Cultura
24 su 24 Opinioni & Informazione
redazione@sali-ce.it 329.2792189

You have allowed cookies to be placed on your computer. This decision can be reversed.

Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

    You have declined cookies. This decision can be reversed.
Cultura

Cultura (609)

Salice, sali-ce, salic'è, salicè, salicé, salice salentino, salento, informazioni, lecce, portale, associazione, cultura, sport, attualità, fotografia, ricette, ricette del giorno, ricette antiche, sport, calcio, bocce, torneo, acsi, campionato,

"Tessere la crescita: dal Convento alla Community Library" è uno dei primi investimenti sulla cultura e la valorizzazione della storia che l'Amministrazione Rosato ha voluto intraprendere.

Stasera, alle ore 18.30, presso il Centro Polifuzionale "Padre Benigno Perrone" si terrà un incontro indirizzato alla presentazione del progetto di recupero del Convento Madonna della Visitazione. Interverranno durante l'incontro il Sindaco di Salice, Tonino Rosato, l'assessore ai lavori pubblici, Mimino Leuzzi, la Responsabile del Procedimento, Alessandra Napoletano, il responsabile del modello gestionale, Roberto Serra e l'Assessore all'industria turistica e culturale della Regione Puglia, Loredana Capone. Obiettivo del progetto è quello di "valorizzare la propria identità culturale rappresentata dal Convento dei Frati Minori restituendolo alla comunità perché possa fungere, per tutti, luogo del sapere" dice il Sindaco Tonino Rosato sottolineando che "tra l’Amministrazione comunale che mi onoro di rappresentare e l’Ordine dei Frati Minori vi è una comunanza di visione e idee e, in particolare, con Fra Sebastiano Sabato, vi è una fattiva e proficua collaborazione".

In merito a quelli che sono i beni mobili di pregio storico presenti nel Convento, racchiudente anche testi molto antichi, è concorde il pensiero dell'Amministrazione Comunale e dell'Ordine dei Frati "Il patrimonio mobiliare del Convento, racchiudente testi che risalgono al '500/'600, sia di esclusiva  proprietà dell’Ordine dei Frati Minori perché, in virtù del particolare rilievo storico - culturale, costituisce una fonte di ricchezza per i nostri Frati del Salento.Alcuna ingerenza verrà posta in essere dalla mia Amministrazione comunale e tutte le decisioni attinenti al Convento verranno intraprese nella comunione d’intenti con l’Ordine provinciale dei Frati Minori anche per il tramite di Fra Sebastiano così come è stato sino ad ora con la massima trasparenza avendo come unico fine il bene e l’interesse dei miei concittadini." sostiene Rosato che si trova unanime negli intenti con Frate Sebastiano "Tengo a precisare e a ribadire, infatti, che come noi salicesi siamo legati e custodiamo tutto ciò che ultimamente sta riprendendo vigore e luce all'interno del Convento (pensiamo ai reliquiari del '700 e a tante altre opere restaurate per il bene della comunità), allo stesso modo anche noi frati desideriamo senz'altro custodire gelosamente il patrimonio storico della nostra "biblioteca di comunità", a cui ogni frate può attingere per un suo "arricchimento" personale. Facciamo in modo, dunque, che la storia e la cultura restino protette nel luogo in cui possono davvero rivestire un ruolo importante e conservare inalterato nel tempo il loro vero valore!"

Un progetto ambizioso e che darà sicuramente lustro al Convento dei Frati Minori di Salice Salentino, luogo di culto e di bellezza del paese che ha da sempre rappresentato un punto di aggregazione nell'ambito sociale e di fede.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 16 Febbraio 2018 19:45

