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Tuesday, 28 January 2014 07:33

UMANIZZARE LA MEDICINA PER MEDICARE L’UMANITÀ

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Si potrebbe stabilire una cooperazione tra la professione medica e le variopinte espressioni artistiche? Esse appaiono come due rette parallele, difficilmente coniugabili, eppure è questa la domanda che viene posta nel convegno “Rete Arte e Medicina”, presenziato lo scorso 23 e 24 gennaio alla Città di Lecce Hospital. Un progetto che mira a riscoprire quella umanizzazione della professione medica nel rapporto con i propri pazienti attraverso l’arte, una comunicazione che lega in una sorta d’interdipendenza il curato al suo curante, e viceversa.

 

In quest’ottica rientra anche l’apporto delle nuove tecnologie, che nel corso degli ultimi decenni sono stati il cavallo di battaglia con cui è stata portata avanti la ricerca medica, e dunque, la capacità dei medici stessi di assicurare ai propri pazienti maggiori possibilità di cura. Ma all’interno della complessa strutturazione della società contemporanea, dove ogni scoperta comporta un nuovo ramo specialistico, e perciò anche un nuovo livello burocratico, viene a definirsi una certa frammentarietà di quel legame quasi matriarcale, basato su un rapporto di fiducia posto da una diretta e incisiva comunicazione tra i diversi soggetti, e dalla cui ottica non sfugge neanche l’ambito sanitario. Allora su questo obiettivo i medici, attraverso l’arte e la scienza, parlano di comunicazione.

 

Un aspetto antropologico importante, qualora si voglia definirlo tale, sul quale riflette anche l’amministratore delegato della Città di Lecce Hospital, Giuseppe Straziota, il quale, dopo aver portato i saluti del presidente Ettore Sansavini, fa sue le parole dell’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, per invitarci a riflettere come l’apporto tecnologico ci sta progressivamente allontanando da quel vincolo comunicativo caratteristico della nostra umanità: “Siamo tutti i-tech e poco i-touch.” Senza tuttavia non dimenticare l’importanza delle scoperte tecnologiche, che rimangono pur sempre uno dei mezzi più forti che il medico dispone per perseguire al suo fine, ovvero quello di curare il malato.

 

Ma tuttavia resta da chiedersi, perché l’arte entra così vistosamente in un dibattito prettamente scientifico e sanitario come maggiore apporto anelante l’aspetto comunicativo tra paziente e medico? Bisogna anzitutto intendere il virtuoso impatto dell’arte come dialettica primordiale dell’istinto umano di volersi relazionare con gli altri, e successivamente, soprattutto con l’avvento della fonetica e della parola, come strumento supremo capace di esternare le proprie emozioni e i propri stati d’animo. Insomma, l’arte è uno strumento capace di veicolare l’instabile e mortale natura umana ad un più alto livello, quasi in senso divinatorio. Uno dei più grandi scrittori del novecento, il tedesco naturalizzato svizzero, Hermann Hesse diceva “Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio”, vincolandosi quasi a quella dottrina giudaico cristiana sulla quale è imperniata la tradizione storica della società occidentale, come sostiene il noto filosofo Umberto Galimberti, ma che indica anche l’essenza dell’uomo come una parte piccolissima dell’essenza infinita di Dio. Un Dio che significa soprattutto amore, e che incarna quella incessante sovrapposizione tra le capacità intuitive e razionali dell’uomo, che sfociano nella scoperta della tecnica, intesa come meccanismo razionale che dall’intuizione si fa carico di una ricerca scientifica per stabilire delle convenzioni allo scopo di risolvere i problemi pratici e materiali dell’uomo, alla naturale tendenza dell’uomo stesso di provare sentimenti e passioni, sensibilità ed empatia.

 

Sempre Hesse, da una sua recensione del 1914, diceva: “il principio di ogni arte è l’amore; valore e dimensione di ogni arte vengono soprattutto determinati dalle capacità d’amore dell’artista.” Allora si potrebbe sostenere tranquillamente che artisti non sono solo quelli che producono l’arte nel senso stretto del termine, ma in realtà sono tutti coloro che nel vincolo dell’amore verso qualcuno o qualcosa sprigionano le loro passioni elevandole ad uno scopo di vita, un mestiere che diviene arte qualora sia fondato sul sentimento, e non esclusivamente sulla tecnica. Ed in sostanza questo pensiero assorbe in sé anche una massima basilare di Ippocrate, considerato il padre della medicina, che in Praecepta del Corpus Hippocraticum, sosteneva: “Dove c’è amore per l’uomo c’è anche amore per l’arte (medica).”

 

Allora se l’età della tecnica da un lato ci assicura nuove scoperte tecnologiche, capaci di risolvere i problemi più pratici dell’uomo, dall’altra parte questo benessere appare tuttavia relativo. Questo perché la bilancia sociale dai quali pendono la razionalità e la sensibilità è squilibrata: non siamo in un periodo storico che mira alla scoperta dell’animo, ma non possiamo neppure considerarci di essere in una sorta di umanesimo, poiché l’uomo pone al centro del suo universo il prodotto delle sue stesse competenze tecniche. In sostanza viviamo in un mondo che ci governa con l’ausilio della tecnica, con le sue capacità di problem solving, ma che nonostante ciò trascura un carattere importante della nostra umanità, che appare difficilmente risolvibile con l’impiego dei mezzi scientifici e razionali, a causa della sua stessa imprevedibile natura che varia da individuo a individuo: partendo da quelle sensazioni che ha ognuno di noi quando si viene in contatto con ciò che ci circonda, e che poi sono alla base delle nostre personali esperienze e alla formazione dei nostri sentimenti e del nostro carattere.

 

Per questo motivo occorre dover reinventare – facendo proprio il termine sottolineato a più riprese dal coordinatore artistico di Lecce 2019 Airan Berg – il nostro modo di affiancarsi alle problematiche dell’uomo. Una nuova ottica per considerare l’importanza della sfera affettiva umana nella comunicazione tra individui, senza tuttavia dover sminuire la grande rilevanza che ha la tecnica nel risolvere i problemi reali della nostra vita. Ed è proprio questo l’obiettivo che si pongono i medici nel progetto “Rete Arte e Medicina-Lecce” quando affermano che bisogna “umanizzare la medicina”. In conclusione, prendendo la bella metafora del dott. Renato Gregorini, responsabile del reparto di cardiochirurgia della Città di Lecce Hospital, tutte le figure di spicco che hanno partecipato a questo convegno non hanno compiuto una vera operazione chirurgica su un cuore pompante all’interno di una cassa toracica, ma si sono fatti prodigi d’interventi mirati a sanare quel cuore astratto che è simbolo della spiritualità, dell’emotività e della bontà insita nell’essere umano per mezzo dell’arte. Con il mio personale augurio che questa operazione vada a buon fine, e che il progetto sia d’esempio non solamente all’ambito sanitario nazionale, ma che coinvolga anche altre istituzioni smarrite nella loro funzione umanitaria.

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