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Letteratura

Letteratura (136)

Venerdì, 20 Ottobre 2017 23:24

Cartoline non spedite #12 Dei treni sbagliati

Scritto da

(Qualche anno fa, un venerdì sera)
Dopo aver lasciato di studiare con tre ore di anticipo (no, dai, non avevo proprio iniziato), io e le mie due amiche siamo arrivate in stazione ed il treno stava per partire. Non saremmo mai riuscite a fare il biglietto in tempo, così una di loro due è andata di corsa al finestrino del capotreno per chiedergli di aspettare due secondi. Nel frattempo, io e amica numero uno, eravamo in coda alla biglietteria. 
Una volta salite e scelto il posto dove sedere (tra gli sguardi di rimprovero dei pendolari - oh ma non sono mai in orario ‘sti cazzo di treni, per due minuti persi? Dai relax, gente) ho preso dalla borsa il libro e loro hanno chiesto, stupite “ma l’hai portato davvero?” (Sì, sono una di parola - il vero problema è che ne dico troppe).
Il controllore è venuto a chiederci perché eravamo in ritardo, visto che stranamente oggi loro erano in orario. Le mie amiche gli parlavano mentre io stavo rispondendo a dei messaggi arretrati su whatsapp, così,ad un tratto, lui si gira verso di me e fa “ma se ti lascio il numero, mi scrivi con le dita a quella velocità?” risate e imbarazzo, lancio il cellulare fuori dal finestrino e risolvo il problema (diciamo).
Rimane a parlare con noi, per tutta la durata del percorso, che per fortuna era solo di venti minuti. Conclude con “mi raccomando ragazze, che io mi preoccupo sempre per mia figlia quando torna a casa tardi. Voi come tornate poi?”, allora le mie due amiche rispondono “siamo fidanzate, ci riportano i ragazzi” ed io non dico niente, ma guardo un passeggero che avrà avuto la mia età e se la rideva sotto i baffi per tutto il tempo, diventare un po’ serio. Avrei voluto dire “loro sono fidanzate eh, mica io”, ma vuoi mettere la sensazione di sentirle pronunciare questa frase come se nel ‘siamo’ includessero anche me? Ecco, non ho voluto rovinare l’incantesimo, non ce l’ho fatta.
Una volta arrivate in stazione c’era ad aspettarci in macchina, il fidanzato numero uno e il fidanzato numero due di amica numero uno e amica numero due, e in quel momento ho stretto forte a me la borsa (c'era dentro il mio libro).
Una volta a casa, siamo andati in camera di ragazzo numero uno, in attesa che arrivassero anche gli altri. I ragazzi numero uno e numero due hanno giocato alla playstation, le ragazze numero uno e numero due hanno giocato al computer senza proferire parola ed io ero seduta alla scrivania del fratello del ragazzo numero uno, cercando di studiare, ma in realtà pensavo a tutte le cose che mi erano di fronte, scontrini, cavi elettrici, pile, ad un certo punto ho creduto di trovarci anche dei preservativi, ma no.
Dopo un po’ gli altri sono arrivati, tra cui il mio migliore amico, suo fratello, un mio collega d’università, due altri ragazzi, una coppia formata da amica bionda/collega d’università e fidanzato-palestrato-non-so-parlare-d’altro-se-non-di-sesso-calorie-e-poi-fissare-lo-schermo-del-cellulare-per-trovare-video-scemi-e-farli-vedere-agli-altri-perché-altrimenti-non-so-che-dire. Nel frattempo il mio cellulare si è scaricato e spento prima che la serata iniziasse (e meno male).