Cartoline non spedite #29 Mani fredde

Scritto da

 yaoyao

Le mie mani fredde, le metto in tasca e riesco a sudare nonostante le mie mani fredde. Ho percorso a piedi chilometri, senza mai chiedermi quando sarei arrivata. Avrei voluto trovarti a metà strada. Qui la gente è cattiva, fa solo finta di essere buona che è il tipo di cattiveria peggiore, secondo me. È sempre meglio sapere subito con chi hai a che fare. E tu hai fatto benissimo a dirmi tutto, o quasi. Io non volevo sapere, solo perché avrei voluto raccontarti di me, ma non come quando si racconta una favola. Con una punta di egoismo. Avrei voluto raccontarti i giorni che passano e che segno sull’agenda, e i particolari che per gli altri non sono importanti. Come si fa ad essere liberi? A non aver paura di dire la verità? Cammino accanto alle persone e mi domando a cosa pensano, cosa sognano e se combattono almeno un poco per realizzarli questi sogni. A volte mi capita di invidiare le statue di marmo fredde e immobili, senza pensieri, senza ardori, senza pulsioni. Poi mi redimo, il problema è che le mani restano fredde anche se di sogni ne ho fin troppi e a volte è così difficile scegliere, dar priorità a uno piuttosto che all’altro. E poi i sogni sono un grande guaio, perché a volte ti capita di incontrare persone che non ne hanno (e se li hanno non te li dicono) ed è complicato scontrarsi con la realtà. A me la realtà non piace per niente, ad esclusione della mia. E poi “piacere” è sempre un modo di dire e quasi  mai di provare.
Odio chi specula sulla vita degli altri, sui sogni degli altri. All’inizio cerco di non darlo a vedere, mi faccio piccola e indifesa, ho capito che è il modo migliore per far uscire la vera natura di chi ti sta accanto. Gli approfittatori non hanno scrupoli, e non perdono tempo a mostrarsi per quello che sono. Cercano di schiacciarti, di far prevalere la loro grandezza (piccolezza, per me), pensano di essere migliori e più furbi. Migliori di chi? Migliori per chi? C’è una palestra come luogo fisico e una palestra come luogo metafisico. Riconoscerle e stabilire la differenza è difficile, anima e corpo hanno bisogno di allenarsi allo stesso modo. La debolezza va bene solo quando è privata, e gli occhi rossi danno adito a troppe domande e a poche risposte sincere. Se ti ricorderai di quel giorno, senza dirmelo, io ti ricorderò ogni giorno e saprai di poter essere immortale, come tutte le cose alle quali permettiamo di continuare a vivere e torturarci. Abbiamo ballato un tango e domani non ricorderai neppure il mio nome, perché non te l’ho mai detto, perché ne ho tanti, perché non è importante. Il mio profumo però, quello sì, lo avrai addosso, nell’incrocio dei passi, nel tormento della mente, io ti guardo a testa in giù e non vedo niente, mi rincorro e mi spavento, mi rifletti e ti perdo. L’aria che non respiri diventa supplica. E fatica. E ritmo.     

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Sarà presentato il 15 febbraio alle 18:30 nella sala consiliare di vico Ceino a Guagnano, il libro "Di tempo veloce, di flebile voce, d'amore fugace",  silloge poetica di Piero Tafuro edita da Edizioni Esperidi. L'intero ricavato derivante dalla vendita del libro verrà devoluto alla LILT di Lecce per la realizzazione del Centro Ilma, alle porte di Gallipoli, per la ricerca sull'oncologia ambientale. Dialogherà con l'autore Valentina Perrone, giornalista e scrittrice. L'evento è organizzato dalla Pro Loco di Guagnano, in collaborazione con il Comune. Porgeranno il loro saluto il sindaco Dino Sorrento e l'Assessore alla Cultura Antonio Rizzo. Interverrà Anna Lucia Rapanà, esperta in psiconcologia e responsabile della consulta femminile Lilt sez. prov. di Lecce. Letture a cura di Marco Parato.
 
Ingresso libero.
 
Il libro. Dopo la silloge poetica “I treni che volano passano sempre all’alba” (Esperidi 2014) Piero Tafuro ritorna con nuove poesie, nuovi versi in cui prosegue il suo viaggio all’interno di se stesso ma anche per le vie del mondo. Il tema principe di questa raccolta è sicuramente l’amore, visto e descritto nelle sue tante sfaccettature. Una poesia matura, quella di Tafuro, che ama sempre ripiegarsi su se stessa per poi dipanarsi, svolgersi e aprirsi ai temi sempiterni quali il tempo, l’inizio, la fine. Di ogni cosa. (Immagine di copertina di Annalisa Macagnino).
L’autore. Piero Tafuro vive a San Pancrazio Saletino (Br); è istruttore tecnico dell’Ufficio Ecologico presso la Provincia di Brindisi. Ha pubblicato Storie di uomini, sogni e... polvere (s.e. 2003), Con gli occhi di un apprendista barbiere (s.e. 2005), Tracce (s.e. 2010), I Treni che volano passano sempre all’alba (Ed. Esperidi 2014). Con le sue poesie ha vinto numerosi premi e riconoscimenti.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 09 Febbraio 2018 19:35

