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Sunday, 04 May 2014 22:35

Tassazione delle rendite finanziarie: fare in fretta ma fare bene!

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Ormai ci siamo: dal 1° luglio 2014 partirà il nuovo sistema di tassazione delle rendite finanziarie.

 

Il decreto n°66 del 2014 all'art. 3 stabilisce che l'attuale aliquota del 20% passerà al 26% e si applicherà agli interessi, premi e altri proventi di cui all'art. 44 T.U.I.R. e ai redditi diversi di cui all'art. 67, comma 1, lett. da c-bis) a c-quinquies) rispettivamente divenuti esigibili e realizzati dal 1° luglio 2014; ai dividendi e ai proventi ad essi assimilati percepiti dalla medesima data; agli interessi e agli altri proventi derivanti da conti correnti e depositi bancari e postali, anche se rappresentati da certificati, nonché da obbligazioni, titoli similari e cambiali finanziarie di cui all'art. 26 del D.P.R. n. 600/1973, maturati a decorrere dalla suddetta data. Restano esclusi dall'applicazione della  nuova aliquota gli interessi e i redditi diversi derivanti dai titoli di Stato e degli enti territoriali italiani, nonché quelli derivanti da titoli emessi dagli Stati cosiddetti "white list" e dalle obbligazioni degli enti territoriali dei suddetti Stati, per i quali continuerà ad applicarsi l'aliquota del 12,5%.

Il tema è oggetto di dibattito da lungo tempo e spesso, a mio avviso, è stato affrontato partendo da posizioni ideologiche e pregiudiziali secondo le quali chi detiene e investe i suoi risparmi è sostanzialmente un ricco speculatore che vive le sue giornate di rendita. Se i risparmi siano frutto di una vita di sacrifici piuttosto che il capitale ricevuto (e tassato) a titolo di TFR dopo anni e anni di duro lavoro, poco importa. Così come irrilevante pare sia diventato il dettato Costituzionale, laddove, all'art. 47, sancisce che "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme...favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese."

 

La motivazione ufficiale del Governo è quella di aumentare il gettito fiscale per finanziare la riduzione delle tasse sul lavoro e sull'impresa. Naturalmente l'obiettivo è meritevole ma non si può pensare di realizzarlo soltanto percorrendo questa via; il gettito derivante dalla tassazione delle rendite finanziarie è decisamente più contenuto di quello derivante da Irpef ed Irap oltre che dipendente dall'andamento dei mercati finanziari e dalle scelte allocative degli investitori. A tal proposito basti osservare quanto accaduto in seguito all’introduzione della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie: applicata per aumentare il gettito fiscale, ha comportato solo una riduzione del 30% dei volumi delle transazioni negli ultimi 12 mesi. In ogni caso, queste sono valutazioni di carattere politico su cui non intendo addentrarmi.

 

Diverse, invece, sono le osservazioni di carattere “tecnico” che mi spingono a formulare un giudizio negativo sull’aumento del prelievo fiscale così come definito dal Governo; mi spiego meglio:

 

1-     si afferma che in seguito all’aumento dell’aliquota impositiva l’Italia raggiungerà la media dei livelli di tassazione degli altri Paesi europei. E’ proprio così? A me sembra di no e le differenze sono sostanziali.

In Inghilterra l’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, derivanti da titoli e obbligazioni detenuti per negoziazione, è del 28% per i percettori di redditi elevati (ossia per coloro ai quali si applicano le due aliquote più alte – 40% e 50% - dell’imposta sul reddito) e del 18% per chi dichiara un reddito annuo inferiore alle 35mila sterline, circa 42.500€; anche in Spagna il sistema ha carattere progressivo, con l’aliquota del 19% per i primi 6mila € e dal 21% al 27% per la parte eccedente; in Germania l’aliquota è del 25% a cui va aggiunto un contributo di solidarietà (per finanziare i 5 Stati della Germania orientale prima e i progetti pubblici oggi) che la innalza al 26,375%; in Francia, i dividendi sono tassati al 30%, i capital gains al 19% più il 15,5% per coprire gli oneri sociali e i costi per le assicurazioni sanitarie obbligatorie; in Italia, è bene ricordarlo, dal 1°gennaio 2014, sui nostri risparmi (sul capitale, non sui guadagni!) è applicata annualmente, sotto forma di imposta di bollo, la “mini patrimoniale” del 2permille  (introdotta dal Governo Monti) che porta il livello di tassazione sugli strumenti finanziari a circa il 32,7% senza alcun criterio di progressività. Il trattamento riservato al pensionato è quindi identico a quello riservato al plurimilionario. Una nota ancor più stonata alla luce dell’ultimo rapporto Censis che rileva che poco meno di duemila italiani possiedono una ricchezza pari a quella del 4,5% della popolazione italiana.

Inoltre, in altri Paesi dell’Unione Europea, così come sancito nel  Libro Verde della Commissione Europea del marzo 2013, lo Stato ha previsto dei trattamenti fiscali agevolati per i risparmiatori “a lungo termine”, ponendo una serie di vincoli temporali e di asset allocation; è il caso dei Plan d’Epargne francesi e degli Individual Saving Accounts inglesi (in Italia la norma esiste dal 2011 ma non è mai stata dettagliata e applicata); in questi Paesi, tra l’altro, fondi pensione e forme previdenziali sono esenti dalla tassazione. I piani di risparmio di lungo periodo, quindi, procurerebbero benefici ai soggetti finanziati, ai risparmiatori e persino allo Stato nel caso in cui dovessero essere utilizzati con finalità previdenziali.     

