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Thursday, 30 January 2014 08:13

La medicina nell'arte

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Molto spesso l’arte viene percepita come elemento decorativo della vita dell’uomo. La sua funzione appare essere quasi estetica, senza alcuna rilevanza sul piano pratico. Però questa sua stessa natura viene già messa in discussione verso la fine dell’ottocento, quando inizia a formularsi nell’ambito prettamente pittorico un metodo scientifico finalizzato a rivalutare le competenze artistiche.

 

 

I primi pionieri sono i maestri dell’impressionismo (Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne, Edgar Degas, Éduard Manet, Paul Gaugin e così via) ad inaugurare una nuova stagione pittorica. Ad essi seguiranno successivamente anche ulteriori scoperte metodologiche che abbraccia un senso più esteso di come l’arte viene concepita come scienza (i Fauves, lo stile Liberty, la Secessione viennese, l’espressionismo, il cubismo, il futurismo, la pittura metafisica, il surrealismo, il modernismo catalano, e così via dicendo). Si arriva addirittura a studiare l’arte nelle sue varie forme con l’occhio con un approccio prettamente metodologico: durante la Repubblica di Weimar, in una Germania dilaniata dagli esorbitanti dazi di guerra stabiliti dal Trattato di Versailles, e con un’inflazione galoppante che svalutava pesantemente il Marco, la profonda crisi economica aveva generato una rinascita culturale che si rispecchiava nel Staatliches Bauhaus (una scuola che metteva a disposizione dei propri studenti pregiatissimi docenti, tra i quali spiccavano Johannes Itten, Walter Gropius, Hannes Meyer, Ludwig Mies Van der Rohe, Paul Klee, Wassily Kandinski; solo per citarne un paio).

 

Contemporaneamente a questo processo che sconvolge il pensiero artistico subentra un fattore congiunturale anche nel mondo prettamente scientifico, e soprattutto sanitario. L’avvento della psicanalisi ad opera di Sigmund Freud e lo studio antropologico, nati entrambi come frutti della corrente positivista che ha attraversato la metà dell’ottocento, aprono la strada a nuove intuizioni sull’appoggio dell’arte nella psicoterapia. L’arte, da sempre inserita in un contesto descrittivo nella ricerca scientifica, intorno agli anni cinquanta, cominciava ad assumere una propria funzione tecnica dal valore riabilitativo nell’ambito sanitario. In Italia, l’azione iniziata da Claudio Costa con lo psichiatra Antonio Slavich, vecchio collaboratore di Franco Basaglia, iniziò a coinvolgere artisti e professionisti del settore medico, con lo scopo di avviare l’uso dell’arte come strumento terapeutico: per l’appunto l’arteterapia. In sostanza se da un lato si è avviato un rigore scientifico nel mondo artistico, dall’altro l’arte è stata assorbita nel settore sanitario per fini terapeutici.

 

Ma prima di queste felici intuizioni metodologiche, com’era il rapporto che legava l’arte alla professione medica? Nel convegno “Rete Arte e Medicina”, svoltosi nella Città di Lecce Hospital, è stato proprio il Dottor Nicola Baldi, direttore della sezione di Cardiochirurgia dell’Ospedale SS. Annunziata di Taranto, a fornire risposte al riguardo mediante il suo intervento “La mala Arte: Malattie e Malati visti con gli occhi dell’artista.”

                       

Appare totalmente simbolico il dipinto in olio su tela (117x79 cm) di Francisco José de Goya y Lucientes, conservato all’Institute of Arts di Minneapolis, dal titolo Goya curato dal dottor Arrieta (1820). L’artista si rappresenta in un anziano autoritratto, carico di agonia, su un punto trascendibile tra la vita e la morte. L’oscurità inizia a prevalere sulla luce della vita, mentre il malato disperato si aggrappa con forza al lenzuolo. La presenza del dottore Arrieta è quasi sacramentale, lo regge e lo sostiene in un momento difficile. La luce che sembra abbandonare il malato appare irradiare Arrieta, il quale è l’unico a cercare di sostenere fattivamente il moribondo.

Nell’oscurità rimangono tutte le altre sagome, che rimangono solo spettatori di questo difficile travaglio che attraversa l’artista. Tra queste spicca la figura di un prete con il calice nella mano, pronto a dare l’estrema unzione. La presenza del sacerdote offuscata nelle tenebre, può avere anche un’altra importante lettura, commisurata alla presenza del medico, nel momento del trapasso: “avvolto nel tramonto dei valori cristiani e fasciato dallo stesso dubbio che rode i principi della ragione, Goya sulla soglia della modernità, arretra fino a recuperare a tentoni un gesto legato alla sorte immutabile: l’uomo faccia a faccia con il suo destino di morte.”1

E mentre il sacerdote assiste impotente all’esito finale del trapasso, come tutti gli altri viatici del moribondo, l’unico a consegnarli un minimo barlume di speranza, di non farlo cadere nell’oblio della morte, è proprio il dottor Arrieta, che lo sostiene fisicamente e gli porge la medicina.

