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Cultura (619)

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Venerdì, 02 Febbraio 2018 19:42

Cartoline non spedite #27 Sforzati

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Ho una concezione troppo alta dell’umanità per potermi accontentare di quella presunta che vedo intorno. Non ha niente a che fare con lo snobismo o con l’avere la puzza sotto al naso. Se in un momento scomparissero tutte le immagini, se in un solo momento scomparisse qualsiasi fotografia o figura.
Ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua perché il reflusso gastrico mi ha lasciato un sapore in bocca troppo amaro, così all’improvviso, eppure avevo da poco mangiato un quadratino di cioccolato fondente.

Un giro di valzer, di polca, di mazurca, di mattonella, inventa una parola solo per me, ma che sia delicata. Morbida e aggraziata. Arriveranno dolci sogni, anche se prima hai dovuto vedertela con quattro incubi, dico quattro, e tutti reali, e infatti non capivo come tutto questo fosse accaduto solo in mezz’ora e non invece in almeno una decade.
Quando in cielo ci sarà la luna piena, e i cardellini torneranno a parlottare tra di loro, lasciami andare, sarò io a cercarti. Anche se molte parole si dicono tanto per dire, e io ne ho le prove. Non perché le ho dette, ma perché le ho sentite pronunciare e minuziosamente le ho raccolte e archiviate in ordine alfabetico, per poterle trovare subito all’occorrenza. Mi è costato un po’ di fatica, ma lo sforzo ne è valsa la pena. Solo che adesso c’è la lettera zeta che mi punta una pistola continuamente. Da quel momento, in ogni azione che svolgo, sono costretta a sentire su di me quest’arma carica e non so quando premerà il grilletto, se lo premerà. Magari è la giusta condanna per aver voluto incasellare e ordinare, in questo museo letterario. Perché le parole si dicono, e a volte si scrivono, ma una volta che si sono dette e si sono scritte diventano altro da noi, e io me ne rendo conto sempre più spesso. Le parole che scrivo diventano degli altri, e non c’è più possesso, non c’è più ordine, sono solo una somma di lettere, che cambiando l’ordine divengono altro e diventano di tutti. Per fortuna però che quello che vivo, lo vivo soltanto per me, perché bisogna essere molto egoisti per poter diventare altruisti. Io a volte sono distratta, poi mi ricordo che i doni non si rinfacciano mai, soprattutto quando non ce li danno, specialmente quando non ce li fanno. E allora mi ricordo di respirare, che tutto esiste anche nella mancanza. Se in un momento scomparissero tutte le immagini, se in un solo momento scomparisse qualsiasi fotografia o figura. Almeno avrei voluto saper disegnare, ho sempre avuto questo desiderio che resterà incompiuto. Sapessi almeno disegnare, farei il ritratto del ricordo, nonostante quella dispettosa lettera zeta che mi continua a puntare la pistola, e non spara. Forse con questa tensione si disegna meglio, forse mi ricorda che bisogna sempre vivere, qualsiasi cosa significhi. Non lo saprò mai, in realtà, perché la risposta ce l’avevo in una foto, ma non in una foto reale, ancora peggio, in una foto della mente, e non riesco più a leggerla, perché gli occhi mi si sono riempiti d’acqua, ché sono andata a vedere un laghetto pieno di oche e queste mi hanno infradiciato. Se solo ti sforzassi almeno un po’, io non so più come non dirtelo. Non volevo saperlo. C’è una quantità immensa di conoscenza e tutto ciò non fa che aumentare la mia ignoranza. Io guardo il laghetto e tu mi parli di anatre, rinoceronti, fenicotteri, pterodattili. Alzo gli occhi al cielo e mi chiedo quando la lettera zeta, costantemente al mio fianco, sparerà. Non ti ascolto più, mi chiedo solo se la sua mano sarà abbastanza ardimentosa. Ma la zeta non spara mai, è solo molto sadica e si diverte così. Sforzati mentre mi sforzi, lasciami dormire almeno un giorno intero.  

yaoyao

 

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Venerdì, 26 Gennaio 2018 23:00

