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Tuesday, 29 April 2014 20:53

Salvare l’Europa riformandola

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Le elezioni europee sono ormai alle porte ma l’identità europea è messa, ora come non mai, ad una dura prova di credibilità. Il rischio di deterioramento dell’UE  sta diventando sempre più reale a causa di politiche sbagliate per fronteggiare la crisi o di misure mancate per favorire l’integrazione tra gli Stati membri. Questa serie di fattori sta generando una crescente sfiducia da parte delle popolazioni europee nei confronti degli organi di Bruxelles e di Strasburgo, percepiti dalle comunità locali come un qualcosa di troppo lontano, freddo e burocratico, se non addirittura “massonico”.

La crisi sta mettendo in ginocchio interi Stati, la disoccupazione dilaga sempre più tra le popolazioni, la gioventù europea si trova senza futuro e senza prospettive e i movimenti anti-Euro e anti-Europa stanno crescendo a macchia d’olio. Dinanzi a tutto questo, la politica dei singoli Stati membri e della Commissione europea si sta purtroppo dimostrando incapace di gestire con concretezza tali problematiche.

Il leader degli European Greens, Daniel Cohn-Bendit, non usa mezzi termini quando dice che “l’Italia, la Germania o la Francia - che tra trent’anni nemmeno saranno più nel G8 - da sole non avranno mai la forza per contrattare con superpotenze come Cina e Usa, per questo serve una unione politica forte e identitaria”, a prova del fatto che i nostri singoli Stati non sono attualmente in grado di fronteggiare l’economia globale in questo modo.

Attualmente siamo politicamente troppo deboli e l’unico elemento che ci unisce è, appunto, la moneta unica. I timori del fronte anti-Euro sono in parte comprensibili, specie quando dice che abbiamo perso la nostra “sovranità monetaria” e che questa Europa non fa altro che accrescere le disparità tra Stati forti come la Germania e Stati sempre più deboli come la Grecia. Ma quella di ritornare alle vecchie sovranità nazionali e di sfasciare l’Europa, rappresenta davvero la soluzione al problema?

Per rispondere cito nuovamente Daniel Cohn-Bendit, stavolta insieme a Felix Marquardt, co-fondatori di Europeans Now Movement, che nel loro “Appello ai ragazzi d’Europa” scrivono: “Le soluzioni di oggi a questi problemi devono necessariamente essere transnazionali, o non costituiranno per nulla soluzioni reali. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che il resto del mondo ha già riconosciuto: che possiamo essere Europei sul palcoscenico mondiale. Noi siamo, paradossalmente, gli unici a mettere ancora in dubbio il nostro stesso progetto politico. Ci lamentiamo che l’Europa sia solo un concetto astratto per i suoi cittadini, ma non abbiamo ancora approvato le leggi necessarie per creare un passaporto europeo degno di questo nome, né una struttura adeguata che consenta ad ogni europeo di abbracciare veramente il progetto Ue”.

In poche parole, il problema dell’Europa è che non è ancora realmente decollata e, per far fronte a questa situazione, ci vuole più politica. Bisogna creare un vero e proprio potere politico europeo che sappia “fronteggiare” quello economico, cioè una federazione europea maggiormente coesa, perché è proprio grazie a quest’ultima che i problemi, che oramai hanno assunto una dimensione mondiale che nessuno Stato membro può singolarmente risolvere, si affronterebbero nel giusto modo e nella giusta misura. Bisogna costituire un organo federale che sappia fronteggiare la crisi e rafforzare l’Europa nel mondo. Bisogna realizzare, in sostanza, quel progetto scritto nel “Manifesto di Ventotene” di un italianissimo come Altiero Spinelli, che parlò di Europa Federale già nel 1943, quando fondò il Movimento Federalista Europeo. Ebbene, quella attuale non è l’Europa di Spinelli. Quella di Spinelli è un’Europa unita prima politicamente e poi economicamente. L’errore di introdurre una moneta unica senza prima costituire una unità politica è stato ampiamente riconosciuto anche dai principali premi Nobel dell’economia, siano essi considerati appartenenti alla scuola monetarista o alla scuola Keynesiana, come Milton Friedman, su posizione legata al liberalismo economico o altri legati ad altre scuole economiche. Ma ciò non toglie che si può sempre rimediare. 

Anche Eugenio Scalfari la pensa in questo modo e, nel suo articolo “Qui si fa l’Europa o si muore” del 31/10/2013 pubblicato su L’Espresso, scrive appunto:

“[…] l’identità europea è ancora lontana, i popoli non la sentono e anzi regrediscono verso il razzismo, il nazionalismo, l’anarchismo, i localismi, proprio nel momento in cui la società globale si afferma nell’economia in tutto il mondo e crescono Stati che rappresentano interi continenti: la Cina, l’India, il Brasile, l’Africa meridionale, l’Indonesia e - ovviamente - il Nord America. La cultura europea, anzi occidentale, è sempre più integrata, ma l’identità politica resta del tutto inesistente e quella economica procede con passi ancora molto stentati.

[…] Dobbiamo partire dall’alto. Dobbiamo operare sulle classi dirigenti affinché costruiscano vere e proprie istituzioni europee, con successive ma rapide cessioni di sovranità da parte delle istituzioni nazionali. Oggi la sola istituzione europea dotata di poteri autonomi è la Banca centrale (Bce) sebbene i suoi poteri siano ancora limitati e il suo direttorio sia ancora nominato sulla base di accordi tra i governi nazionali. Così non va, ci vogliono istituzioni schiettamente europee, forze politiche europee, un Capo della federazione eletto da tutti i cittadini europei e così un Parlamento con i poteri che attualmente hanno i Parlamenti nazionali”.

Quindi, di questo passo la vera Europa non verrà cambiata attraverso le elezioni europee del 2014, ma cambierà solo quando la politica europea concorderà nel trasferire davvero alle istituzioni europee il potere che meritano.

Concludo usando ancora una volta le parole di Daniel Cohn-Bendit che, seppur ancora utopistiche, rendono bene l’idea degli Stati Uniti d’Europa ideali, dotati di una Costituzione europea e di un vero e proprio Governo che sappia sfruttare le virtù di ogni Stato che li costituisce:

“Lasciamo che i finlandesi ci svelino il segreto del loro sistema educativo, i francesi quello dell’assistenza sanitaria, i tedeschi del lavoro flessibile e della promozione di piccole e medie imprese di successo, gli svedesi dell’uguaglianza di genere, gli italiani della qualità del prodotto e della valorizzazione delle specificità regionali. Vantiamo un passato glorioso e monumenti meravigliosi, e rimaniamo modelli invidiati di cultura, moda e gastronomia. […] Di certo non dobbiamo abbandonare la nostra identità patriottica, ma non facciamoci più abbindolare dalla chimera autocelebrativa per cui lo Stato-Nazione sia ancora un mezzo consono ai nostri tempi.”

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Collaboratore Salic'é. Appassionato di urbanistica, di
politica, di ecologia e di tutte quelle pratiche virtuose che valorizzano
l'efficienza e la tradizione di un territorio.

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