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Monday, 10 March 2014 08:31

Noi, emigranti del nostro secolo

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C’è stato un tempo, che era anni fa, in cui i nostri nonni avevano dovuto fare le valigie e lasciare tutto, la famiglia, la casa, il passato, nella speranza di trovare quel sudore che rende dignitosa l’esistenza: il lavoro.

C’è stata un’epoca, che era molte epoche fa, in cui gli abitanti di quei Paesi che offrivano poco per poterci vivere erano forzati a partire con la terra negli occhi e la disperazione nel cuore. Un’epoca che si è ripetuta molte volte nella storia.

 

Eccola ritornare avida, fare visita alle Nazioni martoriate dalla guerra civile, ai Paesi in cui la ricchezza della terra finisce in mani già ricche, lasciando morire chi da quella terra è stato partorito. E poi si ferma da noi, qui, in questa Italia agiata e fiera, che ostenta da secoli le sue bellezze e i suoi colori, che racconta da anni la sua storia in attesa di orecchie che la stiano ad ascoltare. Che ti sussurra: “È in questa Italia che troverai tutto quello che cerchi, qui dove la terra è generosa, dove la storia si affaccia dai monumenti in tutta la sua imponenza, dove il suolo si solleva in montagne per ammorbidirsi in colline e infine si allunga verso il mare. Qui dove il tuo passato e il tuo futuro si fondono in uno sguardo”.

Ci stiamo provando, Italia, a lanciare zavorre su queste terre scure e gonfie di frutti, ci stiamo provando a non volare via insieme agli altri aquiloni che hanno scelto il vento della migrazione; ci stiamo provando perché, se andiamo via noi, qui chi rimane?

Ci stiamo affannando a cercare un lavoro che sia un lavoro dignitoso, che ci permetta di viverti accanto e lottare per salvare l’eredità fatta di castelli e musei che ci hai lasciato, a lottare per vedere ancora quei colori che ha il cielo sopra di te, quella girandola del sole che affascina i turisti del Nord Europa e che conquista ancora noi che l’abbiamo sempre vista.

Ci stiamo impegnando anche se ci sentiamo dire che non sappiamo adattarci, che sogniamo un lavoro che non possiamo permetterci. La nostra era la generazione felice, quella delle nuove tecnologie, della spensieratezza e del tutto a portata di mano. La nostra è la generazione dei nuovi migranti.

Il futuro è una stanza buia e non riusciamo a trovare l’interruttore, eppure continuiamo a muoverci, a cercarlo. Ma tu, Italia, scrollati dal tuo torpore, reagisci alle incertezze puntando su ciò che hai, sulla tua bellezza, su noi che la viviamo. Non rendere anche noi stanchi di attese mai soddisfatte, di desideri vani. Non renderci migranti con la terra negli occhi, nel cuore.

 

 

Valentina Cagnazzo

Read 984 times Last modified on Monday, 10 March 2014 21:50

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