Cartoline non spedite #26 Classico futurista

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C’è una solidarietà tra chi si sveglia all’alba, e questa solidarietà cresce in modo smisurato soprattutto se ci trova nei mesi freddi. Le stazioni alle sei di mattina sono luoghi spettrali e al tempo stesso sanguigne. Le espressioni di chi le frequenta sono contratte, la pelle tirata, i capelli ancora arruffati, oppure al contrario sul viso ci sono delle enormi maschere di trucco che danno alle ragazzine un’aria vissuta (sì, vissuta perché almeno tre ore di fronte allo specchio te le devi passare). Non riesce ad addolcirle nemmeno un’alba ovattata (per via della nebbia e dell’umidità) che dà al cielo le sembianze di una pesca sproporzionata, tagliata in due dalle scie bianche di aerei in partenza.  Ritornare sul luogo del delitto (o dei delitti), qui inteso prevalentemente in ambito psichico, è una sensazione che può farti sentire ancora più fuori posto del dovuto. Nessuno riconosce la tua esperienza, e agli occhi degli altri puoi sembrare addirittura una novella, inesperta, mentre loro, piccoli grandi conoscitori della dura realtà quotidiana, sputano per terra a cadenza ritmata (non ho mai capito il perché di questo gesto), e non hanno idea di quanti anni hai percorso con una ripetizione religiosa, quelle strade e quegli umori, quasi come fosse un rituale. E questo è in parte bene, perché vuol dire che non sono rimasti segni indelebili sul tuo viso, ma tutto è riuscito a scorrere indefesso, come se il suo compito fosse stato quello di purificare e levigare il tuo viso. Ma in parte è male, perché il nostro minuscolo ego diventa in certe occasioni molto grande e confonde l’esperienza con l’essere in possesso della verità. Le mani hanno cambiato colore, perdendo la sensibilità percettiva e sfogliano pagine, le stesse pagine che hanno ininterrottamente maneggiato per almeno dieci ore di fila, senza staccarsi che per minuti.
È ancora tutto come prima, ed è tutto profondamente cambiato. La luce aranciata potrebbe benissimo passare per un tramonto, e invece i capelli riccioluti che ho di fronte, ne godono la sfumatura, e presumo che abbiano da poco abbandonato il cuscino, dopo una notte ristoratrice.

Le strade svuotate hanno un loro ritmo di riempimento, e per le vie del centro si nota qualcuno che sta rincasando adesso. Finalmente può uscire allo scoperto senza essere giudicato malamente. È come un passerotto che ritorna al nido, ma poi dalla sua occhiata spietata e caritatevole allo stesso momento, mi rendo conto che probabilmente questo nido non esiste. Ho lasciato una barretta ai cereali e cioccolato fondente sul tavolo prima di uscire di casa. Quando mia madre ha richiamato per accertarsi che non me la fossi dimenticata, ho affermato senza esitazione di averla lasciata di proposito. Ho messo giù. Poi ha chiamato ancora una volta per chiedermi se avessi fatto colazione, non sapeva ma poteva intuire il perché della mia sgattaiolata congiunta ai netturbini. Non ha chiesto, più. Avrei voluto dire.

Forse a volte sono le lacrime che levigano il viso, impediscono agli anni di fermarsi e di lasciare impronte. Ma lo specchio impietoso del bagno mi riporta agli occhi le linee formatesi per sottolineare ed aggravare delle occhiaie già scavate, rimarcando una notte sprovvista di sonno. Mi vengono in mente quelle ragazzine, il loro rossetto scuro, quasi nero, e quelle maschere di fondotinta e cipria. Ho ancora gli stessi tormenti adolescenziali, ma preferisco la mia età. Il classico non può avere una definizione che non cambi ogni volta. Ed è vietato guardare fuori dai finestrini dei treni.

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Venerdì, 19 Gennaio 2018 15:42