Mi sono resa conto di monopolizzare tutte le conversazioni, cioè, inizio a parlare con qualcuno e gli altri non parlano più tra di loro, tant’è che il collega che avevo di fronte a cui raccontavo della mia passione per l’inglese, si è girato verso gli altri e ha detto “comunque potete partecipare eh, non è una conversazione esclusiva” con fare canzonatorio ed uno tra i ragazzi gli ha risposto “no, stiamo ascoltando e guardiamo la partita, siete troppo dotti per noi”.
Quindi ho chiesto al collega se potesse prendermi un altro pezzo di salsiccia e tutti stavano in silenzio, così al suo “come la preferisci?” gli altri sono scoppiati a ridere e lui ha precisato “intendevo cotta, mediamente cotta, abbrustolita” ed altri aggettivi a cui io ho messo fine per evitare il suo supplizio.
Il fidanzato-palestrato ha mandato sul gruppo di whatsapp, mentre eravamo ancora tutti lì, un video osè, nel mentre un altro amico mi ha chiesto di consigliargli una serie tv.
Le coppie ogni tanto si baciavano, anche se parlavano davvero poco, sia tra di loro che in generale, io mi son detta che magari è quello - bisogna parlare poco - per fidanzarsi, cioè a che serve parlare? A che serve avere un’opinione, partecipare ad un discorso, quando puoi fregartene altamente e aspettare così il giorno in cui morirai? Ora mi è chiaro.
Le ragazze si sono tutte alzate per sparecchiare ma io no perché ero troppo presa dal discorso e quindi, no (ah ma state sparecchiando? volete una mano? vabè dai vi lascio fare pratica per il vostro futuro da brave mogliettine okay, non mi scomodo, bene così).
Tre stanno per laurearsi e nessuno tra tutti quelli seduti al tavolo sapeva cosa fare dopo nella vita, io li guardavo un po’ stranita perché ho sempre saputo cosa fare "da grande" e allora mi son detta boh, magari sbaglio io, che alla fine loro si stanno per laureare, e poi con voti altissimi ed io invece - laurea, cos’è la laurea? - quindi sì, sto sbagliando tutto nella mia vita.
Comunque la gente non sa l’inglese è inutile che ce lo infilo dappertutto come se fossi una cocainomane che prima o poi morirà d’overdose (ecco, appunto).
Quando è arrivato il momento del gelato, uno si è avvicinato dicendo i gusti che preferiva mentre io stavo parlando con il mio migliore amico, allora amica numero due che faceva le porzioni ha detto ad alta voce “mi sono dimenticata quali gusti vuole” così io le ho risposto e amica numero uno mi ha chiesto “ma come fai? stavi parlando con lui, poi hai sentito l’altro e hai risposto a lei, oh, non ti deve sfuggire niente, sei assurda”. 
Pensavo però che stare sulla sedia a dondolo in giardino, col libro sulle gambe, tentando di sanare i sensi di colpa è stata la parte migliore della serata. No vabè, pure la carne arrostita; no vabè, pure le patatine; no vabè, pure le noccioline; no vabè, pure i tarallini; no vabè, pure il gelato.
No vabè.