 

2-     Una delle fragilità del nostro sistema industriale è certamente l’elevata dipendenza dal finanziamento bancario, spesso unico canale di “approvvigionamento” di capitali (rappresenta circa 2/3 dei debiti delle imprese contro meno della metà per le imprese tedesche e meno di un terzo per quelle inglesi). Le difficoltà, specie nei momenti di credit crunch qual è l’attuale, sono tante e tali da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’impresa; per le stesse banche il fenomeno presenta degli “effetti collaterali”, dal momento che i bilanci sono appesantiti da crediti deteriorati per un ammontare pari a circa ¼ dei prestiti alle imprese. La possibilità di finanziarsi sul mercato azionario con aumenti di capitale o mediante l’emissione di prestiti obbligazionari (bond e minibond, questi ultimi incentivati dai decreti Sviluppo Italia e Destinazione Italia, per un mercato stimato tra i 50 e i 100 miliardi di euro), assume quindi un’importanza cruciale, soprattutto per le piccole e medie imprese (circa il 60% del PIL). Aumentare eccessivamente la tassazione in un contesto ben diverso da quello degli altri Paesi UE può significare, quindi, porre degli ulteriori ostacoli ad una ripresa economica già debole e difficoltosa e spingere ulteriormente il sistema industriale italiano verso il finanziamento bancario, già eccessivo e ricco di insidie. Inoltre, la disparità di trattamento tra le obbligazioni governative, tassate al 12,5% e le obbligazioni corporate, tassate al 26%, rende più costoso il rifinanziamento del sistema bancario e privato in generale, anche a parità di rating.

Un esempio può chiarire il concetto: circa due mesi fa, un importante istituto bancario italiano con rating pari a quello del debito sovrano, affinchè fosse appetibile, ha emesso un prestito obbligazionario quinquennale con un rendimento superiore dello 0.20% rispetto al Btp 2,50% MAG 2019; il rendimento reale, quindi, è il medesimo poiché lo 0,20% in più viene assorbito dalla maggiore imposizione fiscale sugli interessi corrisposti dai due titoli.

L’effetto sarà destinato ad ampliarsi con l’introduzione delle nuove aliquote, il che non rappresenta certamente una buona notizia per le imprese italiane, ancor più in una fase di credit crunch, senza considerare che si pone in netto contrasto con le intenzioni che hanno dettato la normativa sui minibond.

 

3-     La differenza di tassazione tra i rendimenti maturati attraverso il possesso di titoli governativi e quelli ottenuti tramite i restanti strumenti finanziari, a mio avviso, potrebbe persino presentare forti profili di illegittimità. In entrambi i casi, tanto per i redditi diversi quanto per i redditi di capitale, il presupposto dell’imposta coincide. Appare incomprensibile, o non condivisibile, il motivo per cui la cedola corrisposta da un Btp sia tassata al 12,5% mentre quella corrisposta da un’obbligazione corporate al 26% (20% sino al 30 giugno 2014), così come non si comprende per quale motivo deve essere incentivato chi finanzia gli altri Paesi acquistando, ad esempio, Bund o OAT e penalizzato chi finanzia le imprese e le banche italiane acquistando sottoscrivendo obbligazioni o depositi.  

Inoltre, mi chiedo se la scelta effettuata dal Governo non leda persino i principi comunitari e, precisamente, il paragrafo 1 dell’art.56 del Trattato CE laddove prescrive che “sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi” dal momento che non sussistono le condizioni previsti dalla c.d. clausola di salvaguardia.  

 

4-     L’Italia è un Paese con un basso livello di educazione finanziaria, in cui ancora pochi sono i risparmiatori che si affidano ai consigli di un consulente finanziario per gestire i propri risparmi. Una differenza di tassazione di ben 13,5 punti percentuali può condizionare fortemente le scelte d’investimento del risparmiatore e rappresentare, pertanto, un fattore distorsivo della pianificazione finanziaria. I rischi che si nascondono dietro l’investimento in titoli di Stato (al pari di quelle insiti negli altri strumenti finanziari, naturalmente) quali la volatilità, il rischio di tasso d’interesse, le ripercussioni sulla quotazione in uno scenario macroeconomico sempre più instabile e controverso possono essere erroneamente posti in secondo piano in ragione del maggior rendimento (?) garantito dalla minore tassazione. E’ noto, infatti, che il tasso d’interesse (o di rendimento) di un investimento è sempre direttamente correlato al suo grado di rischio; introdurre elementi che “offuscano la visuale” è una scelta discutibile.   

 

Queste sono le ragioni principali che mi spingono a formulare un giudizio (tecnico) negativo sulla rimodulazione della tassazione delle rendite finanziarie da parte del Governo.

Di fatti, se meritorio appare l’intento di ridurre la tassazione sul lavoro e sulle imprese anche mediante un maggior prelievo sulle rendite finanziarie, è innegabile che “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi” e che si sia sprecata un’occasione per intervenire in maniera organica sul tema, nell’interesse di tutti i soggetti coinvolti. Non dimentichiamo, infatti, che i mercati finanziari, al netto degli speculatori (che questo provvedimento non colpisce) e degli effetti controversi derivanti dall’uso improprio di alcuni strumenti finanziari, rappresentano l’olio che consente il funzionamento corretto e fluido del motore, l’economia reale, che già troppi strappi ha registrato.

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