Cartoline non spedite #25 Pazienza

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Mi sono chiesta se fosse in qualche modo possibile scrivere senza avere un destinatario a cui raccontare. O meglio, non se fosse possibile, ma se avesse senso. Però poi sarei sempre io a parlare, e parlare, e parlare. Verrebbe fuori un ininterrotto flusso vomitato di pensieri, tutto filtrato attraverso i miei occhi, i miei ricordi, desideri, paure e speranze. Così patetico.  E a proposito, proprio ieri notte ho scoperto che patetico non ha nulla a che fare con il ridicolo, almeno non per chi lo è. Già, perché la radice deriva dal greco pathētikós, che deriva a sua volta da páthos, ossia sofferenza. Poi mi sono chiesta da dov’è che provenisse tutta questa sofferenza (non la mia, dico quella in generale) e così ne è venuto fuori che i latini usavano questa parola (sufferentia) per indicare la sopportazione e la pazienza. Ed io che credevo che la pazienza portasse alla felicità, dopo ieri mi sembra di aver sbagliato tutto. Ricapitolando, la pazienza ti permette di sopportare e la sopportazione ti porta a soffrire. Questo sì che è patetico, nel vero senso della parola. Chissà perché gli altri possono permettersi di mancare, così come il destinatario a cui raccontare qualcosa, mentre io devo esserci sempre, altrimenti chi è che scrive, e chi è che vive. E poi chissà perché te lo fanno anche pesare. Gli altri possono mancare e possono dire qualsiasi cosa, tanto ci sarà tempo per rimangiarsi tutto. Ma gli altri chi? Io intanto sento questa musica di un pianoforte che suona in lontananza e mi pento di non aver comprato quei jeans che avevo visto in saldo, con dei gattini disegnati all’altezza delle ginocchia. La mia taglia è sold out. Bell’amica che sei, mia cara pazienza.
Controllo sempre i siti dei voli, il che è un po’ buffo, visto che raramente poi prendo un aereo, anche se vorrei partire sempre, perfino in questo momento, così, solo per andare in qualche posto nuovo. Allora mi alzo dalla scrivania perché non voglio più scrivere, ma poi il dialogo invisibile continua nella mia testa mentre vado ad osservare l’asciugatrice che è in funzione. Non c’è modo di fermarlo. L’asciugatrice è un oggetto bellissimo, praticamente rassomiglia ad una lavatrice, stesse dimensioni, stesso oblò e cestello che gira, però invece di lavare, asciuga. Perché non posso scrivere solo una riga e poi fermarmi? Ci sono tutte queste convenzioni sociali in cui un pezzo deve avere minimo duemila battute altrimenti non è rilevante. Quindi scrivo le mie belle duemila battute, senza ridere, e quando finisco mi do metaforicamente una pacca sulla spalla e mi dico soddisfatta, bel lavoro. Ma per chi? Magari l’unica cosa che aveva davvero senso in tutte queste parole era solo una frase e invece ho dovuto farcirla di contorni inutili. Mentre guardo l’asciugatrice in funzione, vedo quest’acqua che scorre come un fiume e se ne va in una scanalatura, ed io vorrei metterci le mani e inceppare il meccanismo. Forse è una deformazione mentale, mi capita spesso, mi capita in tutto. Osservare l’acqua è davvero catartico. Ho questo grande difetto del voler bloccare le cose che girano, invertire l’ordine e vedere cosa può esserci ancora. E vedere se può esserci ancora qualcosa. Non è mica giusto, che i reggiseni costino molto più degli slip, ci pensavo giusto ora, mentre li vedo girare. È una differenza davvero spropositata.  E soprattutto non ha senso. Per ripicca non ne userei neanche uno. Sono riottosa, mi dicono. Quant’è bella la parola riottosa. Giorni fa, son passata dal reparto nido di un ospedale, visto che ero lì, e volevo capire come mai non sento nessun istinto materno, anche se quello che faccio continuamente nella mia vita è preoccuparmi per gli altri. Quei bambini erano così distanti, c’era un vetro che li separava da tutti i parenti, e poi c’ero anche io che però non saprò più nulla su di loro, a parte che qualcuno li chiamerà coi nomi: Alex, Carola, Andrea, Mattia (ce n’era pure un quinto che non ricordo). Probabilmente ho sbagliato anche gli altri quattro, non darei molto credito alla mia memoria. Spero davvero che saranno amati, dalle loro madri prima di chiunque altro. Non ho mai capito la leggerezza di chi dice “sei la mia vita” dopo neanche un mese, a qualcuno che ha conosciuto per caso. Io non l’ho mai detto, e mi spaventa anche solo pensare di poterlo dire. E poi sai che bella fregatura essere la vita di qualcuno? Alla fine muori comunque. Quanto tempo ci viene concesso per risalire alle cause di una sofferenza? Per legge sei mesi e non un giorno di più. Ecco perché io e le leggi non avevamo proprio nulla a che fare. E ancora mi chiedo perché ho aspettato così tanti anni. La pazienza, o dovrei dire la sofferenza. Anche mia madre non fa che ripetere in continuazione “alzati di qua” e “alzati di là”. Forse si deve stare in piedi per poter crescere nel modo corretto e germogliare fino a sbocciare. Sarà per questo che le cose regolari e le convezioni, le sopporto così poco, tant’è che invece di duemila battute, ne ho fatte quasi il doppio. Come sono riottosa, e simpatica persino.   

