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Venerdì, 05 Gennaio 2018 17:45

Cartoline non spedite #23 Occhio di pipistrello e scaglie di drago In evidenza

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Alcune poesie non sono belle da leggere ad alta voce. Tu rassomigli più ad una poesia da leggere sussurrata. O senza emettere nessun suono, da scorrere le parole nella mente e basta. C’è una bellezza nell’esistere che non vuol per forza affermarsi, una bellezza che rimane inespressa. Tra le ore di veglia e di sonno si susseguono immagini oniriche che fanno a pugni e che vorrebbero diventare reali. Non puoi più inseguirmi se io mi sveglio, in questa ossessione che ti fa mandare messaggi compulsivi in cui non mi dici niente, non mi ascolti, ripeti solo le stesse cose che hai imparato più di quarant’anni fa ed io vorrei non sentirle, come se fossi invisibile, che poi in realtà lo sono perché non parli a me, ma all’idea che hai di me, e allora giro l’angolo per seminarti e quello che vedo dovrebbe farmi rabbrividire e invece sono quasi sollevata da queste bambine per terra con sciarpe colorate, scomposte, sgozzate. C’è sangue dappertutto, sulle pietre, sui muretti  a secco, sui vestiti, anche sulle mie mani, ma io non ho fatto niente, lo giuro, correvo solo a perdifiato, eppure eri sempre lì dietro di me, diamine se ti vedevo, e avrei voluto perdere la vista, diventare cieca, non sentire più niente, non avere più voce, liquefarmi.  
Mi risveglio o forse mi riaddormento e ti vedo, ma non sei più tu, non sei nemmeno quell’altro, per fortuna. Tutto ciò che mi sembra vitale è questa tv immersa in un piatto di brodino di pollo con la pasta a forma di stelline ed io che cerco di toccarti la guancia col dito e mi accorgo di un taglietto fresco proprio tra la falangina e la falangetta. Ma non mi senti e non mi vedi, sono invisibile, nel tempo e nel luogo sbagliato.
Ho sentito gli occhiali cadere giù dal comodino mentre nella mano stringevo un fazzoletto e mi rigiravo tra la federa bagnata del cuscino. Il fattaccio è questo: in casa abbiamo finito le penne rosse e gli evidenziatori arancioni. Fosse almeno rimasto un panettone con i canditi e l’uvetta, ne avrei fatto una torta per riciclare gli avanzi.
Cerco di togliermi di dosso questa consapevolezza nel dire le parole, ed è la cosa più difficile del mondo, come se dovessi fare ogni volta una lezione a qualcuno. Come dei gatti morti e imbalsamati che graffiano sugli specchi dei lamenti di donne. Io non ne voglio più sapere nulla, davvero. Per pochi minuti sei riuscito a privarmi di questa gabbia di lucidità, facendomi urlare in modalità muta. Ho memorizzato delle frasi che racchiudevano tutto il senso del futuro del mondo, che è ovviamente nella mancanza di calendula e nel giallo che si dispera, perché la sua casa è crollata. La mia bocca aperta e contorta in grandezze e smorfie esageratamente innaturali, in un tempo sospeso, lentissimo. Devo farmi capire senza parlare. C’è una musica classica in sottofondo che sembra accompagnare e far crescere la disperazione sul mio volto trasfigurato. Esasperata. Io non so più nulla, non c'è più un senso, finalmente.

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