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Monday, 20 May 2019 21:05

Cartoline portoghesi #6 Pintxos Featured

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Alle sette del mattino la stazione São Bento di Porto è completamente deserta. O quasi. Sul mio volto ci sono tutti i segni della notte appena passata, nove ore in pullman, e la beffa è che per il mondo ora ho un’ora indietro, perciò di che mi lamento. Sono appena passata accanto a due ragazzi che hanno tirato una striscia di cocaina. Non mi era mai successo prima. Alle sette del mattino. Li ho guardati negli occhi e ridevano (quanto è grande la differenza tra chi ride sempre e chi è felice), ho provato un senso di nausea che quasi stavo per vomitare il pão com chouriço mangiato alle cinque del mattino, durante l’ultima sosta in autogrill. Il confine tra Spagna e Portogallo. Avresti voluto chiedere a questi ragazzi perché gli esseri umani hanno bisogno di scendere così in basso per sentirsi in alto. Quante dimostrazioni di esseri umani che non sanno fare altro che scendere in basso in questi ultimi giorni. Eppure solo dodici ore prima i miei occhi erano pieni di bellezza.

Che strano effetto vedere dal vivo le opere studiate sui libri. Ad essere sincera, alcune le avevo dimenticate. Ora che le ho viste con i miei occhi, difficilmente scorderò, soprattutto grazie ai commenti della gente. Il Guggenheim di Bilbao è come un elefante in una stanza di cristalli. Tutta l’architettura di questa città è sconvolgente. Surreale, sfrontata, ironica. Piena di vita, una culla di cultura. Ti ho pensato, ti sarebbe piaciuta. E con le luci accese, di notte, perfino romantica. Di quel romantico timido, che non t’aspetti, che non lo diresti mai. Di quel romantico tipico di chi s’innamora davvero (non plateale, sussurato, per paura di rovinare tutto. Che poi tutto si rovina comunque, ma questa è un’altra storia). Sarà che per me le città sono come delle donne, e Bilbao è stata quella che mi ha fatto pensare di voler iniziare una nuova vita insieme a lei (probabilmente perché sapevo che di lì a poco l’avrei lasciata). Chissà cos’è che ci fa commuovere. All’improvviso m’è venuta addosso una malinconia perché ho pensato che tutto quello che stavo vivendo non sarei mai stata in grado di descriverlo sufficientemente bene per far provare lo stesso sentimento di meraviglia, come se fossi una bambina di due anni che per la prima volta vede il mondo, e si sorprende di tutto. Che poi penso anche che bambina non sono più, e di cose (e brutture) ne ho viste ed è per questo che forse niente è mai abbastanza per sentirmi in pace e dire “okay, sono a posto così, grazie” e allo stesso tempo tutto è meravigliosamente brutale. Nel museo un ragazzo italiano ha detto ad un altro ragazzo “questo avrei potuto farlo io”, riferendosi ad un quadro di Lucio Fontana. E invece sai che c’è? Tu sei dall’altra parte, carissimo, e nessuno si ricorderà di te. Perché il punto non è tanto se avresti potuto farlo tu o meno. Il punto è che non l’hai fatto, ed ora sei qui a commentare sarcasticamente colui che invece è diventato immortale. E invece sai che c’è davvero? Neanche te lo dico, perché tanto finirà comunque tutto quanto. Forse è un male se vorrei comunque mangiarmi i chilometri pure se ci siamo persi di vista. Forse no. (E invece). Ogni città ha un qualcosa che vorrei vedere con te. Nel frattempo Simone, il poeta, si è sposato e qualcuno gli ha chiesto “Qual è la più bella poesia che hai scritto?”, lui ha risposto: non l’ho scritta, l’ho sposata. Esagerato lo so, ma rende bene l’idea di chi vorrei al mio fianco. E del perché non possa accontentarmi. Anche se mi manchi. La lingua conosce le rotte, mentre la vita continua. Ma anche lo stomaco ha fame e sebbene per me sia normalissimo farmi tre giorni senza dormire pur di conoscere una nuova cultura, torno a casa delusissima dai “pintxos” baschi – questi paninetti farciti in mille modi diversi che in realtà hanno lo stesso fottutissimo sapore e cioè ZUCCHERO CARAMELLATO. Mi faccio uno sfilatino coi pomodorini ciliegini, tonno, olio d’oliva e sale. Tanto sale. Mi apro pure una Super Bock, che m’è venuta voglia da quando ho varcato il confine e ho letto il cartellone super gigante che diceva “Sentivi la sua mancanza eh?” e dire che a me la birra neanche piace. Ma questa è diversa. Ecco. Amico mio, ti ho sentito triste ultimamente, brindo alla tua, dimmi che almeno tu sei felice. Non ho niente da dichiarare sulla geografia che divide le anime, canta in sottofondo Dimartino. E a te cosa importa di tutto se hai visto il mondo e non hai niente da chiarire, niente da dichiarare? Però dimmi almeno che sei felice, dico io.

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