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Inizia una nuova stagione nel 2018 della Compagnia Mura di Flamenco Andaluso. Giovedì 18 gennaio nel teatro comunale di Novoli, ore 21, si terrà il concerto e reading poetico "IL FUOCO NELLE MANI DI GARCIA LORCA: CANTE JONDO E FLAMENCO". Con esecuzione di brani di Flamenco del Chitarrista Compositore MAX MURA con danze della Coreografa ALESSANDRA GRAZIUSO e della  Ballerina MARIA GRAZIA CARROZZO e accompagnamento del Percussionista (cajòn e bongo) LAYE SECK;
Il reading  poetico dal Poemadel Cante Jondo di Federico Garcìa Lorca con DENISE COLLETTA, ViceDirettrice artistica della “Compagnia Mura”. Presentazione di  VINCENZA  DE  RINALDIS.
Direzione artistica di MASSIMO “MAX” MURA.
L'evento è organizzato dal comune di Novoli-Fondazione Focara, col patrocinio morale della provincia di Lecce.

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Venerdì, 12 Gennaio 2018 18:27

Cartoline non spedite #24 Di quello che scrivo

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Quando ti penso mi fischia un orecchio, non ricordo mai se il destro o il sinistro, maledizione. Di recente mi è stato chiesto se le cose che scrivo siano realmente accadute o abbiano dei riferimenti a persone che esistono davvero, e cose così. Ma io non racconterò mai di te, anche se ho avuto sempre la curiosità di sapere se leggi quello che scrivo. Non te lo chiederò mai, ovviamente, né me lo dirai, ovviamente.

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Per ben ventuno innovatori il 2018 si è presentato, con tutto il suo carico di speranze, con circa un mese di anticipo.

Grazie infatti a “Startup University” (il più importante programma di pre-accelerazione per Startup del Sud Italia, organizzato dall’associazione Startup Club), lo scorso 21 dicembre è stato per molti innovatori il giorno in cui il cassetto dei propri sogni si è aperto.

Al termine della maratona selettiva svoltasi presso BaLab, il laboratorio delle idee dell’Università di Bari, i progetti selezionati sono così entrati a far parte della “Startup University”.

Dall’idea del nuovo spazzolino, a come ricavare dal fico d’india una molecola per curare alcune patologie comuni, sino a giungere alle soluzioni per l’ambiente, turismo e usi di tutti i giorni.

Visioni di futuro che, in una società che si evolve a ritmi frenetici, possono diventare in pochi mesi soluzioni pronte per il mercato.

“L’obiettivo finale –dichiara Stefano Narducci presidente dell’associazione Startup Club e coordinatore della Startup University- è quello di trasmettere agli innovatori, attraverso i nostri mentor, gli strumenti per validare la propria idea e il modello di business. Neo imprenditori sempre più preparati, che necessitano però di alcuni strumenti e metodologie anch’essi innovativi per trasformare ottimi progetti in startup di successo”.

Conoscenze tecniche, di business, oltre che legali e finanziarie, consentiranno alle startup di conquistare gli investitori, ottenendo anche un importante sostegno economico.

E così a partire dal prossimo 19 gennaio i team ammessi, in soli 4 mesi (formula week-end), saranno in grado di produrre le prime metriche interessanti e giungere alla realizzazione di un pitch  capace di attrarre gli investitori e imprenditori che saranno presenti all’Investor Day finale, che si terrà a maggio 2018.

Qui di seguito i progettisti selezionati: Luca De Gregorio, Michael Manco, Grazia Neglia e Giovanni Zappatore (area di Lecce);

Massimiliano Arena, Gianpiero Bitetti, Sandro Caputo, Alessandro Carucci,  Graziana Cito, Davide De Fano, Afana B. Dieudonne, Pia Fanelli, Valerio Fumarola, Lino Ignomiriello, Natale Leggiero, Massimiliano Lezzi, Graziano Martire, Nico Masi, Milena Mastropierro, Sabina Sblano e Davide Urbano.

