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Letteratura

Letteratura (211)

Un nuovo appuntamento con le pagine di Valentina Perrone. Sarà presentato venerdì 14 giugno alle 20 presso la Farmacia Letteraria Corte Grande di Martano, il romanzo della scrittrice e giornalista salentina, “Memorie di Negroamaro”.

Dopo i saluti della padrona di casa, la libraia Maria Assunta Russo, dialogherà con l’autrice Cristina De Vito. Il romanzo, pubblicato da Edizioni Esperidi, narra la storia di Alessandra, giovane docente di Filosofia che si trasferisce a Milano per insegnare in un liceo. La sua nuova vita, accanto al compagno Paolo, viene interrotta da una telefonata: poche parole del tutto inattese la riporteranno nella sua terra, il Salento, per risvegliare, in una manciata di giorni, un passato da cui credeva di essere guarita e per il quale perderà, forse, pezzi del suo presente.

Quello compiuto dalla protagonista è un viaggio a ritroso lungo pagine di ricordi indissolubili, in una terra fatta grande dalla sua gente, dai suoi frutti, dai suoi profumi, a cominciare dal Negroamaro, tassello indelebile delle sue memorie. Il libro, particolarmente toccante in ogni sua pagina, si è reso destinatario di numerosi riconoscimenti: primo classificato al Premio Letterario Internazionale Città del Galateo 2017, terzo classificato al Premio Presìdi del Libro Alessandro Leogrande 2018, terzo classificato al Premio Letterario nazionale Città di Taranto 2018, terzo classificato al Premio Letterario Internazionale Un libro nel Borgo 2018, menzione d’onore al Premio Letterario Nazionale Bari Città Aperta 2017.

Valentina Perrone, che collabora con Nuovo Quotidiano di Puglia, ha ricevuto numerosi premi non soltanto per i suoi libri ma anche per l’impegno in ambito culturale e nel volontariato. Nel 2015 ha pubblicato il suo fortunato libro d’esordio “Un caffè in ghiaccio con latte di mandorla”.

 

Il suo sito web: www.valentinaperrone.it.

(Foto di Salvatore Marcucci).   

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Mercoledì, 22 Maggio 2019 11:04

"Non vergognatevi di me" raggiunge Salice Salentino

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Venerdì 24 maggio alle ore 19.00, il giornalista e scrittore lametino Antonio Chieffallo, presenterà la sua ultima fatica letteraria Non vergognatevi di me, al Club Civico 5 di via Dante Aligheri a Salice Salentino. Introdurranno Cosimo Gravili, Presidente dell'associazione Vox Populi e Giovanna Politi, scrittrice. A dialogare con l'autore sarà la sociologa Silvia Grasso, il docente di Marketing del Territorio Ronny Trio e il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Tonio Tondo. Intermezzi musicali a cura di Domy Siciliano.
 
Il 20 dicembre del 1993, Leopoldo Chieffallo, allora assessore alla regione Calabria, viene arrestato a seguito di un’inchiesta sulla realizzazione di una strada. Il figlio Antonio, nel libro “Non vergognatevi di me” racconta quella che può essere definita una vera e propria odissea personale e familiare, vissuta nei quattro anni durante i quali si è svolta l’intera vicenda. L’aspetto giudiziario rimane sullo sfondo, per lasciare spazio agli episodi di vita quotidiana, raccontati senza filtri ed alcuna forma di alterazione della realtà. Il titolo del libro nasce da un episodio accaduto quattro giorni dopo la traduzione in carcere di Leopoldo Chieffallo, quando un agente penitenziario si presenta a casa con un biglietto indirizzato ai figli. All’interno del foglio, piegato in due, (che sarà la copertina del volume), tre righe con su scritto: «Non vergognatevi di me, sono innocente. Papà». Va sottolineato che non si è lasciato spazio ad elementi che potessero aprire dibattiti politici su quanto avvenuto nella stagione di mani pulite o su eventuali storture giudiziarie e questo perché il libro racconta semplicemente una storia umana che viene offerta alla riflessione ed alla curiosità dei lettori. Certo, il tema degli errori giudiziari ed anche della discussione su quanto accaduto nei primi anni novanta nel nostro paese finisce per affacciarsi nelle presentazioni che l’autore sta tenendo in tutta Italia. 
 

