cellulare: sì, no, questa mah, questa si può fare, questa mmh vabé dai sì, tanto chi se ne fotte. Una signora dietro di me, aveva invece la certezza assoluta che i migliori mariti del mondo fossero gli inglesi, o al massimo gli spagnoli. Gli italiani categoricamente no e poi no. Parole sue. E le amiche, cinquantenni, le davano ragione. (Non ho capito perché nessuno abbia menzionato i francesi, o i portoghesi). Di scenari così ne ho visti almeno dodici negli ultimi quattro mesi. Cambiano i luoghi, ma si parla sempre d'amore. I bambini che strillano, io che mi copro ben bene le guance con la sciarpa, per evitare la pioggerellina sulla pista poco prima del decollo. Lì per lì mi sembra un gesto scontato, e anche meccanico, ma ora che ci rifletto, anche quello è un gesto d'amore. Un modo per prendersi cura di sé.
Per questo mi sono detta, per il nuovo anno, unico proposito: fare caso ai gesti d'amore. Ma non a quelli che facciamo per gli altri, che tanto lo sappiamo che la maggior parte sono a fondo perduto. Fare tanti, tantissimi, gesti d'amore per sé, che queste mie gambe più snelle e più scattanti, non ci vanno mica lontano se non mi amo. E dire che può sembrare egoista, ma in realtà è tutto l'opposto, perché solo chi ha cura di sé, può prendersi cura degli altri. Mica è un caso se durante un volo, e la pressione si riduce, è importante far mettere la maschera d'ossigeno prima agli adulti e dopo ai bambini! – sì, lo so che sono cose a cui nessuno fa attenzione, che tutti stanno mandando gli ultimi messaggi di saluto, eppure dicono proprio così: prima agli adulti e dopo ai bambini. Insomma alla fine è questo, amarsi per poter amare. E per assurdo è la cosa più difficile del mondo. Riuscire ad accettare tutti i miei difetti, i passi falsi, smetterla di voler sembrare sempre impeccabile a tutti i costi (chi lo è in fondo?), i colpi di testa che ho rimosso perché me ne vergogno troppo, e quelli che rifarei ancora e ancora, per sempre (grazie); le cicatrici, visibili e interiori, quello che non ho mai raccontato e quello che ho fatto credere, quello per cui mi sento ancora in colpa, e quello per cui non smetterò mai di essere orgogliosa. E se non me lo riconosco io, nessuno lo farà mai. La propria storia, che è la storia di tutti, ma anche infinitamente diversa e comprensibile solo a pochi. A tutti i fortunati coscienti di avermi incontrata, e a tutti i fortunati che non se ne sono mai resi conto. Io quest'anno, forse davvero per la prima volta, mi sono guardata e sono riuscita a non odiarmi, a provare perfino tenerezza. Quella tenerezza con cui si guarda chi pensa di essere molto meno forte di quello che è. E invece. Meno male che ci sono io con me. Dovrebbe essere una frase da ripetersi sempre prima di addormentarsi, che questo è tutto, alla fine.

Sarà un anno difficile per chi non si ama.

Abbi cura di te (altrimenti come si fa a ricominciare ogni volta?)

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Martedì, 25 Dicembre 2018 20:41