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“L’armata delle cipree” è il titolo del libro di Anna Francesca Cascione, edito da ArgoMENTI, che verrà presentato domenica 22 ottobre 2017 alle ore 18.30 nella suggestiva cornice della chiesa di San Sebastiano, in via dei Sotterranei a Lecce, ora sede della Fondazione Palmieri.“L’armata delle cipree” è il titolo del libro di Anna Francesca Cascione, edito da ArgoMENTI, che verrà presentato domenica 22 ottobre 2017 alle ore 18.30 nella suggestiva cornice della chiesa di San Sebastiano, in via dei Sotterranei a Lecce, ora sede della Fondazione Palmieri.


Il libro

Una donna sola e una vita difficile, segnata dal deserto affettivo e dalla povertà d’animo dei familiari: è questa la storia che, soavemente, nostalgicamente, racconta “L’armata delle cipree”, il romanzo di esordio di Anna Francesca Cascione.
In un lungo flashback, l’autrice ripercorre le tappe dolorose che l’hanno condotta alla conquista di sé stessa, a diventare padrona, forte e consapevole, della sua vita: l’università, i compagni di strada, l’agonismo, la malattia e l’assenza, ma anche il calore degli amici, di tante persone buone che il caso (ma esiste poi il caso? – si domanda di tanto in tanto l’autrice) mette sulla sua strada. Anna Francesca Cascione racconta la storia della sua vita arricchendola di squarci e descrizioni preziose del mondo universitario, della corsa, di tutto ciò che l’appassiona. Non è però, narrazione pura: a ogni passo, la protagonista, Diamante (e con lei l’autrice) si domanda il senso del suo agire e degli eventi che, nel bene e nel male, segnano la sua vita. È una scrittura profonda, ricca di spunti di riflessione, che si muove sinuosa fra presente e passato ed accompagna il lettore, inducendolo a identificarsi nella protagonista e a leggere il romanzo con viva partecipazione.


L’autrice

Anna Francesca Cascione è nata nel 1970 a Gallipoli ed è cresciuta nel Salento. Ha studiato per diventare Avvocato Penalista ed esercita la professione forense nel Foro di Lecce, dopo essersi specializzata in Diritto Minorile. Sin da ragazza ha avuto una forte passione per lo sport, che ha potuto praticare, accostandosi a varie discipline (equitazione, tennis, danza classica, rafting, arrampicata libera, podismo, nuoto, subasque- apnea e pesca subacquea, pilota di offshore, barca a vela, sci nautico e sci di montagna). La sua passione per la corsa l’ha spinta a fare agonismo per circa quindici anni, mettendosi alla prova quasi su tutte le distanze, ottenendo risultati brillanti, diventando anche campionessa nazionale sulla distanza dei 5000 metri, seconda sulla distanza dei 1500, campionessa regionale sulla distanza dei 10.000, raggiungendo ottimi risultati nelle maratone ed appassionandosi alle ultramaratone, dove riesce a piazzarsi tra i primi posti di categoria. Il tempo libero lo dedica alla conoscenza di nuove culture e inizia a viaggiare anche da sola. Nel 2013, tornando da un viaggio in Indonesia, inizia a scrivere quello che, in pochi mesi, diventerà il suo primo romanzo.
Alla presentazione prenderanno parte, oltre all’autrice Anna Francesca Cascione, la segretaria della Fondazione Palmieri, Roberta Martano, e l’editore Antonio Soleti. Le conversazioni saranno intervallate dalla lettura di passi del racconto.

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Mi manchi, mi dice, ma è diverso, è sempre diverso quando si tratta di qualcosa che non appartiene a noi. Mi manchi, gli dico. Chissà poi dov’è la differenza, e se c’è. Quel labile confine tra quello che proviamo e quello che gli altri provano, le discronie mentali e quelle materiali. Vorrei che la realtà fosse più reale.
Il miglior modo per poter vivere dentro una caverna è quello di uscire fuori, ho sentito leggere qualche giorno fa, da qualcuno che era appassionato, seduto con le gambe incrociate, in mezzo ad un cerchio di ragazzi che lo ascoltavano con occhi adoranti e curiosi (sì, anche gli occhi possono ascoltare). E se proprio questo è il paradosso della vita, quell’entrare dentro per poter uscire fuori, a volte si direbbe che più reale della realtà è il fatto stesso di poter raccontare quello che manca. Così ci ritroviamo tutti ad essere un’accozzaglia di mancanze, senza rendercene neanche conto (più o meno).

C’è un’amica che ha iniziato una relazione (anche se questo è un termine molto improprio) sette mesi fa, con un ragazzo, uno dei tanti che non vuole impegnarsi, che poi questa cosa del non volersi impegnare è già molto impegnativa di per sé, e non è che abbia mai capito cosa significhi in realtà. Come se l’amore dovesse essere una cosa impegnativa, e non invece una carezza gentile. Dunque, in questi casi - o relazioni - arriva sempre un punto di rottura, un punto in cui uno dei due si chiede “ma dove stiamo andando?” e soprattutto “perché?”, chi me l’ha fatto fare di crederci, di darti fiducia. E allora si incappa in uno dei meccanismi di difesa più tipico di questo mondo. Metto te, l’oggetto del mio desiderio, di fronte un aut aut, una scelta esclusiva, o sei dentro o fuori. Però te lo chiedo per piacere, non lasciarmi nel limbo più totale, in quella situazione fangosa in cui sguazzi come un maiale (molto soddisfatto di se stesso). Mi manchi, potrebbe dire lei a lui. Eppure tutto rimarrebbe uguale, in una situazione di stallo che non cambierà. In realtà è qualcos’altro a mancare, e a sapervelo spiegare che filosofo sarei (mi perdoneranno i Baustelle).  

