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Thursday, 10 April 2014 06:48

Euro dentro o fuori? La posta in gioco è alta!

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Ho letto con molta attenzione l’articolo “Euro: dentro o fuori?” del mio amico Pierpaolo Verdesca.

La domanda, oltre che interessante, rappresenta uno dei temi centrali su cui riflettere nell’imminente campagna elettorale per le elezioni europee. La posta in gioco è alta: non si decideranno le sorti di questo o quel partito ma della stessa Unione Europea. Del resto i movimenti anti-euro si diffondono in tutto il Vecchio continente e, facendo leva sulla rabbia, la disperazione, le difficoltà della gente, conquistano percentuali di consenso che è ben non sottovalutare.

 

Se la scelta da effettuare è tra le alternative poste dal mio amico Pierpaolo, euro sì o euro no, propendo senza esitazione per la prima, pur senza particolare entusiasmo. E’ per questo che, rifiutando una visione manichea della realtà, proverò a suggerire qualche spunto di riflessione perché sia data una terza soluzione: euro sì, ma non questo.

E’ fuor di dubbio che questa Unione Europea stia dando del suo “meglio” per risultare antipatica a molti ma la soluzione per uscire dal guado non può essere quella di tornare indietro nel tempo, non fosse altro perchè gran parte dei problemi che ci portiamo appresso li abbiamo ereditati proprio dal passato.

America, Russia, Cina, India, Paesi Emergenti rappresentano Paesi, economie (quindi valute) basati su fondamentali macroeconomici e demografici solidi, con potenzialità di crescita enormi; pensare di affrontarli da soli con la nostra vecchia “cara” Lira, con un’economia che da anni cresce (quando cresce) a ritmi dello 0,%, con un rapporto lavoratori/pensionati che sfiora l’1 a 1 è un’idea romantica ma è come pensare di chiedere a Valentino Rossi di vincere un Moto Gp con una vecchia Moto Guzzi. Sarà anche un ottimo pilota, ma le competizioni devono essere credibili.

Molti dei sostenitori dell’uscita dall’Euro poggiano le loro tesi su una presunta virtù salvifica della svalutazione monetaria. Da chi si fa portavoce di scelte così difficili come l’uscita dall’euro mi aspetterei argomentazioni più convincenti e originali. E’ vero che nell’immediato un cambio più favorevole all’industria nazionale potrebbe favorire le esportazioni ma è pur vero che gli effetti non potrebbero che essere di breve, brevissimo periodo. Pensiamo a cosa accadrebbe alla competitività del nostro sistema industriale sul fronte dei costi per gli approvvigionamenti energetici e di materie prime che già oggi, nonostante un euro forte, costituiscono un grosso problema. La ripresa dell’inflazione sarebbe repentina e, come già evidenziato nell’articolo di Pierpaolo, determinerebbe una forte riduzione del potere reale di acquisto che penalizzerebbe prevalentemente lavoratori dipendenti, pensionati con inevitabili ripercussioni sulla domanda interna e quindi sulla crescita; del resto, pensare di sopravvivere soltanto attraverso le esportazioni è pura fantasia, se non altro perché in un mercato globalizzato la concorrenza con altri prodotti a basso costo è già forte. La storia, come spesso accade, ha già insegnato molto da questo punto di vista: Argentina, Messico, Italia, sono Paesi che hanno più volte percorso la via della svalutazione monetaria e i risultati non sono stati dei migliori. Lo stesso Giappone che da anni prova ad uscire dalla deflazione attraverso la politica monetaria e che recentemente, con l’Abenomics, ha fortemente svalutato lo yen non ha ottenuto risultati eccellenti se non un tonfo della bilancia dei pagamenti. Un sistema industriale cresce se migliora la sua produttività, il grado di innovazione e la qualità dei suoi prodotti, se è in grado di sciogliere i nodi strutturali che lo rendono lento e scarsamente competitivo: costo del lavoro, giustizia, corruzione, innovazione tecnologica, formazione, burocrazia; zavorre, queste, che ci portiamo avanti da tempo e non certo per colpa di Angela Merkel.

Congiuntamente a questi problemi di carattere economico, è bene considerare i danni che si registrerebbero sul fronte finanziario.

