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Venerdì, 26 Gennaio 2018 23:00

Cartoline non spedite #26 Classico futurista In evidenza

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C’è una solidarietà tra chi si sveglia all’alba, e questa solidarietà cresce in modo smisurato soprattutto se ci trova nei mesi freddi. Le stazioni alle sei di mattina sono luoghi spettrali e al tempo stesso sanguigne. Le espressioni di chi le frequenta sono contratte, la pelle tirata, i capelli ancora arruffati, oppure al contrario sul viso ci sono delle enormi maschere di trucco che danno alle ragazzine un’aria vissuta (sì, vissuta perché almeno tre ore di fronte allo specchio te le devi passare). Non riesce ad addolcirle nemmeno un’alba ovattata (per via della nebbia e dell’umidità) che dà al cielo le sembianze di una pesca sproporzionata, tagliata in due dalle scie bianche di aerei in partenza.  Ritornare sul luogo del delitto (o dei delitti), qui inteso prevalentemente in ambito psichico, è una sensazione che può farti sentire ancora più fuori posto del dovuto. Nessuno riconosce la tua esperienza, e agli occhi degli altri puoi sembrare addirittura una novella, inesperta, mentre loro, piccoli grandi conoscitori della dura realtà quotidiana, sputano per terra a cadenza ritmata (non ho mai capito il perché di questo gesto), e non hanno idea di quanti anni hai percorso con una ripetizione religiosa, quelle strade e quegli umori, quasi come fosse un rituale. E questo è in parte bene, perché vuol dire che non sono rimasti segni indelebili sul tuo viso, ma tutto è riuscito a scorrere indefesso, come se il suo compito fosse stato quello di purificare e levigare il tuo viso. Ma in parte è male, perché il nostro minuscolo ego diventa in certe occasioni molto grande e confonde l’esperienza con l’essere in possesso della verità. Le mani hanno cambiato colore, perdendo la sensibilità percettiva e sfogliano pagine, le stesse pagine che hanno ininterrottamente maneggiato per almeno dieci ore di fila, senza staccarsi che per minuti.
È ancora tutto come prima, ed è tutto profondamente cambiato. La luce aranciata potrebbe benissimo passare per un tramonto, e invece i capelli riccioluti che ho di fronte, ne godono la sfumatura, e presumo che abbiano da poco abbandonato il cuscino, dopo una notte ristoratrice.

Le strade svuotate hanno un loro ritmo di riempimento, e per le vie del centro si nota qualcuno che sta rincasando adesso. Finalmente può uscire allo scoperto senza essere giudicato malamente. È come un passerotto che ritorna al nido, ma poi dalla sua occhiata spietata e caritatevole allo stesso momento, mi rendo conto che probabilmente questo nido non esiste. Ho lasciato una barretta ai cereali e cioccolato fondente sul tavolo prima di uscire di casa. Quando mia madre ha richiamato per accertarsi che non me la fossi dimenticata, ho affermato senza esitazione di averla lasciata di proposito. Ho messo giù. Poi ha chiamato ancora una volta per chiedermi se avessi fatto colazione, non sapeva ma poteva intuire il perché della mia sgattaiolata congiunta ai netturbini. Non ha chiesto, più. Avrei voluto dire.

Forse a volte sono le lacrime che levigano il viso, impediscono agli anni di fermarsi e di lasciare impronte. Ma lo specchio impietoso del bagno mi riporta agli occhi le linee formatesi per sottolineare ed aggravare delle occhiaie già scavate, rimarcando una notte sprovvista di sonno. Mi vengono in mente quelle ragazzine, il loro rossetto scuro, quasi nero, e quelle maschere di fondotinta e cipria. Ho ancora gli stessi tormenti adolescenziali, ma preferisco la mia età. Il classico non può avere una definizione che non cambi ogni volta. Ed è vietato guardare fuori dai finestrini dei treni.

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