Ci piace ricamare sui finali non scritti, decorare quelle porte socchiuse, provare ad immaginare le possibilità infinite delle cose che potevano essere e non sono state. Così come mi chiedevo qualche giorno fa, chissà se la luce nel frigorifero si spegne davvero, una volta che la porta viene chiusa.
Ma se il miglior modo di vivere dentro una caverna è quello di uscire fuori, bisognerebbe fare il conto di tutti quelli che sono morti (lì) dentro.

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Metti un’amica che si sposa, e già questo dovrebbe essere un fatto alquanto insolito (o lieto, dipende dai punti di vista); mettici anche il fatto che adesso gli addii al nubilato, complice la distanza che di certo non aiuta, si organizzano su un gruppo whatsapp tra persone sconosciute che in un certo qual modo vogliono realizzare una serata indimenticabile (o così dovrebbe essere); metti almeno due amiche con le quali hai una visione del mondo piuttosto simile o comunque condivisibile; mettici infine che tutte le altre sconosciute remeranno contro qualsiasi proposta in un modo totalmente distruttivo e per niente propositivo. Dopo questi fattori determinanti, e varie ed estenuanti chiacchierate sempre su quel famoso gruppo whatsapp, in cui per poco non si rischiava di sfiorare la terza guerra mondiale, altro che chiacchiere, si arriva alla tanto agognata (da parte di chi non è ancora noto) serata di addio al nubilato. Ora, io non voglio dire, né dirò (ed effettivamente invece è proprio quello che sto facendo) che il locale scelto (da me) per consumare qualche boccone fugace, prima di andare a ballare, sia stato troppo sofisticato e concettualmente lontano dagli standard (quali?) delle altre che condividevano con me il tavolo – e solo quello, voglio ben sperare. 

Se dovessi descrivere in una parola l’inferno, ci metterei dentro tutte quelle persone inette che non hanno nessuna curiosità per il mondo circostante, con delle mentalità così chiuse che se vogliono una CocaCola dev’essere quella e solo quella, senza flessibilità alcuna. Che se devono mangiare una pizza dev'essere esclusivamente quella tonda. Nessuna sperimentazione. Non sanno, tra l'altro, come si possa condividere qualcosa di sé con gli altri, qualcosa che non sia una critica, s’intende. Nessun argomento di conversazione, mai, neanche per sbaglio. Sopracciglia corrugate e occhi con sguardo fulmineo. Tono severo da maestrina e pungenti affermazioni al limite della psicosi, del tipo "se i camerieri non portano la mia ordinazione entro cinque minuti, giuro che mi alzo e me ne vado". Che poi, queste persone criticano solo per partito preso – diciamolo senza fronzoli -, perché se non si fa come dicono loro (e poi effettivamente non dicono mai nulla, mai una proposta, un’idea, niente) sono prontissime ad affossare e gettare fango sulle idee degli altri, o semplicemente sbuffare per tutta la sera, creando un clima non proprio festoso, ecco, ma di sicuro un clima d’addio (da parte mia). In realtà, un po’ mi dispiace per loro, anzi forse no, perché queste persone mi fanno totalmente schifo, le ripudio dal mondo, le aborro, non ci vorrei avere niente a che fare, già il semplice fatto che esistano e che abbiano una vita e che probabilmente faranno da genitori a qualche figliolo (poveri figlioli indifesi), mi fa andare fuori di testa.
Ma in fondo, a persone così gli si può dire solo addio (e invece dovrai rivederle al matrimonio, che sfiga).  

