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Thursday, 28 November 2013 08:43

LA VALIGIA DI CARTONE

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“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti“. (C. Pavese).

 

Non avevo neppure diciannove anni quando ho deciso di andare via da casa, per studiare. Come me, intere generazioni di ragazzi e ragazze che per motivi diversi hanno fatto armi e bagagli e hanno deciso di costruire un futuro lontano da casa, o almeno di provarci. Tutti condividiamo la stessa sensazione di distaccata nostalgia da quel piccolo paesino sperduto in mezzo agli ulivi, dove il tempo sembra essersi fermato da decenni.

 

E siamo tutti spavaldi e coraggiosi quando, gonfiando un po’ il petto, e alzando il capo, diciamo a chi resta che noi invece ce ne andiamo. Senza sapere quando torniamo, peraltro. E ignorando quello che accade dopo. Ognuno a proprio modo, viviamo un piccolo trauma, e lo affrontiamo in maniera diversa. Siamo una succursale sparsa per il mondo di Salice, un paese speculare al nostro.

 

Proprio per questo non si possono categorizzare quelli che se ne vanno in un’unica specie, sarebbe riduttivo. Si possono raccontare delle storie però. E condividerle con chi resta aiuta a sentirsi vicino a casa, almeno un poco, quel che basta per sentirsi ancora parte della realtà che ti ha dato vita.

 

Inizio dalla mia. Andare via a diciannove anni, dicevamo. Una valigia piena di belle speranze, e come limite solo l’orizzonte. Studiare, partire, fare di me stessa l’immagine che mi ero creata in testa. Parafrasando Vecchioni, ero una comica, spaventata guerriera. Ci aggiungerei parecchio ingenua, ma mi credevo furbissima, ahimè.

 

Ho imparato a fare il bucato (oddio, a volte metto ancora i colorati con i bianchi, e riesco anche a sentire a distanza lo sguardo colmo di sdegno e orrore di mamma, ma continuo imperterrita), a cucinare (lasciando da parte alcuni esperimenti culinari parecchio azzardati), e soprattutto a convivere con emeriti sconosciuti (ma questo è un capitolo che merita trattazione a parte, ho perso il conto dei personaggi con cui ho avuto a che fare nel corso degli ultimi otto anni, e ho accumulato storie ai limiti del picaresco, ma tant’è).

 

Soprattutto nei primi anni però, forte era la sensazione che non ci fosse stato un vero distacco, ogni scusa (e ogni sconto Trenitalia) era buona per poter tornare a casa, anche solo per pochi giorni. Non sono tornata però, anche se poco ci è mancato. Quando sono andata via forse non ero pronta a mollare gli ormeggi, ma dopo qualche anno non ero pronta a rientrare all’ovile. E continuo ancora a sentirmi sospesa.

 

Vivo a Barcellona ora, e non è facile tornare spesso a casa. Se però chiudo gli occhi riesco a vedere la Chiesa Madre di notte, con le luci che sembrano colorarla di un giallo irreale. E vedo anziani seduti sulla panchina, che osservano la gente passare mentre cercano di riconoscere visi giovani e sconosciuti. E vedo il pranzo della domenica, tanta di quella roba da far venire l’acquolina in bocca, e un infarto ai maniaci delle diete. Vedo le donne del mio paese, che non conoscono rassegnazione,

 

forti, malinconiche, generose, fiere, che stringono pericolose (per i mariti) alleanze con un caffè, o con primizie condivise perché, beh non deve esserci per forza un perché. Vedo gli uomini, protettivi, spavaldi, che si prendono in giro e lanciano piccole provocazioni a voce alta perché scherzano così: ”Te tau na lezione“ dalle nostre parti non ha niente di minaccioso, è una sfida e un invito al gioco.

 

Solo quando sei fuori dal tempo, campisci quanto possa essere difficile vivere lontano. Perciò, a chi rimprovera i fuori-sede di ogni tipo che è troppo facile tornare solo per le vacanze, dico di indossare i nostri panni (continuate a lavarli separati però, mi raccomando). A chi vive fuori e nasconde il fatto di venire da un paesino piccolo così (“Sono di Lecce” è una bugia, rassegnatevi!), dico solo di stare all’erta, arriverà il momento in cui non potrete nascondere il fatto che vi manca la passeggiata mattutina di Natale in Via Umberto . A chi si strugge per la lontananza, invece, consiglio di rilassarsi nei limiti del possibile, e di pensare che il paese è lì, inamovibile, pronto a raccogliere chiunque quando sarà il momento.

 

 

Valeria Scandone

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