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Alcune poesie non sono belle da leggere ad alta voce. Tu rassomigli più ad una poesia da leggere sussurrata. O senza emettere nessun suono, da scorrere le parole nella mente e basta. C’è una bellezza nell’esistere che non vuol per forza affermarsi, una bellezza che rimane inespressa. Tra le ore di veglia e di sonno si susseguono immagini oniriche che fanno a pugni e che vorrebbero diventare reali. Non puoi più inseguirmi se io mi sveglio, in questa ossessione che ti fa mandare messaggi compulsivi in cui non mi dici niente, non mi ascolti, ripeti solo le stesse cose che hai imparato più di quarant’anni fa ed io vorrei non sentirle, come se fossi invisibile, che poi in realtà lo sono perché non parli a me, ma all’idea che hai di me, e allora giro l’angolo per seminarti e quello che vedo dovrebbe farmi rabbrividire e invece sono quasi sollevata da queste bambine per terra con sciarpe colorate, scomposte, sgozzate. C’è sangue dappertutto, sulle pietre, sui muretti  a secco, sui vestiti, anche sulle mie mani, ma io non ho fatto niente, lo giuro, correvo solo a perdifiato, eppure eri sempre lì dietro di me, diamine se ti vedevo, e avrei voluto perdere la vista, diventare cieca, non sentire più niente, non avere più voce, liquefarmi.  
Mi risveglio o forse mi riaddormento e ti vedo, ma non sei più tu, non sei nemmeno quell’altro, per fortuna. Tutto ciò che mi sembra vitale è questa tv immersa in un piatto di brodino di pollo con la pasta a forma di stelline ed io che cerco di toccarti la guancia col dito e mi accorgo di un taglietto fresco proprio tra la falangina e la falangetta. Ma non mi senti e non mi vedi, sono invisibile, nel tempo e nel luogo sbagliato.
Ho sentito gli occhiali cadere giù dal comodino mentre nella mano stringevo un fazzoletto e mi rigiravo tra la federa bagnata del cuscino. Il fattaccio è questo: in casa abbiamo finito le penne rosse e gli evidenziatori arancioni. Fosse almeno rimasto un panettone con i canditi e l’uvetta, ne avrei fatto una torta per riciclare gli avanzi.
Cerco di togliermi di dosso questa consapevolezza nel dire le parole, ed è la cosa più difficile del mondo, come se dovessi fare ogni volta una lezione a qualcuno. Come dei gatti morti e imbalsamati che graffiano sugli specchi dei lamenti di donne. Io non ne voglio più sapere nulla, davvero. Per pochi minuti sei riuscito a privarmi di questa gabbia di lucidità, facendomi urlare in modalità muta. Ho memorizzato delle frasi che racchiudevano tutto il senso del futuro del mondo, che è ovviamente nella mancanza di calendula e nel giallo che si dispera, perché la sua casa è crollata. La mia bocca aperta e contorta in grandezze e smorfie esageratamente innaturali, in un tempo sospeso, lentissimo. Devo farmi capire senza parlare. C’è una musica classica in sottofondo che sembra accompagnare e far crescere la disperazione sul mio volto trasfigurato. Esasperata. Io non so più nulla, non c'è più un senso, finalmente.

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Venerdì, 29 Dicembre 2017 20:54

Cartoline non spedite #22 Senza titoli (di coda)