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Lunedì, 20 Maggio 2019 23:05

Cartoline portoghesi #6 Pintxos

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Alle sette del mattino la stazione São Bento di Porto è completamente deserta. O quasi. Sul mio volto ci sono tutti i segni della notte appena passata, nove ore in pullman, e la beffa è che per il mondo ora ho un’ora indietro, perciò di che mi lamento. Sono appena passata accanto a due ragazzi che hanno tirato una striscia di cocaina. Non mi era mai successo prima. Alle sette del mattino. Li ho guardati negli occhi e ridevano (quanto è grande la differenza tra chi ride sempre e chi è felice), ho provato un senso di nausea che quasi stavo per vomitare il pão com chouriço mangiato alle cinque del mattino, durante l’ultima sosta in autogrill. Il confine tra Spagna e Portogallo. Avresti voluto chiedere a questi ragazzi perché gli esseri umani hanno bisogno di scendere così in basso per sentirsi in alto. Quante dimostrazioni di esseri umani che non sanno fare altro che scendere in basso in questi ultimi giorni. Eppure solo dodici ore prima i miei occhi erano pieni di bellezza.

Che strano effetto vedere dal vivo le opere studiate sui libri. Ad essere sincera, alcune le avevo dimenticate. Ora che le ho viste con i miei occhi, difficilmente scorderò, soprattutto grazie ai commenti della gente. Il Guggenheim di Bilbao è come un elefante in una stanza di cristalli. Tutta l’architettura di questa città è sconvolgente. Surreale, sfrontata, ironica. Piena di vita, una culla di cultura. Ti ho pensato, ti sarebbe piaciuta. E con le luci accese, di notte, perfino romantica. Di quel romantico timido, che non t’aspetti, che non lo diresti mai. Di quel romantico tipico di chi s’innamora davvero (non plateale, sussurato, per paura di rovinare tutto. Che poi tutto si rovina comunque, ma questa è un’altra storia). Sarà che per me le città sono come delle donne, e Bilbao è stata quella che mi ha fatto pensare di voler iniziare una nuova vita insieme a lei (probabilmente perché sapevo che di lì a poco l’avrei lasciata). Chissà cos’è che ci fa commuovere. All’improvviso m’è venuta addosso una malinconia perché ho pensato che tutto quello che stavo vivendo non sarei mai stata in grado di descriverlo sufficientemente bene per far provare lo stesso sentimento di meraviglia, come se fossi una bambina di due anni che per la prima volta vede il mondo, e si sorprende di tutto. Che poi penso anche che bambina non sono più, e di cose (e brutture) ne ho viste ed è per questo che forse niente è mai abbastanza per sentirmi in pace e dire “okay, sono a posto così, grazie” e allo stesso tempo tutto è meravigliosamente brutale. Nel museo un ragazzo italiano ha detto ad un altro ragazzo “questo avrei potuto farlo io”, riferendosi ad un quadro di Lucio Fontana. E invece sai che c’è? Tu sei dall’altra parte, carissimo, e nessuno si ricorderà di te. Perché il punto non è tanto se avresti potuto farlo tu o meno. Il punto è che non l’hai fatto, ed ora sei qui a commentare sarcasticamente colui che invece è diventato immortale. E invece sai che c’è davvero? Neanche te lo dico, perché tanto finirà comunque tutto quanto. Forse è un male se vorrei comunque mangiarmi i chilometri pure se ci siamo persi di vista. Forse no. (E invece). Ogni città ha un qualcosa che vorrei vedere con te. Nel frattempo Simone, il poeta, si è sposato e qualcuno gli ha chiesto “Qual è la più bella poesia che hai scritto?”, lui ha risposto: non l’ho scritta, l’ho sposata. Esagerato lo so, ma rende bene l’idea di chi vorrei al mio fianco. E del perché non possa accontentarmi. Anche se mi manchi. La lingua conosce le rotte, mentre la vita continua. Ma anche lo stomaco ha fame e sebbene per me sia normalissimo farmi tre giorni senza dormire pur di conoscere una nuova cultura, torno a casa delusissima dai “pintxos” baschi – questi paninetti farciti in mille modi diversi che in realtà hanno lo stesso fottutissimo sapore e cioè ZUCCHERO CARAMELLATO. Mi faccio uno sfilatino coi pomodorini ciliegini, tonno, olio d’oliva e sale. Tanto sale. Mi apro pure una Super Bock, che m’è venuta voglia da quando ho varcato il confine e ho letto il cartellone super gigante che diceva “Sentivi la sua mancanza eh?” e dire che a me la birra neanche piace. Ma questa è diversa. Ecco. Amico mio, ti ho sentito triste ultimamente, brindo alla tua, dimmi che almeno tu sei felice. Non ho niente da dichiarare sulla geografia che divide le anime, canta in sottofondo Dimartino. E a te cosa importa di tutto se hai visto il mondo e non hai niente da chiarire, niente da dichiarare? Però dimmi almeno che sei felice, dico io.