Cartoline non spedite #28 Al buio

Scritto da

piccccc

Illustrazione di Yaoyao Ma Van As

Non molto tempo fa, mi capitava di seguire un programma su Sky, in cui si combinavano degli appuntamenti al buio. Mi divertono (e incuriosiscono) molto i programmi di blind date, nello specifico questo qui in cui c'era un ragazzo e/o ragazza a scegliere tre proposte di menù differenti senza sapere da chi fossero cucinati. In base al menù il tipo (o la tipa) in questione andava a fare queste tre cene separate in tre sere diverse, assieme alla persona che aveva ideato il menù per la serata. Dopo ne sceglieva solo uno/a di loro per andare ad un altro appuntamento, però questa volta in modo consapevole. 
Mi divertiva molto perché in base ai commenti a caldo che davano questi ragazzi, si poteva notare come tutto è relativo e mi incuriosiva constatare ogni volta quanto sia diversa la percezione di una serata definita “piacevole” rispetto che ne parli un uomo oppure una donna, tant'è che si verifica sempre un comportamento standard, del tipo: lei pensa che l'appuntamento sia andato benissimo perché lui rideva e faceva complimenti, mentre lui quando va via commenta in modo sempre critico e demolitore sebbene si sia divertito (o almeno così aveva fatto vedere) e abbia fatto complimenti per tutta la serata.  Comunque saranno problemi loro, mica miei.

L’orario del mio cellulare ha sempre sette minuti di scarto, in avanti, s’intende, ed io riesco comunque ad arrivare in ritardo, in un modo ostinato e quasi irreale. L’altro ieri c’era troppo vento, ed è stato come riconoscermi. L'aria, quest’elemento effimero, se la gioca benissimo con tutti gli altri tre, e quando s'unisce all'acqua, creando danze e controllando il moto di questa pioggia che crea scompiglio tra le tende da sole e getta giù i vasi di fiori dai balconi, nessuna paura o sgomento, solo calma e meraviglia; la vedi? Mamma è venuta a farmi visita, caos e distruzione casuale, sposta a destra e poi sinistra. La corrente ti spinge dove sa, dove può, dove vuole. Decide lei e non si lascia governare, da quanto ti aspettavo mamma, che bella questa calma, finalmente. Mi sei mancata. 
La vera calma è sempre in mezzo al caos dico, allora: perché, perché, perché mi sta venendo una voglia improponibile di cracker con la nutella spalmata sopra e con arachidi salati? Ma anche di spaghetti integrali saltati in padella con zenzero e salsa di soia.
Questo pomeriggio, in un discorso, ho avuto un lapsus, ho detto che nonostante si sudi parecchio, preferirò sempre l’estate all’inferno. Volevo dire inverno, volevo dire.
Rispondo con le frasi a metà perché mi convinco che ci sarà tempo per completarle, in realtà ho paura dei finali, delle cose che sono altrove quando quelle cose non sono io, non vorrei sentire la mancanza di nessuno e sono solo un puzzle di addii.

Non farmi essere la tua musa

non sono un'auto

anche se creo code,

ti porto ovunque

mi lascio guidare e

consumo.


Poi un giorno hai deciso di ristabilire i ritmi circadiani tenendomi sveglia la notte a tempo modulato. Forse sei un'idea impalpabile, eterea, che si insinua lenta e spinge a fondo dove niente conta eppure tutto tace e fa rumore. Così assorbi a tutto tondo gli spigoli appuntiti e colorati.
Quando tutto diventa improvvisamente reale, lo scongelamento dei ghiacciai, il mandorlo in fiore, la fine dell'ibernazione di qualcuno o qualcosa, la luce che è sempre più chiara e accecante, mi capita di voler tornare indietro al crepuscolo freddo e piovoso.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 02 Febbraio 2018 19:42

Cartoline non spedite #27 Sforzati

Scritto da

Ho una concezione troppo alta dell’umanità per potermi accontentare di quella presunta che vedo intorno. Non ha niente a che fare con lo snobismo o con l’avere la puzza sotto al naso. Se in un momento scomparissero tutte le immagini, se in un solo momento scomparisse qualsiasi fotografia o figura.
Ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua perché il reflusso gastrico mi ha lasciato un sapore in bocca troppo amaro, così all’improvviso, eppure avevo da poco mangiato un quadratino di cioccolato fondente.