L’Italia ha un debito pubblico pari a circa il 133% del PIL, posseduto da risparmiatori italiani, banche, investitori istituzionali italiani ed esteri e denominato in euro. E’ plausibile immaginare che una parte del debito non verrebbe rinegoziato, conservando la denominazione in euro; diverrebbe, quindi, un debito in valuta straniera destinato a rivalutarsi a causa della svalutazione e a crescere in termini reali. Quali sarebbe le conseguenze successive sul costo del rifinanziamento statale? Per capirci: a quali tassi verrebbero collocati i nostri Btp? Cosa accadrebbe alla solidità del sistema bancario italiano in seguito al crollo delle quotazioni dei titoli di Stato (le banche possiedono una fetta importante del nostro debito) e dopo la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori per ritirare gli euro prima che al loro posto rimanga carta straccia? Che ripercussioni ci sarebbe sul sistema creditizio e sul tessuto produttivo? Quali sarebbero le conseguenze sul piano della credibilità internazionale del nostro Paese? Sono domande a cui non è possibile sottrarsi sebbene dalle difficili (?) risposte. Pensare di sciogliere questi nodi con la creazione di una Banca centrale che acquisti interamente il debito emesso dallo Stato è un’ipotesi che mi lascia alquanto perplesso poiché comporterebbe degli inevitabili effetti di “azzardo morale”. Per quale motivo un Governo dovrebbe preoccuparsi dei conti pubblici se esiste un soggetto disposto ad acquistare i titoli del suo debito a prescindere da qualsiasi valutazione di carattere fondamentale e di merito creditizio? E’ bene non dimenticare, inoltre, che l’acquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario è già uno degli strumenti a disposizione della BCE con il programma Omt, peraltro utilizzato in questi anni sebbene in misura limitata per via delle resistenze tedesche.

I motivi per cui sarebbe conveniente uscire dall’euro, dunque, fatico ad individuarli. Tuttavia, senza voler peccare di presunzione, mi domando perché un economista eccellente come il Presidente della BCE, Mario Draghi, continui a sostenere con le sue scelte - non ultima quella di mantenere i tassi allo 0,25% - un euro così forte rispetto al dollaro, ostacolando inevitabilmente la debole ripresa economica dell’area euro, ancor più considerando l’incombenza dello spettro della deflazione. Come noto, l’obiettivo statutario della BCE è il controllo dell’inflazione, ritenuta accettabile sino al 2%; oggi è pari allo 0,7% ed in costante calo. Un aumento contenuto della tasso d’inflazione non soltanto sarebbe pienamente in linea con i compiti statutari della BCE ma avrebbe degli effetti positivi sul rapporto debito/PIL, consentirebbe di liberare risorse da destinare alla crescita, all’occupazione, al sociale e di aiutare i Paesi membri ad affrontare con maggiore serenità i vincoli derivanti dal Fiscal Compact che, altrimenti, diverrà un cappio attorno al collo di molte economie dell’euro zona.

A questa risposta di breve periodo, tuttavia, è necessario far seguire dei cambiamenti strutturali, alzando lo sguardo per guardare lontano. Penso, quindi, che sia indispensabile procedere con più coraggio e determinazione sulla via dell’integrazione politica, economica, fiscale e finanziaria dell’Unione Europea per rimuovere le disparità economiche, gli squilibri commerciali che all’interno di questa permangono e si rafforzano. Revisione dei compiti statutari della BCE, interpretazione più flessibile dei vincoli derivanti dal Patto di Stabilità e Crescita, creazione di un bilancio e di un debito federale (euro-bond) con possibilità di acquisto dello stesso da parte della BCE, Unione bancaria europea, legittimazione democratica delle Istituzioni europee.

Sono compiti difficili che spettano alla Politica ma sono anche l’unico modo per uscire dal guado, per riavvicinare le Istituzioni europee ai cittadini e per ritornare a guardare con fiducia alla possibile creazione degli Stati Uniti d’Europa così come immaginati da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene.

Il primo passo spetta a noi con il prossimo voto per le elezioni europee. E’ un appuntamento troppo importante per sottovalutarlo come stiamo facendo, anche nella nostra piccola Salice.

Emanuele Fina,

Consulente finanziario FinecoBank                                                                            

                                                                                                                                     Salice, 09 aprile 2014.

 

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