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Sabato, 11 Maggio 2019 20:49

MANOLO e i Wild Boys

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“Ricordati di non dimenticare”, questo è il motto di Giulia Reale e, il sunto del suo nuovo racconto “Manolo e i wild boys”  pubblicato con “Edit Santoro”, Galatina.

Domenica 12 maggio 2019 alle ore 19.30 presso il Centro Studi "Don Tonino Bello" in Piazza San Nicola a Squinzano, Giulia Reale autrice del Libro "Manolo e i wild boys" racconterà la storia di Emanuele Vetrugno, boy scout novolese venuto a mancare  tre anni fa a causa di un incidente stradale.

L' autrice dialoghera'con Giovanni Rocca e il prof. Gianni De Pascalis. Venerdì 26 aprile presso la Caffetteria Normal situata a Taurisano si rammentera' la storia di Emanuele Vetrugno, boy scout novolese venuto a mancare  tre anni fa a causa di un incidente stradale.

“ Ho deciso di scrivere questa storia- dichiara l’autrice- nel momento in cui il fratello minore di Emanuele, Michele, mi ha fatto notare nel corso delle mie attività laboratoriali a scuola le similitudini con il fratello. Ma sono stati sostanzialmente gli appunti trovati su alcuni quaderni del ragazzo, che la famiglia Vetrugno mi ha concesso di visionare, a far nascere questo libro. È una storia che contiene un'altra storia tramite la quale il lettore può trarre le sue conclusioni:il libro non ha una fine. È il lettore a decidere il finale ”La storia, ambientata  a Novoli, ha inizio con uno dei suoi scritti intitolato “la partenza”. E già dall’ incipit si può evincere il temperamento e il pensiero del protagonista.  Coraggio, forza, altruismo, fede, amicizia e fiducia nel prossimo spolverati con un pizzico di creatività e passione per la musica sono i leitmotiv del racconto, “ingredienti” che contraddistinguevano Emanuele Vetrugno che, tra l’altro,  era un boyscout, un dj, un animatore.

“Manolo e i wild boys”  è una sorta di “racconto di bivacco” (racconto con una morale diffuso tra gli scout) che presenta Manolo, il suo modo di vivere la vita e di rapportarsi con il prossimo.  Chi legge la storia di Manolo può riflettere su diverse tematiche: -il  pensiero dei ragazzi nati  negli anni  ‘90, - lo scoutismo e il pensiero di Baden Powel,-il lavoro  dell’ animatore turistico,-i  valori, l’ amore, l’ amicizia, il lavoro spiegati da un giovane che sorrideva alla vita e, soprattutto, un ragazzo che sognava ad occhi aperti ed era sempre pronto a donare un sorriso a chi ne aveva bisogno.Inoltre, la storia è stata scritta dall’autrice non solo per ricordare un concittadino molto amato per il modo di essere e il suo operato, ma anche con un fine didattico, in quanto compare un’altra figura di rilievo nel racconto: Sara.