Un giro di valzer, di polca, di mazurca, di mattonella, inventa una parola solo per me, ma che sia delicata. Morbida e aggraziata. Arriveranno dolci sogni, anche se prima hai dovuto vedertela con quattro incubi, dico quattro, e tutti reali, e infatti non capivo come tutto questo fosse accaduto solo in mezz’ora e non invece in almeno una decade.
Quando in cielo ci sarà la luna piena, e i cardellini torneranno a parlottare tra di loro, lasciami andare, sarò io a cercarti. Anche se molte parole si dicono tanto per dire, e io ne ho le prove. Non perché le ho dette, ma perché le ho sentite pronunciare e minuziosamente le ho raccolte e archiviate in ordine alfabetico, per poterle trovare subito all’occorrenza. Mi è costato un po’ di fatica, ma lo sforzo ne è valsa la pena. Solo che adesso c’è la lettera zeta che mi punta una pistola continuamente. Da quel momento, in ogni azione che svolgo, sono costretta a sentire su di me quest’arma carica e non so quando premerà il grilletto, se lo premerà. Magari è la giusta condanna per aver voluto incasellare e ordinare, in questo museo letterario. Perché le parole si dicono, e a volte si scrivono, ma una volta che si sono dette e si sono scritte diventano altro da noi, e io me ne rendo conto sempre più spesso. Le parole che scrivo diventano degli altri, e non c’è più possesso, non c’è più ordine, sono solo una somma di lettere, che cambiando l’ordine divengono altro e diventano di tutti. Per fortuna però che quello che vivo, lo vivo soltanto per me, perché bisogna essere molto egoisti per poter diventare altruisti. Io a volte sono distratta, poi mi ricordo che i doni non si rinfacciano mai, soprattutto quando non ce li danno, specialmente quando non ce li fanno. E allora mi ricordo di respirare, che tutto esiste anche nella mancanza. Se in un momento scomparissero tutte le immagini, se in un solo momento scomparisse qualsiasi fotografia o figura. Almeno avrei voluto saper disegnare, ho sempre avuto questo desiderio che resterà incompiuto. Sapessi almeno disegnare, farei il ritratto del ricordo, nonostante quella dispettosa lettera zeta che mi continua a puntare la pistola, e non spara. Forse con questa tensione si disegna meglio, forse mi ricorda che bisogna sempre vivere, qualsiasi cosa significhi. Non lo saprò mai, in realtà, perché la risposta ce l’avevo in una foto, ma non in una foto reale, ancora peggio, in una foto della mente, e non riesco più a leggerla, perché gli occhi mi si sono riempiti d’acqua, ché sono andata a vedere un laghetto pieno di oche e queste mi hanno infradiciato. Se solo ti sforzassi almeno un po’, io non so più come non dirtelo. Non volevo saperlo. C’è una quantità immensa di conoscenza e tutto ciò non fa che aumentare la mia ignoranza. Io guardo il laghetto e tu mi parli di anatre, rinoceronti, fenicotteri, pterodattili. Alzo gli occhi al cielo e mi chiedo quando la lettera zeta, costantemente al mio fianco, sparerà. Non ti ascolto più, mi chiedo solo se la sua mano sarà abbastanza ardimentosa. Ma la zeta non spara mai, è solo molto sadica e si diverte così. Sforzati mentre mi sforzi, lasciami dormire almeno un giorno intero.  

yaoyao

 