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Venerdì, 29 Settembre 2017 18:14

Cartoline non spedite #9 Tavolini vuoti

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Era da tanto che non uscivo con un vecchio gruppo di amici, per varie vicissitudini, altri impegni, altre amicizie; perciò sì è stato bello stringere tra le mani le bustine di zucchero nel vassoio posato sul tavolino del bar, fare su e giù e sentire i granelli scivolare da un lato all'altro della bustina, mentre osservavo un ragazzo in piedi che parlava al telefono, vestito benissimo, molto più interessante dei discorsi sui fanghi d'alga guam (al nostro tavolo).
Ho evitato sistematicamente gli sguardi di un amico, che magari anche basta chiamarlo così, dato che non mi facevo sentire da marzo, perché lui ormai ha oltrepassato i confini dell'amicizia ed io a malapena ci ero entrata in questa stanza contorta.
Erano per lo più coppie, ed io mi chiedo se davvero sia questo il significato dell'essere in due, non avere più interessi, limitarsi e chiudersi nella realtà, cercare il sostegno di un supporto elettronico perché con le altre persone non si sa più parlare, io osservo; a me piace la gente, però mi piace in un modo diverso,è bella in quello che fa, cosa dice, cosa non dice.

Tutti gli altri tavoli mi parevano più interessanti del mio, forse con discorsi più vicini a quelli che vorrei, forse solo perché non riuscivo a sentirli, ma scrutavo le loro facce. 
Hanno preso per lo più una crêpe alla nutella, io non sapevo se prenderla o no, avrebbero deciso i soldi spicci nel mio borsellino e infatti non mi bastavano, così ho optato per un succo di frutta, però poi quando ho pagato ho visto che ce l'avrei fatta, e vabbè, doveva andare così, mi son detta.
Se sto zitta è perché quando parlo è per far ridere, ci riesco (quasi) sempre, ma quando si tratta di condividere davvero non trovo mai qualcuno con cui farlo fino in fondo, sempre a metà, qualcosa rovina tutto.
Quando sono tornata a casa, mi hai scritto che avevo gli occhi spenti, e se avessi qualche problema in particolare, ma poi ti ho risposto che magari sarà stato il trucco sbavato, che i problemi son sempre li stessi, irrilevanti per alcuni, critici per altri; meglio così hai detto e hai iniziato a parlare dei tuoi. Non vorrei che a furia di sentire tutti questi che si preoccupano delle mie condizioni, poi mi facciano ammalare sul serio, che in fondo è tutto tranquillo (o quasi), magari è questo il vero dilemma.
Un amico ha detto che sarebbe stato bello incontrare qualcuno di famoso, allora io ed un'altra ragazza con i pensieri collegati, ci siamo girate e abbiamo risposto all'unisono “ma come, ci siamo già noi, non ti bastiamo?” scoppiando a ridere, perché certe cose non cambiano mai.

Se fossi in un film questo sarebbe il momento in cui fumare una sigaretta affacciata alla finestra, invece osservo un ragazzo che s'è fermato al distributore automatico del bar sotto casa per comprarsele.
E poi pensavo, ma per avere degli occhi accesi ci saranno mica degli interruttori da qualche parte?

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Nasce un nuovo progetto per il Comune di Salice Salentino che vede protagonista l'ex Convento della Visitazione in un intervento di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.
L'amministrazione Comunale ha manifestato la volontà di candidare a finanziamento uno degli immobili più antichi della storia Salicese partecipando al Programma Operativo previsto dalla Regione Puglia in merito all'utilizzo delle risorse comunitarie del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FERS).
Obiettivo degli amministratori è quello di trasformare la casa che una volta era dei Frati Francescani in una Biblioteca di comunità e archivio storico, luogo che sarà un valore aggiunto non solo per la comunità salicese ma anche di un territorio più esteso.
Essendo l'obiettivo di natura più ampia di quella strettamente locale, la Città del Libro Onlus, rappresentata dal Presidente Cosimo Durante, ha così aderito al partenariato per la realizzazione del progetto che potrebbe risultare un insieme di servizi da porre in rete. La collaborazione con la Città del libro avverrà sulla pianificazione di una strategia culturale coerente ed in sintonia con la proposta progettuale del Comune di Salice Salentino e nell'organizzazione di eventi culturali che saranno tenuti proprio nella struttura.
Giovedì 28 settembre alle ore 17 sarà dunque tenuto un incontro pubblico presso il Convento della Madonna della Visitazione per la presentazione del progetto e per l’attivazione di workshop pubblici.