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Non so se questa causa poi la vincerai, ma al momento sono in uno stato di diritto che mi fa sentire euforica ed esagitata. Ho un sorriso ebete su per la faccia, che mi è rimasto dagli ultimi dieci minuti e non credo mi passerà a breve. Per la strada fa un freddo fastidioso, almeno per me, ed i guanti non li ho presi. Vedo questi ragazzini che si baciano, con impudenza e trasporto ed in mano ho un sacchettino con dei profumi artigianali che provengono dalla Provenza. Un'amica che ho appena salutato, mi ha ricordato che la vita può essere altro da quello che si era immaginato o programmato. Io per esempio, potrei raccontarti che ho uno sposo da cui ho divorziato e due figli già cresciuti. Ne arriverà una terza a breve, si chiamerà Sveva. E tornerò insieme al mio caro marito, fino ad arrivare alla pagina 99 del manuale della perfetta storia d'amore. In fondo, sono tutte storie d'amore. O quasi. Mi chiedo come sarebbe la mia vita se fossi alta un metro e novanta, con un due terni vincenti al Lotto. Prenderei un aereo solo per una notte insieme a te, ma dovrebbe essere quella definitiva, l'ultima (dell'anno, s'intende). Poi il giorno dopo andresti via, andrei via. Andrea l'abbiamo trovato per caso e per destino l'abbiamo vestito dei nostri rimpianti. Di sé e ma, di noi e mai.
Intorno a pagina 100 mi chiederò perché a volte ci concentriamo sulle mancanze di più o meno tutto il mondo, meno che le nostre e poi chiuderò il capitolo per non iniziarne un altro, visto che mancano solo pochi minuti a mezzanotte. Gli scaffali in libreria con scritto "ultimi arrivi" sono quelli che si consultano per primi ed io volevo un'edizione limitata che ormai è fuori commercio. Chissà perché mi viene il torcicollo quando ti sto ad ascoltare, anche se mi fai ridere, anche se hai gli occhiali e mi guardi dritto negli occhi. Mi devo spostare perché c'è una signora che sta scattando una foto insieme ad un'altra signora, mi pare francese, e io odio rovinare le foto degli altri. Ho un grande rispetto per chi è scattante, non si lascia sfuggire l'occasione. I fraintendimenti mi lasciano sempre un'aria abbastanza interrogativa, così come lo sguardo di disapprovazione sul tuo volto. Non dire niente, sbagliamo tutto. Non ci resta quasi nulla, solo pochi giorni. Siamo in cerca di una presa elettrica per ricaricare questa batteria morente. Poi si ricomincia. Noi dovevamo ancora iniziare. Un cane fiuta sul parquet e ci scivola sopra. Tienimi per mano. Se solo il mio cuore fosse di pietra, come la tua faccia. Amo gli elenchi dei propositi non rispettati e la scaramanzia, attesa, speranza, dell'oroscopo del nuovo anno. Io osservo le stelle, ma non le capisco. Vorrei altre storie, altri spazi, un altro Natale. Un cappello per uscire con tutti gli uomini della mia vita. I ricci di mare che non ho mai assaggiato, anche se me ne vergogno. Se torno a casa, ti chiamo. Se non ti chiamo è perché ho perso le chiavi. Tornerei indietro nel tempo solo per dirti che ci vediamo l'anno prossimo. Fuori, lungo un boulevard di Parigi, irriducibile, farai un gesto con la mano, come se avessi dato il via ad una corsa. Non ci avviciniamo troppo, fanno tutti abbastanza schifo da vicino. Sarà un pomeriggio lunghissimo, non mangiare pesante. Ridi della tragedia, ci sono così tante vite che non sono la tua. C'è un posto in cui io e tutte le cose che mi appartengono siamo legate strettissimo. Non so dove sia ma so esattamente com'è fatto. Ti è mai capitato? Detta così, non sembra avere molto senso. È un mondo spietato, metti la giacca e le mani in tasca. È raro che qualcuno scriva per noi, ma dove ci sarà carta bianca, io metterò una firma e traslocheremo insieme. Nascerà il quarto figlio, o foglio. Saremo infelici parecchie volte, mi taglierò i capelli e tutte quelle consapevolezze inutili. Chiuderò il libro e tornerò a mettere i piedi nelle pozzanghere. Non drammatizzare, non banalizziamo. Dammi solo ciò che è inessenziale. Sarà abbastanza. Nascondiamoci nelle ultime righe, i titoli non rimangono mai fino alla fine.

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Dice che devi resistere. Un giorno. Due giorni. Una settimana. Magari l’anno prossimo. Dice che poi migliora. Sì, tu sei un segno cardinale e allora il nuovo anno sarà migliore, come tutti gli anni. E poi domani è un giorno nuovo, come tutti i giorni. Probabilmente questi mesi appena trascorsi, sono serviti a liberarti in modo definitivo da una situazione che ti andava stretta, o hai abbandonato una strada che non era la tua, anche se ci hai messo un bel po’ per capirlo. Dice meglio tardi che mai. No, tardi è tardi (ma è comunque meglio che mai). In verità non c’è nulla di più falso nel dire che ci hai messo un bel po’ per capirlo, perché tu l’avevi capito subito, solo che ammettere la sconfitta è sempre difficile, e poi il coraggio del cambiamento e tutte quelle cose lì. Non c’è bisogno di spiegare. 