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 26 Gennaio 2018 23:00

Cartoline non spedite #26 Classico futurista

Scritto da

C’è una solidarietà tra chi si sveglia all’alba, e questa solidarietà cresce in modo smisurato soprattutto se ci trova nei mesi freddi. Le stazioni alle sei di mattina sono luoghi spettrali e al tempo stesso sanguigne. Le espressioni di chi le frequenta sono contratte, la pelle tirata, i capelli ancora arruffati, oppure al contrario sul viso ci sono delle enormi maschere di trucco che danno alle ragazzine un’aria vissuta (sì, vissuta perché almeno tre ore di fronte allo specchio te le devi passare). Non riesce ad addolcirle nemmeno un’alba ovattata (per via della nebbia e dell’umidità) che dà al cielo le sembianze di una pesca sproporzionata, tagliata in due dalle scie bianche di aerei in partenza.  Ritornare sul luogo del delitto (o dei delitti), qui inteso prevalentemente in ambito psichico, è una sensazione che può farti sentire ancora più fuori posto del dovuto. Nessuno riconosce la tua esperienza, e agli occhi degli altri puoi sembrare addirittura una novella, inesperta, mentre loro, piccoli grandi conoscitori della dura realtà quotidiana, sputano per terra a cadenza ritmata (non ho mai capito il perché di questo gesto), e non hanno idea di quanti anni hai percorso con una ripetizione religiosa, quelle strade e quegli umori, quasi come fosse un rituale. E questo è in parte bene, perché vuol dire che non sono rimasti segni indelebili sul tuo viso, ma tutto è riuscito a scorrere indefesso, come se il suo compito fosse stato quello di purificare e levigare il tuo viso. Ma in parte è male, perché il nostro minuscolo ego diventa in certe occasioni molto grande e confonde l’esperienza con l’essere in possesso della verità. Le mani hanno cambiato colore, perdendo la sensibilità percettiva e sfogliano pagine, le stesse pagine che hanno ininterrottamente maneggiato per almeno dieci ore di fila, senza staccarsi che per minuti.
È ancora tutto come prima, ed è tutto profondamente cambiato. La luce aranciata potrebbe benissimo passare per un tramonto, e invece i capelli riccioluti che ho di fronte, ne godono la sfumatura, e presumo che abbiano da poco abbandonato il cuscino, dopo una notte ristoratrice.

Le strade svuotate hanno un loro ritmo di riempimento, e per le vie del centro si nota qualcuno che sta rincasando adesso. Finalmente può uscire allo scoperto senza essere giudicato malamente. È come un passerotto che ritorna al nido, ma poi dalla sua occhiata spietata e caritatevole allo stesso momento, mi rendo conto che probabilmente questo nido non esiste. Ho lasciato una barretta ai cereali e cioccolato fondente sul tavolo prima di uscire di casa. Quando mia madre ha richiamato per accertarsi che non me la fossi dimenticata, ho affermato senza esitazione di averla lasciata di proposito. Ho messo giù. Poi ha chiamato ancora una volta per chiedermi se avessi fatto colazione, non sapeva ma poteva intuire il perché della mia sgattaiolata congiunta ai netturbini. Non ha chiesto, più. Avrei voluto dire.

Forse a volte sono le lacrime che levigano il viso, impediscono agli anni di fermarsi e di lasciare impronte. Ma lo specchio impietoso del bagno mi riporta agli occhi le linee formatesi per sottolineare ed aggravare delle occhiaie già scavate, rimarcando una notte sprovvista di sonno. Mi vengono in mente quelle ragazzine, il loro rossetto scuro, quasi nero, e quelle maschere di fondotinta e cipria. Ho ancora gli stessi tormenti adolescenziali, ma preferisco la mia età. Il classico non può avere una definizione che non cambi ogni volta. Ed è vietato guardare fuori dai finestrini dei treni.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 19 Gennaio 2018 15:42

