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Friday, 10 January 2014 22:30

TAP, IL GASDOTTO CHE SPACCA LA POLITICA LOCALE

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È da quattro anni ormai che si sente parlare di TAP (acronimo di Trans-Adriatic Pipeline), ma solo nell’ultimo periodo è emersa davvero la questione in tutte le sue salse. Nell’ultimo anno non sono mancate le problematiche, le proposte alternative, gli incontri e le manifestazioni locali e nazionali. Alcuni accostano addirittura il caso all’altra vicenda nazionale ancora più nota, la TAV in Val di Susa.

La vera questione è ancora una volta il delicato equilibrio tra popolazione-politica -multinazionali mentre la torta da dividere è, come spesso accade, il territorio salentino. Ma entriamo nello specifico.

 

Il metanodotto TAP è sostanzialmente una linea che preleverà gas naturale dall’Azerbaigian e che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, inserendosi nel cosiddetto “Corridoio del Sud”, ovvero un insieme di infrastrutture strategiche che hanno l’obiettivo di collegare l’est Europa all’ovest.

La società TAP, dopo aver scartato quattro ipotesi nelle zone industriali di Brindisi, ha previsto l’approdo del gasdotto nei pressi di San Foca, in un contesto ambientale che vanta ben 5 Bandiere Blu e che presenta praterie di posidonia oceanica al largo e antichi uliveti nell’entroterra, nonché la presenza di un sito Natura 2000 e la vicinanza all’area Sic delle Cesine.

Questo progetto fa parte di un programma energetico europeo (TEN-E) che prevede la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ed ha lo scopo di ottenere risparmi sul prezzo del gas.

In particolare, per il versante adriatico, sono previsti ben tre progetti:

  • TAP (Statoil, Egl, E-on), con approdo previsto a San Foca;
  • IGI-Poseidon (Edison, Depa), con approdo previsto a Otranto;
  • Rete Adriatica Brindisi/Minerbio (SNAM), un tracciato appenninico che sta suscitando anch’esso abbastanza dissenso tra la popolazione umbra e abruzzese.

 

Attualmente si paventa l’ipotesi che i primi due progetti potrebbero fondersi per dar vita ad un unico approdo nei pressi di Otranto. Alla base di questa ipotesi vi sarebbero le difficoltà che la società TAP sta riscontrando con la comunità di Melendugno e le necessità di cui la IGI-Poseidon, avente tutte le autorizzazioni ma non il gas, ha bisogno per poter partire al più presto. Ma oltre al tubo, resta comunque ferma la realizzazione di una centrale per il trattamento del gas grezzo e per l’allacciamento alla rete Snam di Mesagne indirizzata verso il resto d’Italia e d’Europa.

Il nostro sistema energetico veicola attualmente circa 110 miliardi di mc di gas all’anno e ne consuma solo 64 (dati SNAM), la restante parte viene quindi destinata al centro Europa, dove il mercato è sicuramente più redditizio per i promotori. Tali dati, almeno visivamente, confermano che il nostro sistema è già saturo di richieste e pertanto la “strategicità economica” di un progetto come TAP, che incrementerà la quantità di gas di altri 10 miliardi di mc, sta esclusivamente nel profitto privato di questa società. Quasi sicuramente ci sarà qualche posto di lavoro, non c’è dubbio, e molto probabilmente anche le nostre bollette potrebbero costare meno. Ma fino a che punto è lecito barattare le qualità ambientali, patrimoniali e turistiche della nostra Puglia (definita da National Geographic come “la più bella del mondo”) con eventuali risparmi e posti di lavoro?

È quello che si chiede in un certo senso il Comitato NO TAP insieme ad un vasto mondo associazionistico, produttivo e politico (LILT e il dott. Giuseppe Serravezza, Wwf, Ecodem Salento, M5S con i senatori Maurizio Buccarella e Barbara Lezzi, Movimento Regione Salento di Paolo Pagliaro, Lecce Bene Comune di Carlo Salvemini, Forum Ambiente Salute, operatori turistici, Assobalneari, Sib, Aprol, Confcommercio, Confesercenti, Confagricoltura, docenti ed esperti, e varie amministrazioni comunali con Melendugno e il sindaco Marco Potì in testa). Nel corso di questi anni, questa grande fetta di popolazione ha mostrato rispettabilissime perplessità economiche e ambientali al progetto TAP, proponendo tavoli tecnici con tutte le parti politiche, elaborando soluzioni alternative insieme a docenti dell’Università del Salento e manifestando il proprio dissenso attraverso manifestazioni. Non si tratta quindi di quattro rivoluzionari anarchici, ma di una società eterogenea che ha studiato il progetto con tutte le sue criticità e che il 27 dicembre scorso ha manifestato la sua contrarietà davanti al sottosegretario allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti.

