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Monday, 27 January 2014 09:32

“27 GENNAIO: IL GIORNO DELLA MEMORIA”

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Il 27 gennaio è stata istituita la giornata della memoria in ricordo dello sterminio del popolo ebraico.

SHOA è il termine ebraico che significa appunto “STERMINIO”, col quale si indica la persecuzione e il programmatico genocidio degli ebrei europei da parte del regime nazista nel corso della Seconda Guerra mondiale. Per indicare l’evento è comunemente, anche se impropriamente, usato il termine OLOCAUSTO.

Come conseguenza delle idee nazionalistiche e razziste proclamate da Hitler nel Mein Kampf (1925), il regime nazista, sin dall’inizio adottò contro gli ebrei misure di discriminazione sistematica, formalizzate in seguito alle leggi di Norimberga (5 settembre 1935). Secondo l’ideologia antisemita e razzista del regime, ebreo era chiunque risultasse avere tre o quattro nonni osservanti della religione ebraica, indipendentemente dalla effettiva partecipazione alla vita della comunità ebraica. Gli ebrei, in quanto non ariani, erano soggetti a leggi e prescrizioni discriminatorie. Dal 1933 al 1939, il Partito nazista, gli enti governativi, le banche e le imprese private misero in atto un’azione comune volta a emarginare gli ebrei dalla vita economica del paese.

I NON-ariani vennero licenziati dalla pubblica amministrazione, gli avvocati e i medici ebrei persero i clienti ariani; le ditte di proprietà ebraica furono liquidate o acquisite da non-ebrei a prezzi molto inferiori al valore reale; i ricavi ottenuti ai nuovi proprietari (“ARIANIZZAZIONE” dell’economia) furono assoggettati a speciali tassazioni; gli ebrei impiegati in ditte liquidate o arianizzate persero il lavoro.

Obiettivo dichiarato dal regime nazista prima della Seconda Guerra mondiale era spingere gli ebrei all’emigrazione. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 ( la “Notte dei Cristalli”) come rappresaglia all’assassinio a Parigi di un diplomatico tedesco da parte di un giovane ebreo, in Germania furono incendiate tutte le sinagoghe e infrante le vetrine dei negozi di proprietà ebraica, mentre nei giorni successivi le SS arrestarono e deportarono migliaia di ebrei. Molti ebrei tedeschi e austriaci decisero di abbandonare il paese senza ulteriori indugi; centinaia di migliaia di persone trovarono rifugio all’estero, ma altrettante si videro costrette o scelsero di rimanere. Nel 1938 anche il Re d’Italia Vittorio Emanuele III ratificò leggi razziali antiebraiche, volute, sul modello di quelle tedesche, dal regime fascista di Mussolini. Ne conseguì un esodo, quantitativamente assai più modesto, di cittadini italiani di origini ebraica. Allo scoppio della Seconda Guerra mondiale l’esercito tedesco occupò la Polonia occidentale, che contava tra gli abitanti due milioni di ebrei, i quali vennero sottoposti a restrizioni ancor più severe di quelle vigenti in Germania. Furono infatti costretti a trasferirsi in ghetti circondati da mura e filo spinato; ogni ghetto aveva il proprio consiglio ebraico cui era demandata la responsabilità degli alloggi, della sanità e della produzione. Quanto era prodotto al loro interno veniva poi scambiato con generi di prima necessità, come carbone e cibo in misura rigidamente razionata.

Nel giugno 1941, l’Ufficio centrale di sicurezza del Reich inviò, al seguito delle armate tedesche impegnate nell’invasione dell’Unione Sovietica, tremila uomini organizzati in corpi speciali con il compito di individuare ed eliminare sul posto la popolazione ebraica dei territori occupati. La notizia dei massacri compiuti dalle squadre d’azione si diffuse immediatamente nel mondo, ma fu rapidamente rimossa e non provocò alcuna iniziativa da parte dei governi democratici impegnati nel conflitto con la Germania. A un mese dal’inizio delle operazioni in Unione Sovietica, si organizzò una “soluzione finale” della questione ebraica in tutta l’Europa occupata o controllata dalla Germania. A partire dal settembre 1941 gli ebrei tedeschi furono costretti a portare ben visibile, cucita sugli indumenti o su una fascia da tenere al braccio, una stella gialla e nei mesi seguenti decine di migliaia di ebrei furono deportati nei ghetti in Polonia e adibiti alla funzione di campi di sterminio.

Vi confluirono gli ebrei provenienti non solo dai ghetti vicini, ma anche da tutti i paesi europei occupati dai nazisti. Bambini, anziani e tutti gli inabili al lavoro venivano condotti direttamente nelle camere a gas; gli altri invece erano costretti a lavorare in officine private o interne ai campi e , una volta divenuti inadatti alla produzione per le terribili fatiche e privazioni subite, venivano ”eliminati”.

La maggior parte delle esportazioni ebbe luogo tra l’estate e l’autunno 1942, dopo che nel gennaio dello stesso anno erano stati precisati i termini della soluzione finale. I casi di resistenza alle deportazioni furono rarissimi. Anche molti ebrei italiani furono internati in centri di raccolta e poi avviati in campi di sterminio: frequenti ma isolati furono gli episodi di resistenza civile o militare che ostacolarono l’attuazione delle direttive governative.

I beni dei deportati vennero sistematicamente confiscati da governo tedesco. Il trasferimento nei campi di sterminio avveniva generalmente in treno: la polizia pagava alle ferrovie di stato un biglietto di sola andata di terza classe per ciascun deportato. I treni, composti da vagoni merci sprovvisti di tutto, persino di prese d’aria, viaggiano lentamente verso la destinazione e molti deportati morivano lungo il tragitto. La destinazioni più tristemente famosa fu sicuramente quella di Auschwitz-Birkenau in Polonia, dove vi trovarono la morte oltre un milione di ebrei, molti dei quali furono prima usati come cavie umane in esperimenti di ogni tipo. Per una rapida eliminazione dei cadaveri, nel campo vennero costruiti grandi forni crematori. Nel 1944 fu fotografato da aerei da ricognizione alleati a caccia di obiettivi industriali; i successivi bombardamenti eliminarono le officine, ma non le camere a gas.

Al termine della guerra, si potè calcolare che nei campi di sterminio avevano trovato la morte più di sei milioni di ebrei, oltre a slavi, zingari, omosessuali, testimoni di Geova e comunisti.

Nel dopoguerra il ricordo dello Shoa ebbe un peso esistenziale nella formazione di un a ampio consenso, attorno al progetto di costruire il Palestina uno stato ebraico che potesse accogliere i sopravvissuti alla tragedia: il futuro stato di Israele.

 

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