 

Anche la Cacciata dal Paradiso del Masaccio, situata nella Cappella Brancacci all’interno della Chiesa di Santa Maria del Carmine, assume un valore prettamente simbolico nella descrizione della sofferenza umana, come imprescindibile componente della vita terrena.

 

Nell’affresco vengono rappresenti Adamo ed Eva mentre vengono cacciati dall’Eden. In precedenza Dio numerò le sofferenze che dovranno venire incontro:

 

“Alla donna [Dio] disse: «Moltiplicherò le tue sofferenze e le tue gravidanze, con doglie dovrai partorire figlioli. Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te.»

E all’uomo [Dio] disse: «Perché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dall’albero, per il quale t’avevo comandato: “Non ne devi mangiare”: Maledetto sia il suolo per causa tua! Con affanno ne trarrai il nutrimento, per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi farà spuntare su di te, mentre tu dovrai mangiare le erbe della campagna.

Con il sudore della tua faccia mangerai pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere tornerai!»”2

 

Nell’opera del Masaccio si avverte l’espressione carica di dolore di Adamo, e soprattutto di Eva. La sagoma che avvolge i due personaggi biblici sembra quasi voler indicare la fatalità, l’ombra della morte.

Dal passo biblico affiorano tutti quegli elementi descritti in maniera intuitiva e metaforica sulle varie difficoltà che Adamo ed Eva andranno incontro.

“Con doglie dovrai partorire figlioli” e “Spine e cardi farà spuntare su di te” sono solo un’allegorica e generalizzata descrizione delle sofferenze che l’uomo e la donna dovranno affrontare durante la vita terrena.

L’acquisizione della conoscenza, dopo aver mangiato il frutto proibito, saranno una risposta materiale al malessere umano.

La conoscenza vista come tecnica, e la tecnica come unica forma intuitiva capace di rispondere a queste problematiche naturali. Forse da qui si può leggere un valore simbolico della figura del medico, visto come colui che cerca di ritrovare quell’armonia perduta dopo la cacciata dal Paradiso, in termini di salute, come l’artista cerca di riconciliarsi con quella armonia che lo legava alla figura di Dio. Perciò appare obbligatorio richiamare un altro passo biblico:

 

“Finalmente Dio disse: «Facciamo l’uomo secondo la nostra immagine, come nostra somiglianza.»”3

 

Ed è in sostanza questo il concetto su cui si fonda il pensiero del Dott. Nicola Baldi, il quale cerca un connubio tra il medico e l’artista in quella capacità di ricostruire e di ricomporre quell’armonia, un tempo divina, e oggi caduca. Egli spiega come la tecnica sia stata utile nel determinare un passaggio da una teoria ontologica, che dimostrava le malattie come cause esterne all’essere umano, causate nell’antichità dagli Dei, ad una teoria fenomenologica. In questo cammino avutosi nel corso del rinascimento e dell’umanesimo, la ricerca medica definisce l’uomo come portare di uno squilibrio interno. Inoltre lo studio anatomico del corpo umano ha fornito anche nuove conoscenze. Si inizia a parlare di organi, di tessuti e di cellule, arrivando fino a due approcci scientifici che hanno caratterizzato il XX secolo: quello riduzionistico, che presuppone maggiore attenzione ai particolari, e quello olistico, dove invece si evince la complessità delle malattie come prodotto di più fattori.

 

 

 

Se durante il medioevo gli infermi venivano curati nei conventi e nei monasteri seguendo la regola benedettina, già agli sgoccioli di quest’epoca, a ridosso del rinascimento e dell’umanesimo, venivano a costituirsi i primi ospedali: tra queste strutture vanno ricordati il Pellegrinaio di Santa Maria della Scala a Siena, o alle immense opere costruite nella Roma papalina per ricoverare gli infermi: dal Santa Maria della Pietà, che dal XVI secolo ha dato accoglienza ai malati affetti di disturbi mentali fino all’adozione dell’umanitaria legge Basaglia, al San Gallicano in Trastevere che si occupava degli infermi affetti da patologie dermatologiche, per le quali si veniva discriminati nella società del tempo. (Vedere il documentario di Crash su Rai Storia, dove inoltre si parlerà anche dell’Ospedale Carlo Forlanini, inaugurato il 10 dicembre 1934) 4.