Cartoline non spedite #57 Speciale Natale

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Se mi chiedessero: ora che sei tornata per Natale, come ci si sente ad essere sempre tu quella che prende e va via? Come ci si sente a vedere da lontano i luoghi in cui sei vissuta per ventisette anni e che ti rassicuravano, immutati nel tempo, ma orfani della tua presenza? Come ci si sente ad osservare intorno a te, i rapporti degli altri che si solidificano, che creano una famiglia e mettono le basi per un futuro, mentre i tuoi svaniscono nei “ci sentiremo” e i “ti vengo a trovare”? Sinceramente non lo so. Ho sempre creduto che ogni scelta avesse un prezzo da pagare, e non c'è differenza nell'atto di scegliere e quello di rinunciare (cit.), sì insomma, non si può avere tutto nella vita. Il costo per riempirmi ogni volta gli occhi di cose nuove – e bellissime, il prezzo per la vita che al momento ho scelto, è quello di non avere una casa, ma di essere la propria casa. Nell'ultimo mese ho dormito in quattro letti diversi e ne sto già cercando un altro per il nuovo anno. Mi sono fermata un attimo a pensare su quale potesse essere il senso di tutto questo, ma le cose si possono capire solo con tanta distanza nel mezzo, guardandole con quel distacco che permette l'obiettività. Non è questo il momento per farsi delle domande, soprattutto se è il tempo delle risposte. Così mi capita per caso di rivedere un'amica dell'adolescenza che mi racconta di come poco tempo fa, rispolverando tra i ricordi, abbia trovato dei temi scritti durante la scuola elementare, a dieci anni o poco più, e che alla domanda “se potessi fare un viaggio dove vorresti andare?” io avessi risposto in Portogallo, senza probabilmente avere neanche idea di dove si trovasse, all'epoca. E guarda le risposte della vita, quando ormai abbiamo dimenticato anche le domande. Che poi in realtà, questa sarebbe dovuta essere una cartolina speciale, a tema natalizio, ma se devo essere sincera a me il periodo natalizio non è che abbia mai fatto impazzire. Nel senso che un po' di ipocrisia c'è sempre, diciamolo. Fare gli auguri a gente che per tutto l'anno non hai minimamente sentito, cercare il buono ad ogni costo solo in questo periodo e poi dimenticarsene il giorno dopo. In effetti il Natale non fa per me, che ho sempre cercato il buono giorno dopo giorno, e che vorrei sentire chi ho sentito tutto l'anno, e che invece, proprio adesso non può esserci.

Quindi per ritornare alla domanda iniziale, se mi chiedessero, come ci si sente e blablabla, io direi: ma non puoi fare come tutte le persone normali, e dirmi “Auguri di buon Natale”? Così potrei rispondere – anche a te e in famiglia e stop. Ecco.
(Naah, probabilmente direi suppergiù le cose che ho scritto qui, l'unico problema è che nessuno fa mai le domande giuste. Cioè, sì, ci sono le persone che le fanno, ma non a Natale, perché bisogna finire il giro dei numeri di tutta la rubrica, mica hanno tempo da perdere. E auguri!)

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Venerdì, 31 Agosto 2018 22:23

Cartoline non spedite #56 Ultima

Non so bene come si scrive qualcosa per salutare, e forse sembra assurdo perché in fondo queste dovrebbero essere delle cartoline, ma dopotutto un motivo ci sarà se le ho catalogate come "non spedite". È che io con gli arrivederci e gli addii, non ho mai avuto troppa dimestichezza (forse perché ne ho sempre dovuti dire - e ascoltare - troppi). Non vorrei che niente finisse mai davvero (tranne quello che fa male, ovviamente), ma alcune cose devono fare il loro corso e aprirsi a nuove forme e possibilità, senza per questo interrompersi. La parola "resilienza" così abusata di questi ultimi tempi, forse dovrebbe lasciare il posto a "trasformazione", che si sa, nulla resta mai com'è (e meno male). L'oroscopo di Rob Brezsny, ha previsto l’appassire di una speranza, la scomparsa di un sostegno o la perdita di un’influenza. E ha detto anche che all’inizio questo potrebbe intristirmi, ma scommette che alla fine si rivelerà positivo. Ok, dare credito all'oroscopo non si rivela una mossa intelligentissima, ma per un certo verso è rincuorante. Sto imparando a capire cos'è essenziale, e a lasciare andare senza domandare (anche se è difficile, perché ho sempre avuto bisogno di sapere). Incontrare persone care solo per poterle salutare. Accumulare ricordi, esperienze, attimi di vita, di qui e ora, perché non ci diciamo mai abbastanza quello che conta davvero sentire, e a volte si stringe in gola come un boccone di traverso, e riesci solo a scriverlo, dopo, quando è troppo tardi. O forse no. I chili di più che pesano e stavolta sono quelli delle valigie. Le cene con la salsedine sul viso, e le amicizie che restano intatte anche se sono passati anni e ti chiedi dov'eri? Che poi le risposte giuste non esistono. Sono fotografie scattate di nascosto che hai messo nella tasca interna del portafoglio e speri che ti proteggano. Anche se spesso sei sempre tu a doverlo fare. Due o tre persone le lascerai a continuare la loro vita, e sai cosa significa, perché hai vissuto anche la parte di chi resta mentre qualcuno parte. Altre sapranno che non esistono confini nei quali cercarti (e si spera, venire a trovarti). E le altre, beh, le altre chi?
Ripetere dieci volte "la fine permette l'inizio". E così, agosto lascia spazio a quello che sarà. 