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Lunedì, 25 Settembre 2017 08:49

Per chi legge, per chi non legge, per chi leggerà…

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È arrivata alla tredicesima edizione la “Festa dei lettori, sconfinaMENTI”, l’iniziativa promossa dalla Regione Puglia e che si tiene in molte altre regioni d’Italia.

 

Veglie, dal 23 settembre al 2 ottobre con tantissimi eventi e diverse location, vedrà reading con musica, presentazioni di libri e flash mod di lettura. Inoltre, il 30 settembre, presso il Gal – Terra d’Arneo, si terrà il dibattito “Generazioni al confine” con la scrittrice Flavia Piccinni e lo psicologo-psicoterapeuta Luigi Russo.

 

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Venerdì, 22 Settembre 2017 19:15

Cartoline non spedite #8 Equi in ozio

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I ghiaccioli si sciolgono ancora anche se sembra insolito.
Vivere al sud presuppone Kelsey King illustrationattraversare un autunno settembrino senza identità. Non è più estate e non è ancora tempo per le foglie di cadere per terra. I tipici colori caldi ci avvolgeranno in ottobre, il mio periodo preferito da sempre (e il fatto che manchi un mese esatto al mio compleanno è totalmente ininfluente nel giudizio, totalmente, lo giuro).

Di solito nei periodi in cui ritorna qualcosa ciclicamente o in quelli in cui si cerca di iniziare da capo una nuova vita, si tende a far spazio o quantomeno pulizia e ordine. Poi succede che in realtà, la formula “basta, da domani cambio tutto” funziona solo per quei ricconi cinquantenni che prenotano un biglietto e si trasferiscono a mille miglia a vendere cocco bello, cocco fresco sulla spiaggia, ma questa è un’altra storia.   
Per quel che mi riguarda ho cercato di fare il cambio di stagione nell’armadio, ma proprio una settimana fa, sono stata rapita da un vestitino corto, sebbene a maniche lunghe, abbastanza leggerino e svolazzante. E a casa, ogni sera, mi pento di non aver dato retta al mio io più vero, che mi diceva “ma vedi che non lo metterai, farà sempre più freddo”. Sì, perché nei camerini dei negozi c’è un’idea di vita falsata, tutto ti sembra splendido, la vita semplice e glamour e il freddo non esiste, soprattutto se sei reduce da una corsa per infilartici dentro (prima che la serranda chiuda e concluda la giornata lavorativa di quei commessi che ora ti stanno guardano con la bestemmia in punta di lingua).
Se può contare come pulizia, mi affibbio anche l’intrepido gesto coraggioso di aver sgrassato minuziosamente ogni fessura della tastiera del mio pc (da una ricerca londinese pare che sia più sporca di una tavoletta del water), notando come la lettera Z sia quella più incline al sudiciume, e che cazzo! Ed inoltre ho una K che mi è saltata via, ma forse questo è un dettaglio meno entusiasmante (forse).
Non vorrei cadere nell’errore, seppur comune, di lasciare la polvere sotto al tappeto, anche se evitare di fare qualcosa potrebbe costare di per sé molta più fatica. Magari sto provando un po’ di amarezza, ma a quanto pare mi farà bene a lungo termine. Il dolore si accetta e si attraversa, mi ripetono. Ho una paura matta dell’inverno che sta per arrivare, anche di me e della mia testa. A volte ho bisogno di mettere tanta distanza tra me e le persone. Conservare i momenti più preziosi, proteggere la poca gente che vale e tagliare fuori quello che in un modo o nell’altro può nuocermi. Non ho fatto una lista, non mi basterebbe, mi sono detta. Anche le foglie cadono giù con una lunga e paziente danza. La nostalgia che porta con sé l’autunno mi rende spossata e romantica.
Quando soffio le candeline della mia torta esprimo sempre lo stesso desiderio da anni, anche se non me lo ricordo mai, quindi non so se si sia avverato oppure no. Allora continuo a ripeterlo, a ogni parola non detta, a ogni foglia caduta.    