Perciò sei già ad un numero non esiguo di anni e ormai ti ritrovi in quel punto in cui hai esaurito quasi tutto quello che vorresti chiedere, perché un po’ ti rendi conto che è una causa persa in partenza pretendere da qualcuno quello che in primis tu non riesci a darti (e a dare). Poi non è mica che non hai più sogni o desideri da realizzare, anzi ne hai miliardi di milioni infiniti, ma sarà mica il caso di voler perseverare la suddetta causa persa in partenza?  Quasi a rimarcare che le cose esistono, ma non sono tutte messe al mondo per te, ecco. Ci sono quelli che se le meritano (no, non è vero, questa cosa del meritarsi le cose è una stronzata bella e buona, altroché) e quelli che non se le meritano (che sono sempre troppi, guarda caso).
Per quel che mi riguarda, credo che il Natale, e il periodo che si trascina fino alla fine dell’anno in generale, mi siano sempre stati molto a cuore fino ad un certo punto, e poi basta. E quel punto può essere identificato nel momento in cui, ingenua undicenne, ma molto curiosa, a due giorni di distanza dal 25 dicembre, scoprii nell’armadio di casa, il regalo che la mia sorellina aveva chiesto al caro Babbo dalla barba bianca (e non al nostro, per l’appunto).  Non dissi nulla, né a lei, né ai miei. Fino alla mattina fatidica dello scarto dei regali, difendevo ancora dentro di me, l’idea e la speranza d’essermi sbagliata. E invece nulla. Mia sorella ricevette proprio il regalo visto pochi giorni prima. Non dissi nulla, neanche quella mattina. Non volevo rovinare la magia. E poi un segreto di quella portata mi rendeva potente.
L’anno dopo, mia sorella, molto più precoce (già si andavano definendo altri tempi), era quasi sul punto di scoprire tutto il macchinoso e dolce inganno natalizio, ed io, non so perché, ero lì che contro ogni logica assecondavo la follia di Babbo Natale, “guarda che ti stai sbagliando, esiste davvero”, da non crederci, ripensandoci.  Chissà da cosa la volevo proteggere. È che non mi sembrava giusto che avesse così pochi anni e già tanta disillusione. Se ci rifletto ora, mi sembra la solita solfa con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, mica solo a dicembre, quindi forse meglio saperlo subito.
Babbo Natale è questo mistico uomo che non c’è, che non esiste e che non è mai esistito, e a cui affidiamo la nostra felicità. Un fantasma a cui chiediamo qualcosa che potremmo benissimo andare a comprare noi stessi e dirci, ecco, questo è per te. Sì, okay, non c’è più la magia, ma vuoi mettere l’immediata consapevolezza nei propri mezzi?
L’anno dopo ancora, il Natale era diventato il momento in cui rivedevo in piazza il ragazzetto che mi piaceva tanto, e finalmente le nostre guance potevano sfiorarsi per gli auguri. Magari non ci parlavamo da quella volta in cui l’avevo visto insieme alla mia amica (bell’amica di merda), ma gli auguri sì, ce li davamo sempre. Non chiedetemi perché, ora come ora lo manderei a fanculo.
Mi capirai, quindi, caro Babbo, se sono un po’ in difficoltà nel chiederti qualcosa, perché tanto non ho risposto neanche alle richieste dei miei, che ormai si sono arresi. Forse sono rimasta zitta per la delusione pregressa di quella mattina in cui scoprii che era tutto un imbroglio. E allora a che serve? – mi dico. Vedi com’è cresciuta meglio quella furbacchiona di mia sorella che ha già chiesto e avuto il suo regalo di natale anticipato? (Qui si dovrebbe aprire tutto un capitolo filosofico sulla scelta dei regali che proprio non ho voglia di fare).
Tutto sommato, sarebbe molto bello se la frase “chiedi e ti sarà dato”, fosse vera. E invece si scopre solo dopo che il miglior modo per ottenere qualcosa è non chiederla. Sempre ammesso che l’altro sia abbastanza intelligente da capire, e che ne valga la pena (anzi no, che ne valga la gioia). Insomma non starò qui per l'ennesima volta a pregare qualcuno, e farò finta che questo periodo di ipocrisia, verità occultate e sorrisi tirati mi piaccia tantissimo, come ho sempre fatto. Il regalo, però, non lo aspetto più.
Manterrò il segreto della mia prima delusione, e di tutte quelle che sono venute dopo, in silenzio, gelosamente. Non ne parlerò davvero. Non si parla delle delusioni, di quelle vere. Tranquille mie care, siete al sicuro, non vi tradirò mai. Odio la compassione, preferisco la solitudine.

Dice che devi resistere. Un giorno. Due giorni. Una settimana. Magari l’anno prossimo. Dice che poi migliora. E migliorerò.