La descrizione dell’ incontro fortuito  con questa ragazza sfuggente e misteriosa, la sua presenza/assenza condurranno i lettori  a una riflessione più accurata sulla figura di Sara e sul sentiero della fantasia tanto amato da Manolo. Il racconto si chiude con il testo di una canzone scritta dall’autrice.

Per chi fosse interessato a conoscere la storia di Emanuele e avere una copia del libro può contattare tramite la pagina fb“Giulia Reale scrittrice”.

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Domenica, 28 Aprile 2019 19:31

Cartoline portoghesi #5 Albedo

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Esistono arance che non possono essere aperte con le mani. Io non ci credevo, o perlomeno ero convintissima del fatto che quelle “normali” fossero le solite a cui ero abituata da bambina. Grandi, tonde, succose e con una discreta porzione di bianco sotto la buccia. E invece no. (Una curiosità: la parte spugnosa, amara e più interna della buccia degli agrumi si chiama tecnicamente ‘albedo’ dal latino albus che significa bianco; questa parola è usata anche nel lessico della fisica ed indica la frazione di luce che viene riflessa da un corpo. Nel caso delle arance, la parte spugnosa è leggermente giallina o arancione, quindi si chiama flavedo, dal latino flavus, giallo, dorato). Wow quante cose che si scoprono grazie al cibo. Dicevo, e invece no. Durante la settimana delle vacanze pasquali mi sono ritrovata ad intrattanere questa conversazione surreale con la mia coinquilina brasiliana (che da ora in poi chiamerò Duda), che poteva sfociare davvero in una terza guerra mondiale. Nessuna delle due era propensa a rinunciare alle proprie convinzioni. La scena si è svolta più o meno così: io e Duda in cucina a preparare dei dolcetti di cocco (e latte condensato, da brasiliana wanna be) ricoperti di cioccolato, un sapore molto simile ai “Bounty” in commercio, e fin qui tutto bene. Poi io da buona golosa ho preso delle arance perché volevo ricoprire gli spicchi con il cioccolato fuso avanzato. E non se n’è capito più niente. Duda mi guardava sconvolta mentre aprivo le benedette arance con le mani e insisteva sul fatto che queste non fossero delle arance normali, poiché se così fosse, solo il coltello avrebbe potuto aprirle. Più di mezz’ora a discutere su quest’argomento stupido, con le mani impiastricciate di latte condensato e cocco che si appiccicava dappertutto, ed io che mi piegavo in due dalle risate e urlavo che era assurdo, e mi veniva da piangere e ridere e tutto insieme. Mi veniva da piangere perché erano giorni che cercavamo di organizzare un viaggio senza riuscirci e quindi dovevamo trovare dei modi per distrarci (tipo nella fattispecie: fare dolci), e mi veniva da ridere perché, c’mon life, seriously? Mi ritrovo in Portogallo nella settimana delle vacanze di Pasqua, sta piovendo come se non ci fosse un domani, e sono coinvolta in una discussione su delle fottute arance? Divertente. Così divertente che appena ha smesso di piovere sono andata a fare una passeggiata e ho chiamato il mio migliore amico per raccontarglielo. Però nel mentre ho dovuto interrompere la chiamata perché il tramonto era qualcosa di assurdo, tutti i colori insieme chiaramente distinti. Un gioco di luce pazzesco, gli invidiosi diranno Photoshop. A volte anche la vita è così assurda che sembra photoshoppata, e invece è vera.

Ps. Le arance che possono essere aperte solo con il coltello esistono. (In Brasile, ma esistono).