Cartoline non spedite #25 Pazienza

Scritto da

Mi sono chiesta se fosse in qualche modo possibile scrivere senza avere un destinatario a cui raccontare. O meglio, non se fosse possibile, ma se avesse senso. Però poi sarei sempre io a parlare, e parlare, e parlare. Verrebbe fuori un ininterrotto flusso vomitato di pensieri, tutto filtrato attraverso i miei occhi, i miei ricordi, desideri, paure e speranze. Così patetico.  E a proposito, proprio ieri notte ho scoperto che patetico non ha nulla a che fare con il ridicolo, almeno non per chi lo è. Già, perché la radice deriva dal greco pathētikós, che deriva a sua volta da páthos, ossia sofferenza. Poi mi sono chiesta da dov’è che provenisse tutta questa sofferenza (non la mia, dico quella in generale) e così ne è venuto fuori che i latini usavano questa parola (sufferentia) per indicare la sopportazione e la pazienza. Ed io che credevo che la pazienza portasse alla felicità, dopo ieri mi sembra di aver sbagliato tutto. Ricapitolando, la pazienza ti permette di sopportare e la sopportazione ti porta a soffrire. Questo sì che è patetico, nel vero senso della parola. Chissà perché gli altri possono permettersi di mancare, così come il destinatario a cui raccontare qualcosa, mentre io devo esserci sempre, altrimenti chi è che scrive, e chi è che vive. E poi chissà perché te lo fanno anche pesare. Gli altri possono mancare e possono dire qualsiasi cosa, tanto ci sarà tempo per rimangiarsi tutto. Ma gli altri chi? Io intanto sento questa musica di un pianoforte che suona in lontananza e mi pento di non aver comprato quei jeans che avevo visto in saldo, con dei gattini disegnati all’altezza delle ginocchia. La mia taglia è sold out. Bell’amica che sei, mia cara pazienza.
Controllo sempre i siti dei voli, il che è un po’ buffo, visto che raramente poi prendo un aereo, anche se vorrei partire sempre, perfino in questo momento, così, solo per andare in qualche posto nuovo. Allora mi alzo dalla scrivania perché non voglio più scrivere, ma poi il dialogo invisibile continua nella mia testa mentre vado ad osservare l’asciugatrice che è in funzione. Non c’è modo di fermarlo. L’asciugatrice è un oggetto bellissimo, praticamente rassomiglia ad una lavatrice, stesse dimensioni, stesso oblò e cestello che gira, però invece di lavare, asciuga. Perché non posso scrivere solo una riga e poi fermarmi? Ci sono tutte queste convenzioni sociali in cui un pezzo deve avere minimo duemila battute altrimenti non è rilevante. Quindi scrivo le mie belle duemila battute, senza ridere, e quando finisco mi do metaforicamente una pacca sulla spalla e mi dico soddisfatta, bel lavoro. Ma per chi? Magari l’unica cosa che aveva davvero senso in tutte queste parole era solo una frase e invece ho dovuto farcirla di contorni inutili. Mentre guardo l’asciugatrice in funzione, vedo quest’acqua che scorre come un fiume e se ne va in una scanalatura, ed io vorrei metterci le mani e inceppare il meccanismo. Forse è una deformazione mentale, mi capita spesso, mi capita in tutto. Osservare l’acqua è davvero catartico. Ho questo grande difetto del voler bloccare le cose che girano, invertire l’ordine e vedere cosa può esserci ancora. E vedere se può esserci ancora qualcosa. Non è mica giusto, che i reggiseni costino molto più degli slip, ci pensavo giusto ora, mentre li vedo girare. È una differenza davvero spropositata.  E soprattutto non ha senso. Per ripicca non ne userei neanche uno. Sono riottosa, mi dicono. Quant’è bella la parola riottosa. Giorni fa, son passata dal reparto nido di un ospedale, visto che ero lì, e volevo capire come mai non sento nessun istinto materno, anche se quello che faccio continuamente nella mia vita è preoccuparmi per gli altri. Quei bambini erano così distanti, c’era un vetro che li separava da tutti i parenti, e poi c’ero anche io che però non saprò più nulla su di loro, a parte che qualcuno li chiamerà coi nomi: Alex, Carola, Andrea, Mattia (ce n’era pure un quinto che non ricordo). Probabilmente ho sbagliato anche gli altri quattro, non darei molto credito alla mia memoria. Spero davvero che saranno amati, dalle loro madri prima di chiunque altro. Non ho mai capito la leggerezza di chi dice “sei la mia vita” dopo neanche un mese, a qualcuno che ha conosciuto per caso. Io non l’ho mai detto, e mi spaventa anche solo pensare di poterlo dire. E poi sai che bella fregatura essere la vita di qualcuno? Alla fine muori comunque. Quanto tempo ci viene concesso per risalire alle cause di una sofferenza? Per legge sei mesi e non un giorno di più. Ecco perché io e le leggi non avevamo proprio nulla a che fare. E ancora mi chiedo perché ho aspettato così tanti anni. La pazienza, o dovrei dire la sofferenza. Anche mia madre non fa che ripetere in continuazione “alzati di qua” e “alzati di là”. Forse si deve stare in piedi per poter crescere nel modo corretto e germogliare fino a sbocciare. Sarà per questo che le cose regolari e le convezioni, le sopporto così poco, tant’è che invece di duemila battute, ne ho fatte quasi il doppio. Come sono riottosa, e simpatica persino.   