(Illustrazione di Kelsey King)

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Venerdì 22 settembre 2017 alle ore 19.00, presso la Sala Cenacolo di Villa Cleopazzo (Via Montegrappa) a Squinzano (Le) si svolgerà la presentazione del nuovo libro di Valentina Perrone, il romanzo “Memorie di Negroamaro”, (Ed. Esperidi).

A dialogare con la scrittrice ci sarà Roberta Cavallo, sarà presente l’editore Claudio Martino. L’evento rientra nel calendario della rassegna "Quattro chiacchiere in punta di penna... Autunno" promossa da BiblioMediateca Squinzano e Pro Loco Squinzano. Il prossimo 30 settembre il libro riceverà il primo premio per la sezione “Romanzo” al Premio Letterario Internazionale "Città del Galateo" ed. 2017.

Il libro. La giovane Alessandra si trasferisce a Milano per insegnare in un liceo. La sua nuova vita, accanto al compagno Paolo, viene interrotta da una telefonata: poche parole del tutto inattese la riportano nella sua terra, il Salento, per risvegliare, in una manciata di giorni, un passato da cui credeva di essere guarita e per il quale perderà, forse, pezzi del suo presente. Dopo il successo di “Un caffè in ghiaccio con latte di mandorla”, la penna di Valentina Perrone si conferma ancora una volta profonda e significativa pur nello stile semplice che la caratterizza, narrando vite comuni segnate da destini per nulla banali. Linfa del suo inchiostro è sempre il coraggio, espresso lungo un viaggio che ripercorre a ritroso pagine che racchiudono memorie indissolubili. Tutto questo accade nel Salento, fatto grande dalla sua gente, dai suoi profumi, dai suoi frutti, da ogni frammento che lo rende punto fermo nel cuore di chi, in esso, vede le sue radici. Scrive Valentina: “Ci sono memorie che restano per sempre dentro noi stessi e che mai leveranno l’ancora per partire verso porti nuovi, perché il nostro è l’unico cuore dove vogliono rimanere, immensamente lontane dall’oblio e da ogni sua forma”. (Foto di copertina di Cristian Scarciglia).

 

L’autrice. Valentina Perrone (1980) vive e lavora in Salento. Laureata in Pedagogia dell’Infanzia e in Scienze Pedagogiche, titoli conseguiti entrambi con il massimo dei voti e la lode presso l’Università del Salento, ha collaborato con la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Ateneo salentino svolgendo studi e ricerche nell’ambito dei processi formativi e dell’educazione degli adulti, partecipando alla stesura di testi specialistici. Attualmente lavora nel settore delle telecomunicazioni. È inoltre giornalista pubblicista, scrive per Nuovo Quotidiano di Puglia e Affaritaliani.it. Nel 2015 ha ricevuto la Menzione Speciale al “Premio Giornalistico Terre del Negroamaro” indetto dal GAL Terra d’Arneo, mentre nel 2016 ha conquistato il primo posto al “Concorso Letterario Terre Neure” indetto dalla Cantina Cooperativa di Salice Salentino. Sempre nel 2016 ha ricevuto un premio speciale nell’ambito dell’ottava edizione del “Premio Terre del Negroamaro” organizzato dal Comune di Guagnano, per aver contribuito alla divulgazione, su testate locali e nazionali, dell’immagine bella delle Terre del Negroamaro. Da alcuni anni si occupa di uffici stampa e comunicazione social. Valentina adora i cani ed opera attivamente con associazioni a sostegno degli animali, suo il blog #LoveAndDogs su Affaritaliani.it. Svolge inoltre attività di volontariato per la promozione e valorizzazione del territorio locale. Nel 2015, sempre per Edizioni Esperidi, ha pubblicato il suo libro d’esordio “Un caffè in ghiaccio con latte di mandorla” (I classificato al Concorso Letterario Nazionale “Versi Tra Due Mari” 2016, III classificato al Premio Letterario Nazionale “Il Tombolo” 2016, finalista al Premio Letterario Internazionale “Nabokov” 2016). Nel 2017 conquista il primo posto per la sez. “Romanzo” al Premio Letterario Internazionale "Città del Galateo". Il suo sito web: www.valentinaperrone.it