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A Guagnano la cultura torna protagonista grazie a un nuovo appuntamento letterario firmato Pro Loco Guagnano ’93. Si terrà venerdì 3 maggio alle 19:30 presso il Museo del Negroamaro (via Castello) la presentazione dell’ultimo romanzo di Giovanna Politi, “Io sono l’a-more” edito da Kimerik. Dopo i saluti del presidente della Pro Loco Antonio Congedo e del sindaco di Guagnano Dino Sorrento, l’autrice dialogherà con Valentina Perrone, giornalista e scrittrice, e Ronny Trio, docente di Marketing del Territorio presso l’Università del Salento. La cornice musicale sarà a cura del maestro Gianluca Milanese, flautista. L’evento rientra nella rassegna “Libri nella Terra del Vino” ideata e promossa dalla Pro Loco Guagnano '93 per promuovere e valorizzare la cultura e gli autori locali. Al termine dell’evento, che gode del patrocinio del Comune di Guagnano e rientra nel calendario de "Il Maggio dei Libri 2019", ci sarà una degustazione di vini offerti dall’azienda Feudi di Guagnano. Ingresso libero.  

Il libro. Io sono l’a-more è il romanzo che educa a un nuovo “sentire” oltre l’udibile, la narrazione sensuale, passionale, ma anche dolorosa della natura umana in tutte le sue fragilità e in tutta la sua contraddittoria bellezza. L’essere umano, incoerente, sofferente, mortale, è salvato da una sola meraviglia che, a un tratto, irrompe e gli s’impone: l’a-more.  Perché a-more significa: senza morte. Chi ha amato, anche solo per un solo istante, ha infatti sublimato la sua anima rendendola immortale. Livia, la protagonista, è una ragazza sorda dalla nascita che conduce il lettore nel suo mondo ovattato e silente, dove segnando con mani veloci come rondini in volo, condivide il suo mondo di donna-isola, il suo rapporto speciale con la mamma, quello magico con la nonna, quello rabbioso con un padre assente che poi recupera scoprendosi libera da ogni rancore, quello con la poesia che le esplode dentro servendovi dell’aria salmastra come vettore per ogni sua emozione. Livia che ama Lorenzo, l’amore infedele che si scontra con tutti i falsi perbenismi, ma che cede il passo, dopo la passione più incontrollata, al sentimento umano della compassione e del dono. Io sono l’a-more è il romanzo che capovolge il tavolo, che cambia la direzione di ogni visione, che sconvolge le coscienze, che spappola la carne e irrora le arterie del cuore; è la traduzione di ogni sentimento umano perché lo sviscera e lo scompone per arrivare poi all’unica, possibile conclusione: solo l’amore salva.

L'autrice. Giovanna Politi è una scrittrice e poetessa leccese, ha pubblicato diversi romanzi e sillogi poetiche ricevendo innumerevoli riconoscimenti. Il suo sito web: www.giovannapoliti.it.

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Giovedì, 28 Marzo 2019 22:11

Cartoline portoghesi #4 Dio

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Questa mattina, quando mi sono svegliata, sul cellulare mi è arrivato un messaggio da Dio. Non il vero Dio, anche perché sarebbe un po’ un miracolo, però c’è un’applicazione su messenger (non so per quale ragione si sia attivata sul mio profilo), che ogni tot di giorni mi manda dei messaggi col suo nome. Oggi, quindi, tra le varie notifiche, avevo anche questa qui, con la dicitura “God”, perché è in lingua inglese. E il messaggio diceva “Hello Denise, do you feel you are humble?”, cioè Lui che mi chiede se sono umile. Okay. Io ho detto di no, perché nessuno lo è veramente. Se lo fossimo il mondo non sarebbe il pasticcio di carne e sangue che è. Pensiamo di avere tutto il tempo dell’universo, di essere invincibili, di fare quello che ci pare e piace tanto ne abbiamo il diritto, di cadere e rialzarci come se fossimo di gommapiuma. E invece poi, chi te l’ha detto. Che ne sai. Dio mi ha risposto che è comprensibile che io non lo sia, ma ogni tanto è giusto ricordarsi che non siamo onnipotenti e non siamo infiniti come Lui. Ehi grazie, mi era giusto successa una cosetta qualche giorno fa, e avevo sbattuto la faccia con la realtà, per la seconda volta. Che poi “sbattere la faccia con la realtà” è un’espressione proprio comica nel mio caso.  Mamma mia quanto siamo fragili. Mamma mia quanta tristezza quando non riusciamo a dire le cose che per noi contano di più. Che imbarazzo a vivere davvero. Soprattutto quando c’è sempre l’ombra del fallimento che aleggia spettrale. Chi ci riesce a fare sempre tutto bene? Che invidia. Ma poi, che cosa rimane? Una stanza in ordine, le scarpe allineate, nessuno strappo sui vestiti. E invece, bottiglie aperte, briciole dappertutto, padelle da lavare, le rimanenze di due torte che hai fatto solo perché non volevi pensare. Scarpe nuove, per la bella stagione. Alle sei del mattino la stanza si inonda di luce come se fosse mezzogiorno. Quant’è difficile dormire, a volte. Tu lo sai che cosa significa? Respirare anche quando fa male, che siamo fatti così, dobbiamo reggerci in piedi da soli, chiedere aiuto il meno possibile, che tanto chi vuoi che ti risponda, andare avanti, in modo disperato, chissà verso dove poi. Le luci che mi abbagliano gli occhi. Ho capito che le discese non fanno per me. Solo salite. E “quello” mi chiede se sono umile.