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Venerdì, 24 Agosto 2018 22:22

Cartoline non spedite #55 Golden hour

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Non ho mai riflettuto abbastanza circa la mia posizione rispetto ai temporali estivi. Li amo o no? È come se mi dicessero, lo vedi come può cambiare tutto in un momento? Te la ricordi ancora l’estate, ti pare possibile che fosse lì solo qualche ora fa? E ti piace ancora? Sì, probabilmente amo i temporali estivi. Mi fanno ricordare che le pause e le interruzioni servono a capire quanto sia importante qualcosa per me, e quanto mi piaccia. Credo che l’estate sarà per sempre la mia stagione preferita,e sì, l’attenderò ogni volta con entusiasmo. Anche se passa in fretta (proprio perché passa in fretta). E anche se verso la fine di agosto si inizia già a sentire quella malinconica percezione dei finali (io non sono mai stata brava con i finali), del non essere riuscita a fare tutto quello che c’era da fare (in fondo le liste si compilano per avere dei motivi per andare avanti, mica per depennare tutto, mi dico). Solo una settimana fa ero su un aereo, e quasi rischiavo di perdermi in un aeroporto grande quanto il mio paese (non che ci voglia molto, in effetti), e oggi invece fulmini, tuoni, prelievi e vaccini, forse febbre. Ho rivisto l’elenco dei posti che avrei voluto visitare, che sollievo non essere riuscita a vederli tutti, perché come dice uno dei miei scrittori preferiti, un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro quando si parte. Poi magari non si torna più, ché la vita fa sempre quello che vuole, anche se ci illudiamo di poterla governare, ma intanto rimane l’illusione che ci mantiene accesi. Secondo me assomiglia un po’ alla luce delle sette di sera, quando tutto si avvolge di un’aura particolare (mica a caso la chiamano “golden hour”), poco prima del tramonto, non più di venti, quaranta minuti al massimo. Forse è tutto lì. Forse è davvero tutto lì. Il resto è solo attesa. Così, le altre stagioni, ruotano attorno a qualcosa che sanno di non poter mai raggiungere davvero. L’inverno si mette proprio d'impegno a farsi odiare, come quelle persone sempre musone; la primavera cerca invano di imitarla, e l’autunno vive nel suo ricordo. Ed io che adoro l’estate, amo Ottobre tra tutti i mesi dell’anno, che nella contemplazione della memoria, si sa, ogni cosa ci appare più bella di quella che è.    

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Venerdì, 10 Agosto 2018 19:35