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Inizia una nuova stagione nel 2018 della Compagnia Mura di Flamenco Andaluso. Giovedì 18 gennaio nel teatro comunale di Novoli, ore 21, si terrà il concerto e reading poetico "IL FUOCO NELLE MANI DI GARCIA LORCA: CANTE JONDO E FLAMENCO". Con esecuzione di brani di Flamenco del Chitarrista Compositore MAX MURA con danze della Coreografa ALESSANDRA GRAZIUSO e della  Ballerina MARIA GRAZIA CARROZZO e accompagnamento del Percussionista (cajòn e bongo) LAYE SECK;
Il reading  poetico dal Poemadel Cante Jondo di Federico Garcìa Lorca con DENISE COLLETTA, ViceDirettrice artistica della “Compagnia Mura”. Presentazione di  VINCENZA  DE  RINALDIS.
Direzione artistica di MASSIMO “MAX” MURA.
L'evento è organizzato dal comune di Novoli-Fondazione Focara, col patrocinio morale della provincia di Lecce.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Venerdì, 12 Gennaio 2018 18:27

Cartoline non spedite #24 Di quello che scrivo

Scritto da

Quando ti penso mi fischia un orecchio, non ricordo mai se il destro o il sinistro, maledizione. Di recente mi è stato chiesto se le cose che scrivo siano realmente accadute o abbiano dei riferimenti a persone che esistono davvero, e cose così. Ma io non racconterò mai di te, anche se ho avuto sempre la curiosità di sapere se leggi quello che scrivo. Non te lo chiederò mai, ovviamente, né me lo dirai, ovviamente.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Per ben ventuno innovatori il 2018 si è presentato, con tutto il suo carico di speranze, con circa un mese di anticipo.

Grazie infatti a “Startup University” (il più importante programma di pre-accelerazione per Startup del Sud Italia, organizzato dall’associazione Startup Club), lo scorso 21 dicembre è stato per molti innovatori il giorno in cui il cassetto dei propri sogni si è aperto.

Al termine della maratona selettiva svoltasi presso BaLab, il laboratorio delle idee dell’Università di Bari, i progetti selezionati sono così entrati a far parte della “Startup University”.

Dall’idea del nuovo spazzolino, a come ricavare dal fico d’india una molecola per curare alcune patologie comuni, sino a giungere alle soluzioni per l’ambiente, turismo e usi di tutti i giorni.

Visioni di futuro che, in una società che si evolve a ritmi frenetici, possono diventare in pochi mesi soluzioni pronte per il mercato.

“L’obiettivo finale –dichiara Stefano Narducci presidente dell’associazione Startup Club e coordinatore della Startup University- è quello di trasmettere agli innovatori, attraverso i nostri mentor, gli strumenti per validare la propria idea e il modello di business. Neo imprenditori sempre più preparati, che necessitano però di alcuni strumenti e metodologie anch’essi innovativi per trasformare ottimi progetti in startup di successo”.

Conoscenze tecniche, di business, oltre che legali e finanziarie, consentiranno alle startup di conquistare gli investitori, ottenendo anche un importante sostegno economico.

E così a partire dal prossimo 19 gennaio i team ammessi, in soli 4 mesi (formula week-end), saranno in grado di produrre le prime metriche interessanti e giungere alla realizzazione di un pitch  capace di attrarre gli investitori e imprenditori che saranno presenti all’Investor Day finale, che si terrà a maggio 2018.

Qui di seguito i progettisti selezionati: Luca De Gregorio, Michael Manco, Grazia Neglia e Giovanni Zappatore (area di Lecce);

Massimiliano Arena, Gianpiero Bitetti, Sandro Caputo, Alessandro Carucci,  Graziana Cito, Davide De Fano, Afana B. Dieudonne, Pia Fanelli, Valerio Fumarola, Lino Ignomiriello, Natale Leggiero, Massimiliano Lezzi, Graziano Martire, Nico Masi, Milena Mastropierro, Sabina Sblano e Davide Urbano.

Condividi Questo Articolo

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Pagina 5 di 44

Importante

Il presente sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della Legge n.62 del 07/03/01. Costituzione Italiana - Art. 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Oggi16
Ieri176
Questa Sett.1250
Questo Mese3578
Totale1488581

Sabato, 17 Novembre 2018 03:40

Chi è on line

Abbiamo 145 visitatori e nessun utente online