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Giovedì, 21 Marzo 2019 23:03

Cartoline portoghesi #3 Apanhar sol

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qree

Ci sono troppe ricorrenze. La giornata della mafia, del razzismo, del tiramisù, il compleanno di una delle mie migliori amiche, l’anniversario di nascita della Merini e di Tenco, la superluna. La giornata della poesia, come se già non fosse poesia questo fatto che l’inverno finisce, anche se sembrava impossibile e lunghissimo. E invece. Primavera. Il sole alto nel cielo già alle 7 del mattino, le scie di due aerei che quasi si scontrano. E invece. La calma di una cucina che riconosci come casa (visto che ci passi quasi la maggior parte del tempo, aspettando chi ritorna da lezione come te e si ferma a chiacchierare).
Le confidenze che pensavi non potessero mai esser fatte, gli abbracci di consolazione che ti ritrovi a dare, impacciata, a qualcuno che ti aveva rivolto la parola solo tre volte. La difficoltà di voler esprimere tutto quello che senti con un vocabolario limitato. La sicurezza di quello che vuoi, l’incertezza di quello che avrai. I capelli che dopo averli lavati profumano di gelato alla nocciola. L’unico foulard che hai non si abbina con nessun maglione ma lo devi indossare per via di quel mal di gola che si ostina a non passare. Così come il mal d’orecchio, e di testa.
Questa mattina però ti sei svegliata allegra, perché le ricorrenze sono importanti e il corpo lo sa. Il corpo sa sempre tutto. Anche questa tosse che non va via, che si ferma all’altezza della gola e non ti fa parlare. Ma oggi è diverso. Oggi ti sei svegliata allegra, proprio allegra, ché sei quella che cerca sempre di portare il sole nella vita degli altri e invece, come se lo sapessi, ti sei seduta sul balcone a lasciare per una volta che il sole entri nella tua, di vita. E hai pensato che vorresti comprare un paio di sandali, per camminare a piedi liberi. Benedette velleità. Ma non un paio di sandali qualsiasi, no, non è mai un paio qualsiasi per te. Li hai visti in un negozio due settimane fa, mentre sceglievi un regalo e hai pensato “quelli saranno miei” e lo saranno, che se c’è un punto fisso della tua vita che ti ha reso sempre molto distante da tutti gli altri intorno a te, è che sai benissimo quello che vuoi (anche se quando ti chiedono di scegliere potresti metterci un’eternità). Sì, nonostante tutti i cambiamenti che hai dovuto sopportare per reinventarti ogni volta e non lasciarti andare mai, sai benissimo quello che vuoi. E sai benissimo che sei l’eccezione. Che poi in realtà, quello che vuoi sono una serie di ispirate sciocchezze (la difficoltà consiste nel trovare il modo di commetterle, diceva il signor Shaw). Cose semplici, ma non cose facili. La differenza è tutta lì, ma pochi sanno coglierla. Una porta non si apre che con una chiave, non ne esistono due diverse che possono farlo. Quella è. Inutile accanirsi se le cose non vanno. Smettere di chiedere. Mi sono lavata la faccia con un sapone all’argilla, dice che serve a purificare la pelle. Non mi sono truccata, mi sono guardata allo specchio e quello che ho visto mi è piaciuto. Canto “Arrivederci tristezza, oggi mi godo la mia tenerezza. E domani chissà.” Guardo la luna, spero di non confondermi. Spera di non confondermi.