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Sabato, 16 Settembre 2017 17:35

Cartoline non spedite #7 Su un prato lontano

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Ti annovero tra le cose che non smetterò mai di capire e dalle quali imparare a ridimensionarmi ogni volta, cara vita. Così, il fatto di aver ritrovato un amico che frequentava il mio stesso corso di laurea precedente, durante un test che mi permette di ricominciare tutto da capo, non mi lascia poi così esterrefatta. Della sua passione lo sapevo già, ma a volte, capita di essere così egoisti e di non credere all’autenticità dei sogni degli altri, come se nessuno potesse volere quanto vogliamo noi. Gli umani, che razza difettosa.  
Tuttavia, ho osservato per un po’ la gente che mi era intorno, non avevamo ansia, solo voglia di iniziare e di sapere, di conoscerci e farsi conoscere. Alcuni tipi un po’ bizzarri, ma in un numero molto ridotto di quello previsto, e altra gente simpatica. Al giorno d’oggi diventare “amico” di qualcuno è quanto mai semplice, nome, cognome e una richiesta d’amicizia sul social più comune (Facebook, ovviamente), oppure la creazione di quei gruppi whatsapp di coordinazione informazioni e comunicazioni, pieni di contatti con cui probabilmente non hai scambiato neanche un ciao, e mai lo scambierai.    
Di recente ho fatto una visita all’oculista, mi ero accorta che la mia miopia fosse peggiorata perché mi sembravano tutti più belli. E la sfortuna vuole che per apprezzare qualcosa, io abbia necessità di vederla solo da lontano. Mi ha aiutato un amico a trovare la soluzione: si è paragonato ad un quadro di George Seurat. Tantissimi puntini che da vicino non sono capaci di dire nulla, vaghe immagini di confusione e caos. Forse è per questo che andiamo d’accordo, ma non tutti sono in grado di leggersi dentro e di farsi leggere, perciò mi ritengo fortunata. Quel caso regolato che fa parte della vita ha voluto che l’effetto delle gocce per dilatare le pupille durasse almeno un giorno, così che io abbia dovuto davvero allontanare qualsiasi oggetto troppo vicino ai miei occhi per poterlo distinguere meglio. Persino la luce mi dava fastidio, ho dovuto camminare per strada chiudendo gli occhi.
Mi sono seduta in auto e ho guardato il finestrino, avevo caldo ed ero stanca. Affannata.  Il rumore irregolare della strada sotto le ruote ha riempito l’abitacolo, che è diventato una parte del mondo reale, il momento stesso in cui l’artificiale si fa natura, e il falso diventa vero o quantomeno possibile. Mi è presa questa  voglia improvvisa di rivoluzionare la mia vita e cambiare tutto quello che non mi piace. 
Ci ho ragionato per circa due anni, ma in fondo è bastato un attimo, come tutto ciò che conta; un guizzo di creatività, un unico istante lucido per ricordarmi di come si fanno le cose, di quello che devo fare e rimando da secoli. Purtroppo le conclusioni delle tre del mattino tendo a dimenticarle: mi capita di svegliarmi il giorno dopo troppo tardi e non ricordare più niente.  
Credo che i nostri "a domani" non intendano dire "ci vediamo tra dodici ore o poco più", ma piuttosto "ci vediamo quando saremo cambiati".

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