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Venerdì, 19 Gennaio 2018 15:42

Cartoline non spedite #25 Pazienza In evidenza

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Cartoline non spedite #25 Pazienza Rooms by the Sea, 1951 by Edward Hopper

Mi sono chiesta se fosse in qualche modo possibile scrivere senza avere un destinatario a cui raccontare. O meglio, non se fosse possibile, ma se avesse senso. Però poi sarei sempre io a parlare, e parlare, e parlare. Verrebbe fuori un ininterrotto flusso vomitato di pensieri, tutto filtrato attraverso i miei occhi, i miei ricordi, desideri, paure e speranze. Così patetico.  E a proposito, proprio ieri notte ho scoperto che patetico non ha nulla a che fare con il ridicolo, almeno non per chi lo è. Già, perché la radice deriva dal greco pathētikós, che deriva a sua volta da páthos, ossia sofferenza. Poi mi sono chiesta da dov’è che provenisse tutta questa sofferenza (non la mia, dico quella in generale) e così ne è venuto fuori che i latini usavano questa parola (sufferentia) per indicare la sopportazione e la pazienza. Ed io che credevo che la pazienza portasse alla felicità, dopo ieri mi sembra di aver sbagliato tutto. Ricapitolando, la pazienza ti permette di sopportare e la sopportazione ti porta a soffrire. Questo sì che è patetico, nel vero senso della parola. Chissà perché gli altri possono permettersi di mancare, così come il destinatario a cui raccontare qualcosa, mentre io devo esserci sempre, altrimenti chi è che scrive, e chi è che vive. E poi chissà perché te lo fanno anche pesare. Gli altri possono mancare e possono dire qualsiasi cosa, tanto ci sarà tempo per rimangiarsi tutto. Ma gli altri chi? Io intanto sento questa musica di un pianoforte che suona in lontananza e mi pento di non aver comprato quei jeans che avevo visto in saldo, con dei gattini disegnati all’altezza delle ginocchia. La mia taglia è sold out. Bell’amica che sei, mia cara pazienza.
Controllo sempre i siti dei voli, il che è un po’ buffo, visto che raramente poi prendo un aereo, anche se vorrei partire sempre, perfino in questo momento, così, solo per andare in qualche posto nuovo. Allora mi alzo dalla scrivania perché non voglio più scrivere, ma poi il dialogo invisibile continua nella mia testa mentre vado ad osservare l’asciugatrice che è in funzione. Non c’è modo di fermarlo. L’asciugatrice è un oggetto bellissimo, praticamente rassomiglia ad una lavatrice, stesse dimensioni, stesso oblò e cestello che gira, però invece di lavare, asciuga. Perché non posso scrivere solo una riga e poi fermarmi? Ci sono tutte queste convenzioni sociali in cui un pezzo deve avere minimo duemila battute altrimenti non è rilevante. Quindi scrivo le mie belle duemila battute, senza ridere, e quando finisco mi do metaforicamente una pacca sulla spalla e mi dico soddisfatta, bel lavoro. Ma per chi? Magari l’unica cosa che aveva davvero senso in tutte queste parole era solo una frase e invece ho dovuto farcirla di contorni inutili. Mentre guardo l’asciugatrice in funzione, vedo quest’acqua che scorre come un fiume e se ne va in una scanalatura, ed io vorrei metterci le mani e inceppare il meccanismo. Forse è una deformazione mentale, mi capita spesso, mi capita in tutto. Osservare l’acqua è davvero catartico. Ho questo grande difetto del voler bloccare le cose che girano, invertire l’ordine e vedere cosa può esserci ancora. E vedere se può esserci ancora qualcosa. Non è mica giusto, che i reggiseni costino molto più degli slip, ci pensavo giusto ora, mentre li vedo girare. È una differenza davvero spropositata.  E soprattutto non ha senso. Per ripicca non ne userei neanche uno. Sono riottosa, mi dicono. Quant’è bella la parola riottosa. Giorni fa, son passata dal reparto nido di un ospedale, visto che ero lì, e volevo capire come mai non sento nessun istinto materno, anche se quello che faccio continuamente nella mia vita è preoccuparmi per gli altri. Quei bambini erano così distanti, c’era un vetro che li separava da tutti i parenti, e poi c’ero anche io che però non saprò più nulla su di loro, a parte che qualcuno li chiamerà coi nomi: Alex, Carola, Andrea, Mattia (ce n’era pure un quinto che non ricordo). Probabilmente ho sbagliato anche gli altri quattro, non darei molto credito alla mia memoria. Spero davvero che saranno amati, dalle loro madri prima di chiunque altro. Non ho mai capito la leggerezza di chi dice “sei la mia vita” dopo neanche un mese, a qualcuno che ha conosciuto per caso. Io non l’ho mai detto, e mi spaventa anche solo pensare di poterlo dire. E poi sai che bella fregatura essere la vita di qualcuno? Alla fine muori comunque. Quanto tempo ci viene concesso per risalire alle cause di una sofferenza? Per legge sei mesi e non un giorno di più. Ecco perché io e le leggi non avevamo proprio nulla a che fare. E ancora mi chiedo perché ho aspettato così tanti anni. La pazienza, o dovrei dire la sofferenza. Anche mia madre non fa che ripetere in continuazione “alzati di qua” e “alzati di là”. Forse si deve stare in piedi per poter crescere nel modo corretto e germogliare fino a sbocciare. Sarà per questo che le cose regolari e le convezioni, le sopporto così poco, tant’è che invece di duemila battute, ne ho fatte quasi il doppio. Come sono riottosa, e simpatica persino.   

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