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Tuesday, 08 January 2013 15:54

Emergenza Carceri: da Strasburgo arriva un’altra condanna per l’Italia

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Del problema del sovraffollamento delle carceri se ne parla oramai da anni, da troppo, senza che si sia trovata mai  una soluzione definitiva ad un fenomeno che è  divenuto una vera e propria “piaga” del sistema penitenziario italiano.

Un problema che, da sempre, è stato sotto la lente d’ngrandimento della Corte Europea dei diritti dell’Uomo , organo garante dei tanto bistrattati “diritti umani”.

Ed è proprio  di oggi una nuova sentenza con la quale i giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per violazione dell’art . 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) . La sentenza prende origine da un ricorso presentato da 7 carcerati detenuti presso gli istituti penitenziari di Piacenza e Busto Arsizio, i quali hanno denunciato di aver diviso una cella da nove metri quadrati con due altre persone, per tre metri quadrati a testa, nonché di aver sofferto per la mancanza di acqua calda e in qualche caso anche per una illuminazione inadeguata.

Dinanzi a siffatte censure, la Corte europea , una volta riconosciuto che “il problema del sovraffollamento carcerario è di natura strutturale” e dopo aver precisato che  “la detenzione non comporta la perdita dei diritti garantiti dalla Convenzione”  , ha condannato l’Italia , per trattamenti inumani e degradanti , a pagare un ammontare totale di 100 mila euro a titolo di risarcimento dei danni morali patiti dai detenuti . Inoltre i giudici di Strasburgo hanno intimato alle autorità italiane di dotarsi, entro un anno, di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti.

Con la sentenza di oggi salgono a cinque le condanne subìte dal nostro paese negli ultimi quattro anni per fatti collegati alle cattive condizioni di detenzione.

Simbolico in passato il caso  Sulejmanovic del 2009, detenuto in una cella in cui aveva a disposizione meno di tre metri quadrati quando secondo gli standard internazionali dovrebbero essere sette. Risale, invece, al 2011  un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Lecce , Giud. Tarantino, con la quale (una volta escluso che le controversie tra amministrazione penitenziaria e il detenuto in materia di lesione dei diritti fondamentali appartengano alla giurisdizione amministrativa) liquidava in 220 euro il danno esistenziale  ex art. 2059 c.c. – senza la necessità di adire il giudice civile -  subito dal reclamante per essere stato “ristretto in condizioni irrispettose della dignità umana”.

Di fronte a tale problema, il governo italiano nel novembre 2011 aveva presentato a Strasburgo il piano carceri per dimostrare che sta agendo in modo da non essere nuovamente condannato. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, organo incaricato di verificare se gli stati membri rispettano le sentenze della Corte, aveva però chiesto a Roma di dimostrare con i numeri come questo piano ridurrà il sovraffollamento.

Tornando alla sentenza in oggetto, non si sono fatte attendere le reazioni dal mondo politico. Sono profondamente avvilita ma purtroppo l’odierna condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo non mi stupisce” dice il ministro della Giustizia Paola Severino “ per le carceri italiane sono urgenti misure strutturali. In questi tredici mesi di attività ho dato la priorità al problema carcerario: il decreto ‘salva carceri’, il primo provvedimento in materia di giustizia varato un anno fa dal Consiglio dei ministri e divenuto legge nel febbraio del 2012, ha consentito di tamponare una situazione drammatica. I primi risultati li stiamo constatando. I detenuti che nel novembre del 2011 erano 68.047 sono oggi scesi a 65.725 in quanto il provvedimento ha inciso sul fenomeno delle cosiddette ‘porte girevoli’, vale a dire gli ingressi in carcere per soli due-tre giorni, e sulla durata della detenzione domiciliare allungata da 12 a 18 mesi. Tuttavia – prosegue – questa misura da sola non è sufficiente.

 

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