Cartoline non spedite #54 Sciocchina

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È successo tutto molto in fretta. Senza neanche pensarci stavo lì a firmare due copie di contratto e intorno a me, nella stessa stanza, c’erano altri cinque ragazzi che non avevo mai visto prima d’ora e che probabilmente non rivedrò più. Poco male, non che mi entusiasmassero più di tanto. A dire il vero, ho dovuto tenere a freno il mio spirito polemico, perché alcuni di loro facevano domande davvero molto stupide, ed io in quel momento ero tipo “ma come fanno le persone a vivere nonostante questo grado di intelligenza così basso?”. Per non peccare di presunzione, sorridevo e mi nascondevo il volto con la visiera del cappellino da baseball (che indossavo perché non ero riuscita a fare lo shampoo in tempo, e per la cronaca, gli appuntamenti in estate alle tre del pomeriggio andrebbero banditi per legge). Poi l’insofferenza veniva fuori e allora andavo avanti e indietro camminando come un’ossessa, per scaricare la rabbia che a me fa venire l’incompetenza della gente. E come se non bastasse, fuori dall’edificio, sotto quel sole cocente come poche cose alle tre del pomeriggio, in un angolo remoto della Puglia, c’era qualcuno che mi aspettava e che mi chiamava al telefono ogni dieci minuti, al quale dovevo giustificare il ritardo dicendo “eh, un attimo, ci sono ancora molte cose da fare”. Suvvia, non potevo mica dire in quella stessa stanza “eh, un attimo, per una firma di un secondo ci sono venti domande inutili e altrettante spiegazioni richieste, che non si sa come, c’è chi non capisce un cazzo ma comunque gli riesce di fare le cose”. E vabè. Per farla breve, quando è arrivato il mio turno, mi sono sentita dire “Ah, perfetto, tu hai già fatto tutto come si doveva fare” e nel giro di due minuti sono uscita di lì, con il contratto in mano. Che poi, in fondo, si tratta solo di avere un po’ più di cura e attenzione ai dettagli, cosa che erroneamente mi aspetto di trovare anche negli altri, ma che noto sempre con molto piacere (ehm, certo) di quanto sia davvero poco scontata.  Un quarto d’ora dopo ero a scegliere una valigia quasi più grande di me, di un colore rosa shocking (che mia sorella non avrebbe mai comprato, mi ha detto una volta a casa). Ma io questa cosa dell’intelligenza la vedo un po’ come una condanna e allora da qualche parte devo pur mescolare le carte. Eheheh, che sciocchina.

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Venerdì, 03 Agosto 2018 16:10

Cartoline non spedite #53 Marte

marte

Un telo nero, nessun sipario, la vita che si disvela e non sai mai cosa ti riserverà di lì a poco. Nel turbinio di gente che ho conosciuto negli ultimi giorni, una donna coi capelli corti, parlando con un'altra ragazza, spiegava come per lei la scrittura sia stata una scelta sofferta e per molti anni messa da parte. Una scelta che avrebbe occupato tutta la sua vita. Una vita che non sarebbe stata più la sua. E paradossalmente è così, perché certe cose non si scelgono, e meno male, ché io sono un'indecisa cronica e solo per decidere cosa mangiare ci metto venti minuti, mentre tutti hanno già ordinato. Allora mi succede che devo correre appresso al cameriere (con i cerotti all'altezza delle caviglie che implorano pietà, mentre si strusciano sulle crosticine non ancora seccate, perché altri luoghi e altri sandali mi hanno vista correre), e dirgli di aggiungere una pizza con mozzarella di bufala, scamorza affumicata e pomodorini ciliegini, per sentirmi rispondere "Ah, pensavo avessi già ordinato". Eh, lo pensavo anch'io. Tra l'altro, appena seduta avevo detto a chi mi era seduto vicino che non avrei assolutamente scelto la pizza, dato che l'avevo già mangiata ieri e pure a pranzo, (quella avanzata dalla sera prima). Quindi ho vagliato l'ipotesi frutti di mare, contorno di patate, insalatona super condita, primo di pasta, secondo di carne, frittini e dessert, e ho consigliato agli altri cosa potesse esser buono. Ed io in tutto questo. Pizza. E neanche la volevo. Per carità, si sa che è buona sempre, ma io in tutto questo, un turbinio come sempre. Probabilmente ero già sazia mentre iniziavo a tagliare la prima fetta, ma alla fine nel piatto sono rimaste solo due o tre croste. Certe cose non si scelgono. Ma fatemi illudere di sì. E sono le dodici meno un quarto, e la luna fa capolino a metà da sopra il campanile, poco prima dallo specchio del bagno ti sei resa conto di avere in testa ancora gli occhiali da sole. E mi dicono: come fai? E penso, non lo so. Rispondo: faccio. Ripenso al titolo dell'ultimo spettacolo visto, Vieni su Marte. (Sorrido). Okay, ci vediamo su Marte. 

 

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