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È stato scelto per concorrere alla competizione letteraria più grande della Puglia. Il romanzo della scrittrice e giornalista guagnanese Valentina Perrone dal titolo “Memorie di Negroamaro”, è tra i libri candidati alla seconda edizione del Premio Presìdi del Libro. Il riconoscimento, che vedrà  un’intera regione mobilitarsi per scegliere il libro dell’anno, è dedicato ad Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista scomparso prematuramente lo scorso 26 novembre,  “per il suo impegno, la lucidità del suo studio ed il legame con la terra dove operano i presìdi”. È una competizione letteraria finalizzata alla premiazione dei migliori libri di autori italiani e delle migliori motivazioni dei lettori pugliesi, attraverso due premi specifici: “Libro dell’anno” e “Lettore dell’anno”. Hanno aderito quest’anno 50 presìdi da tutta la Puglia e sono stati candidati in tutto 41 titoli italiani. Tra questi anche il fortunato romanzo di Valentina Perrone, pubblicato nel maggio del 2017 per Edizioni Esperidi, che conquista così  un’ulteriore conferma di gradimento che va ad aggiungersi ai numerosissimi consensi di pubblico e critica ricevuti dalla sua uscita ad oggi. Il libro, già vincitore del primo posto assoluto al “Premio Letterario Internazionale Città del Galateo” e insignito della Menzione d’Onore al “Premio Letterario Nazionale Bari Città Aperta”, narra la storia di Alessandra,  giovane insegnante di Filosofia che si trasferisce a Milano per insegnare in un liceo. La sua nuova vita, accanto al compagno Paolo, viene interrotta da una telefonata:Valentina Perrone Foto COPERTINA poche parole del tutto inattese la riporteranno nella sua terra, il Salento, per risvegliare, in una manciata di giorni, un passato da cui credeva di essere guarita e per il quale perderà, forse, pezzi del suo presente. Attraverso la narrazione semplice e al tempo stesso profonda che caratterizza la penna della scrittrice, la protagonista compirà un viaggio a ritroso lungo pagine di ricordi indissolubili, in una terra fatta grande dalla sua gente, dai suoi frutti, dai suoi profumi. A cominciare dal Negroamaro, tassello indelebile delle sue memorie. «È l’unico premio letterario in cui sono i lettori i protagonisti – fanno sapere dall’Associazione Presìdi del Libro – sono stati proprio loro, attraverso i gruppi dei presìdi pugliesi, ad aver scelto a fine novembre il libro da candidare. Ogni presidio ha scelto tra tutti i libri di autori italiani, pubblicati da settembre 2016 a settembre 2017, senza limitazione di genere, dai libri per ragazzi a quelli per adulti, dai romanzi alla saggistica. Tra gli obiettivi del premio c’è quello di riavvicinare i lettori alle librerie e alle biblioteche. Sono circa 100 i seggi che verranno allestiti a marzo in tutta la Puglia e potrà votare chiunque, compilando l’apposita scheda». Il Libro dell’anno sarà promosso nei circuiti della grande rete dei Presìdi del Libro (più di 60 in tutta la Puglia). Il Lettore dell’anno, invece, ossia colui che avrà convinto il consiglio direttivo dell’associazione per la migliore motivazione espressa in occasione del voto, vincerà una valigia con dentro le copie di tutti i libri candidati e un viaggio al Salone del Libro di Torino. La premiazione del Libro dell’anno e del Lettore dell’anno è prevista per il mese di aprile. «Sono felice – ha scritto Valentina Perrone sui suoi canali social rendendo nota la notizia dell’avvenuta candidatura – grazie a chi ha creduto in me, a chi mi sostiene e a chi non ha mai smesso di farlo. E grazie soprattutto ai lettori, veri protagonisti del premio e dei sogni di chi scrive. Avrò bisogno di tutti voi, ora più che mai. Ma qualunque sarà l’esito, questo, per me, è già un grande, immenso, traguardo». Valentina vive tra Guagnano e Salice Salentino (Le), è giornalista pubblicista, scrive per Nuovo Quotidiano di Puglia e Affaritaliani.it. Nel 2015 ha ricevuto la Menzione Speciale al “Premio Giornalistico Terre del Negroamaro”, mentre nel 2016 ha conquistato il primo posto al “Concorso Letterario Terre Neure”. Sempre nel 2016 ha ricevuto un premio speciale nell’ambito dell’ottava edizione del “Premio Terre del Negroamaro” per aver contribuito alla divulgazione, su testate locali e nazionali, dell’immagine bella delle Terre del Negroamaro. Svolge inoltre attività di volontariato per la promozione e la valorizzazione del territorio locale. È sbarcata sulla scena autoriale salentina nel novembre del 2015 con il suo libro d’esordio “Un caffè in ghiaccio con latte di mandorla”, un vero e proprio caso editoriale, pubblicato sempre per Edizioni Esperidi, di cui sono state realizzate ben tre edizioni in meno di un anno e che l’ha resa protagonista di innumerevoli eventi culturali, dentro e fuori la terra salentina, conquistando diversi riconoscimenti (I classificato al Concorso Letterario Nazionale “Versi Tra Due Mari” 2016, III classificato al Premio Letterario Nazionale “Il Tombolo” 2016, finalista al Premio Letterario Internazionale “Nabokov” 2016), e a cui ha fatto seguito, nel 2017, il romanzo “Memorie di Negroamaro”. Grazie ai suoi libri, è oggi una delle autrici salentine più apprezzate. Il suo sito web: www.valentinaperrone.it.

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