Ad aprire al progetto TAP vi è invece l’ok di Confindustria, con Piernicola De Castris convinto della strategicità dell’opera, della Cgil pugliese e di Legambiente Puglia, che afferma che “il problema è il carbone e non il gas”.

Ma i maggiori rappresentanti della politica locale, che posizione hanno preso? Dopo anni di indifferenza discutono, o meglio, litigano ancora. Tra un Governo Regionale contrario ma timido (che ha istituito una commissione VIA che comunque non può essere vincolante), un centrodestra completamente latitante (con una Provincia che si definisce contraria nelle TV locali e dei parlamentari che votano a favore) e un Pd dalle mille voci (che ha ignorato completamente le proposte avanzate dalla sua associazione ecologista Ecodem), vi è un dato di fatto imprescindibile: la Camera, il 5 dicembre scorso, ha approvato definitivamente la ratifica al trattato Italia-Grecia-Albania con il voto favorevole di due dei principali parlamentari salentini, Rocco Palese (Forza Italia) e Teresa Bellanova (Pd). Il trattato approvato risulta essere vincolante anche sul punto di approdo, definito “nei pressi di Lecce”, pertanto anche quelle proposte che individuano l’approdo in zone brindisine non sono realizzabili (a meno che non viene bloccato con la stessa procedura parlamentare). Proprio un’idea del genere è stata lanciata da Sergio Blasi (segretario Pd Puglia) che, rivolgendosi all’assessore regionale Loredana Capone, ha proposto un approdo a Cerano gemellato alla riconversione della centrale Federico II da carbone a gas, scatenando l’ira dei politici brindisini e una guerra campanilistica. Che dire, una proposta bella sul piano ideologico, che minimizzerebbe drasticamente il rischio tumorale nel Salento, ma pur sempre grossolana e vaga se proposta in tal modo (per non parlare del vincolo territoriale sancito dalla ratifica prima citata). Con quale controproposta può, la politica regionale, chiedere ad una società come ENEL di chiudere la sua centrale, e quindi il suo profitto, per dare spazio ad un’altra società? Fu infatti proprio il Comitato NO TAP, lo scorso luglio, a rendersi disponibile ad “ospitare” il gasdotto a condizione di una riduzione delle emissioni inquinanti in Puglia di almeno il 30% e di inserire l’opera in un piano energetico nazionale.

Ecco, una manovra di riconversione può essere effettuata solo dal Governo centrale. In sostanza, solo un Piano Energetico Nazionale varato dal Governo - come il “Nationaal Energieakkoor” fatto in Olanda - che punti in maniera più decisa sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica, che effettui una riduzione intelligente e pianificata delle fonti fossili come quella della Federico II e che miri ai requisiti sanciti dal Protocollo di Kyoto, risulta essere la vera strategia energetica sia per l’economia che per l’ambiente.

 


 

Insomma, il dibattito politico si è spostato tra chi vuole il gas al posto del carbone. Forse lo vorremmo tutti e ben vengano ipotesi del genere se portate con più pragmatismo e coerenza, ma attualmente si sta rischiando di averli entrambi e la politica è chiamata ad esprimersi al più presto.

Una cosa è certa, se i politici locali avessero fin da subito prestato più attenzione alla propria popolazione, forse ora si eviterebbero simili figure. Ma la questione va avanti e le battaglie pure, quindi ne vedremo ancora delle belle.

 

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Collaboratore Salic'é. Appassionato di urbanistica, di
politica, di ecologia e di tutte quelle pratiche virtuose che valorizzano
l'efficienza e la tradizione di un territorio.

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