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Venerdí 8 marzo, alle 17.30, andrà in scena la seconda edizione di Donne d’Autore, la manifestazione promossa dall'Assessorato alla Cultura di Carmiano guidato da Stefania Arnesano, in collaborazione con la biblioteca comunale e Vivicitt@news. L' iniziativa è ispirata alla Giornata Internazionale della Donna e dopo i saluti istituzionali, vedrà la partecipazione dell'artista e docente Monica Lisi che proporrà un interessante studio racchiuso in un opuscolo realizzato dalla Galleria d' arte contemporanea Scaramuzza sulla figura della donna nell'arte. Il percorso proseguirà con la lettura di brani a cura delle attrici Paola Maffeo, Nives Pallara e Annelise Pellegrino. La cantante Serena Spedicato ed il maestro Andrea Rossetti renderanno ancora più magica la serata, impreziosita dalle coreografie de L’Ecole de Danse di Ninfa Fersini. La scenografia sarà a cura di Gianni Liaci e l’allestimento di Gianni Spagnolo. La serata si concluderà con una dolce degustazione offerta da Quarta Caffè e Pasticceria Perrone.
Media partner: Radiondagiovane Web.
 
 

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Domenica, 03 Febbraio 2019 15:24

Cartoline portoghesi #2 Rise and shine

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È da ieri che ha smesso di piovere, precisamente da quando mi sono trasferita nella nuova casa. Mi sembra giusto, dopotutto un trasloco durato due giorni con otto valigie sotto il diluvio universale e senza nessuno che possa aiutarmi (la mia ex coinquilina ha ancora la febbre) è un'esperienza da fare almeno una volta nella vita. Anche se sono piuttosto convinta che il tassista numero due non la pensi allo stesso modo, dato che solo il tassista numero uno ha avuto la gentilezza di scendere dall'auto per accompagnarmi fino al portone, e farsi una doccia sotto la pioggia come nei migliori cliché delle commediole romantiche (di solito è il momento in cui lui capisce che non può vivere senza di lei e ritorna pentito e blablabla quelle cose lì, da film insomma). L'altro tassista è sceso dall'auto giusto per creare un incastro tra una valigia e altre quattro borse, passare tutto nelle mie mani come una staffetta e via, vai con Dio ragazza che studia cose artistiche, e l'avevo capito visto che indossi il basco bordeaux, e hai i capelli corti come una francese, e non si sa mai quando smetterà di piovere, ha detto proprio così, nella breve ma intesa conversazione che abbiamo avuto durante il tragitto.

Il risveglio è stato un po' come se fossi in una puntata di Gossip Girl a Manhattan, nella mia mente ho chiaramente sentito la voce in sottofondo che diceva “Good morning, Upper East Siders. This is your wake up call. È mattina a New York, rise and shine, è ora di svegliarsi dai brutti sogni, saltare giù dal letto e cominciare a fare programmi per un futuro radioso.” Tant'è che come vicino di stanza c'era anche un simil Nate Archibald. Così, ho sceso la scalinata in legno (senza dare il braccio a nessuno) finché non ho invece dato la mano alla donna delle pulizie che mi sono ritrovata in cucina (e che molto scioccata da ciò) mi ha fatto un sorrisone e ha detto che ho un nome bellissimo, presentandomi suo marito e suo fratello che poco prima erano nel salotto indaffarati con altre faccende. Ho continuato a bere il mio latte d'avena, gustandomi la vista fantastica dalle vetrate di questo quinto piano, convincendomi sempre di più del fatto che ci sono momenti, anche se durano attimi, che valgono tutte le prove che ho dovuto superare finora, e che probabilmente non sarei mai stata in grado di apprezzare, se le cose non fossero andate esattamente così.

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