 

Nel Pellegrinaio di Santa Maria della Scala a Siena, si può osservare l’affresco titolato Cura e governo dei malati di Domenico di Bartolo (1441-1442).

Nell’opera del pittore rinascimentale viene messa in risalto la vitalità del Pellegrinaio: nell’ex struttura ospedaliera infermi e sani, ricchi e poveri, giovani e vecchi, sono tutti resi uguali davanti alla malattia.

Risulta singolare il connubio tra medico e sacerdote: se quest’ultimo si appresta alla cura dell’anima, il primo invece è attento a garantire la salute dei pazienti.

In quest’ottica tra la vita e la morte rientra la lite tra il gatto e il cane. Questa interpretazione viene ancor più valorizzata se si ha una lettura generale della composizione dell’affresco, partendo da destra verso sinistra: se il sacerdote assume un ruolo fondamentale nell’alfa e nell’omega della vita dell’uomo (dove agli estremi vengono riposte le figure di un prete si appresta ad immergere un neonato in fasce nella fonte battesimale, mentre l’altro cerca di confessare il moribondo disteso nel suo letto di morte), ad avere una centralità nell’opera del di Bartolo è la figura del medico. Un immagine quasi sacra, considerata parimenti importante per il suo ruolo, volto ad apprestare la cura agli infermi e a garantirne la salute fisica. L’opera può essere letta come un simbolo del Rinascimento, dove l’essere umano occupa una posizione rilevante al centro dell’universo, senza tuttavia dimenticare l’assistenza spirituale. Una concezione del tutto diversa da quella che viene espressa da Goya, ma che tuttavia ha come centralità l’operosità della professione sanitaria. Nella Cura e governo dei malati entra prepotentemente il connubio tra la cura del corpo e quella dell’anima, tra l’assistenza medica e quella sacerdotale.

 

Tuttavia la medicina non è onnipotente. Sempre nella Cappella Brancacci (1424-1428) è ancora Masaccio a evidenziare un forte legame spirituale con la guarigione dalle malattie. L’affresco intitolato San Pietro risana gli infermi con la sua ombra è una risposta a quella funzione medica che non può avere tutte le soluzioni a portata di mano.

Anzi, si nota un certo collegamento con quanto detto durante il convegno di Rete Arte e Medicina dal Dottor Leonardo Melossi, neuroriabilitatore, il quale afferma:

 

“[la neuroriabilitazione, ma in senso ancor più generico, l’arte medica] è una dimensione estremamente complessa dove vacilli, dove dubiti, dove non hai certezze, dove ti misuri ogni giorno, dove devi mettere in gioco tutta la scienza possibile con onestà intellettuale e senza ostentare quel delirio di onnipotenza che abbiamo un po’ tutti [rivolto ai colleghi]. Inteso in senso buono”.

 

Forse tale affermazione apparirebbe fuori luogo se consideriamo la figura umana del medico e l’icona sacra di San Pietro. Eppure è proprio questo il concetto divinatorio della medicina, la cura dell’infermo non passa solo attraverso un buon indottrinamento scientifico e sanitario, ma soprattutto anche dall’umanità del medico e dal suo approccio col proprio paziente.

Giordano Bruno affermava che “l’ombra prepara lo sguardo alla luce e attraverso l’ombra la divinità tempera”. E tale affermazione si riscontra in perfetta tesi alla necessità di umanizzare la medicina: l’ottimo medico, oltre ad avere delle buone competenze nel suo campo professionale, diventa come l’ombra del suo paziente, pronto a seguirlo e a sostenerlo durante il suo stato di degenza. Forse è questo il maggior valore simbolico che si evince nell’affresco del Masaccio, dove San Pietro, come un medico, sostiene il malato con la sua ombra, intesa come presenza, nella sua infermità.

 

Ma l’artista non si limita a descrivere solamente l’arte medica attraverso i fatti: il suo ausilio nell’ambito sanitario viene talmente documentato nel corso della storia, sia nella riproduzione analitica a fini scientifici dello studio delle malattie e del corpo umano, sia a descrivere le variopinte alienazioni che affliggono l’equilibrio mentale dell’uomo. Tali analisi le riporteremo nel prossimo articolo seguendo gli esempi offerti dal Dottor Nicola Baldi. Ma non solo.

 

 

 

1 Alberto Boatto, Narciso infranto: l’autoritratto moderno da Goya a Warhol, 1997

2 Genesi 3,16-19

3 Genesi 1,26

4 http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/crash-le-citt%C3%A0-nella-citt%C3%A0/23205/default.aspx

 

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