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Friday, 25 December 2015 19:11

Mamma voglio un abbraccio!

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Chi di noi non lo ha mai detto, in fondo è il gesto più naturale del mondo, anche se ad una certa età può sembrare infantile. Chi gioca a rugby lo fa, nella maniera più naturale possibile, può sembrare solo un pochino più crudo e brutale e non si chiama abbraccio bensì PLACCAGGIO. 

Oggi non narreremo di placcaggi samoani ( a braccio aperto), di buste di immondizia o placcatori dalla già ben nota fama, vorrei soffermarmi sul come si arriva a tutto questo. I Bambini che ho conosciuto allenando il mini rugby avevano una paura matta di placcare e di essere placcati, principalmente perché è un gesto atletico molto innaturale quindi in principio lo sviluppo psicomotorio del neo atleta non ha ancora percepito bene quali muscoli deve coordinare per eseguirlo, poi, ma molto più importante, la paura di farsi male.

Mi è stato sempre insegnato che chi non riesce a placcare bene nella vita ha sempre avuto carenze di affetto, ho cercato di capirlo attraverso il vissuto dei bambini che ho allenato ed in effetti in alcuni casi era vero. Notavo che alcuni bambini erano più  propensi all’ atto del placcare di altri e per colmare il divario come si fa? Mi venne in soccorso il mio vecchio allenatore dicendomi: “trattali come se fossi loro zio sii severo ma non fargli mancare il tuo affetto”, decisi di essere più partecipe delle loro vite, mi informavo dei loro rendimenti scolastici, cercavo di capire come interagissero tra di loro al di fuori del rettangolo di gioco e notai con mio sommo piacere che chi di loro era carente nel gesto atletico iniziava ad abbracciarmi e sul campo iniziava a migliorare ovviamente le ramanzine e le “punizioni” non mancavano.

Tutto ovviamente era anche condito da buone dosi di allenamento sul placcaggio, purtroppo bisogna dire che qui si ha la sfortuna che quei pochi ragazzini che giocano iniziano in under 14 quindi bisogna recuperare anche tutti gap che ci si è persi durante le varie fasi della crescita rugbistica. In pochi mesi quei bambini iniziarono a placcare sempre con più sicurezza non solo grazie all’ allenamento, grazie anche al fatto che la loro carenza di affetto si stava colmando, crescevano e crescono come fratelli, perché la squadra è come una famiglia e mi sento orgoglioso quando nonostante siano passati diversi anni quando mi incontrano dicono :” ciao zio” e mi abbracciano.

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