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Friday, 21 June 2013 06:45

CRONACA DI UN GIORNO DI GUERRA A SALICE SALENTINO

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Dopo la fine della prima guerra mondiale, l’agricoltura Salicese si caratterizzò per la coltura intensiva della vite che andava ad integrare quella misera e arretrata economia locale basata principalmente sulla coltivazione di foraggio per gli animali e di cereali destinati, questi ultimi, essenzialmente alla sopravvivenza familiare. La coltura dell’ulivo per la produzione dell’olio, sia lampante e sia alimentare, assieme a quella dei fichi e del tabacco, assicurava ai contadini ed ai possidenti una buona rendita.

 

Erano tipiche le coltivazioni dei cosiddetti cucùmmari, ortaggi di stagione dalla forma allungata e dal colore verde chiaro, e delle spureddre che, pur appartenendo alla stessa famiglia dei primi, avevano una forma più tondeggiante, il colore della buccia di un verde scuro e, decisamente, erano molto più saporiti per via di quella fragranza che gli conferiva la qualità di ”più profumati”. Inoltre, c’erano le angurie lu sciardiniscu, tondo e dal colore verde scuro appartenente alla varietà indrisina (brindisina), e i meloni, quiddri te pane gialli o verdi che, come si diceva, erano te tinire fenca a Natale. Completavano il frugale quadro alimentare i prodotti vegetali stagionali i quali erano consumati sia crudi che cotti oppure conservati sotto sale, sotto aceto e sott’olio. La patata era tenuta in scarsa considerazione dalle nostra gente, probabilmente perché il suo valore nutrizionale non era ben conosciuto, e difatti sulle tavole era quasi del tutto assente. La frutta cominciava a comparire nella tarda primavera e si poteva raccogliere sino a fine estate ma essa, tranne qualche ”avventuriero” che riusciva a procurarsela con anticipo rispetto ai tempi per la maturazione completa, era solitamente a disposizione dei ricchi proprietari terrieri e dei conduttori di fondi. In questo stesso quadro socio-economico la popolazione di Salice si trovò ad affrontare, anche se con maggiori privazioni, gli anni della Seconda Guerra Mondiale.

 

Era il 1943 e in quei tre anni di guerra già passati, sebbene il Salento fosse relativamente coinvolto negli scenari più terrificanti del secondo conflitto mondiale, in paese si viveva un clima carico di tensione. Al calare delle tenebre l’ansia, la paura e l’angoscia coinvolgevano tutti senza alcuna distinzione tra i favorevoli e i contrari al regime fascista. Gli orecchi erano costantemente tesi e pronti a captare ogni minimo colpo di artiglieria o fragore di bombe, anche i più lontani, mentre gli occhi scrutavano i segnali che giungevano dal cielo. Guardando in lontananza verso tramontana si vedevano distintamente i fasci di luce rilasciati dai fari delle contraeree poste a difesa del porto di Brindisi, i lampi del fuoco dei cannoni ed il bagliore dei candelotti bengala lanciati dai bombardieri dell’aviazione americana ancor prima dell’inizio del bombardamento vero e proprio. Bagliori e cupe detonazioni riempivano l’aria e, salendo sulla terrazza, ci si accorgeva che provenivano da Sud verso Galatina dove, per l’appunto, era sito l’aeroporto di Lecce, uno dei centri più importanti dell’aviazione italo - tedesca.

Altre azioni di guerra si svolgevano contemporaneamente nei cieli di San Pancrazio e di Grottaglie perché, come Galatina, anch’essi erano sede di aeroporti militari dell’Asse.

Ciò giustifica le notti da incubo vissute dai Salicesi quando accanto al rombo dei motori degli aerei ancora distanti, si sovrapponeva il suono d’allarme della sirena che avvertiva l’imminente passaggio di aerei “nemici” nei pressi dell’abitato. In paese la sirena d’allarme era collocata su una finestrella aperta nel muro esterno del palmento appartenuto alla famiglia Laterza e situato in Via Vittorio Emanuele II affianco all’edicola dedicata al Cuore di Gesù. Essa era azionata elettricamente, mediante una leva, da uno dei soldati della Regia Marina Italiana appostati per l’occasione presso la casina te li Carosi. Qui, difatti, i militari italiani svolgevano funzioni di sorveglianza del territorio servendosi, inoltre, di un obsoleto aerofono ovvero uno strumento di rilevamento del suono utile ad intercettare il rombo degli aerei in avvicinamento. Appena veniva rilevato il segnale di avvicinamento, un milite immediatamente inforcava la bicicletta e, pedalando velocemente, percorreva un buon chilometro fino a giungere in paese per azionare la sirena con un ritardo di almeno dieci minuti rispetto all’intercettazione. Il paese, allora, si animava di un fuggi fuggi generale di persone intente a scappare verso le zone di periferia oppure verso casa al fine di ripararsi nei rifugi, spesso utilizzati anche in comune con altre famiglie, ricavati negli ortali contigui alle proprie abitazioni. Questi, tuttavia, erano alquanto insicuri e inutili poiché consistevano in un fossato scavato nella terra largo circa un metro per una lunghezza variabile a seconda del numero di persone che dovevano starci dentro. La profondità raggiungeva un metro abbondante e il tutto era coperto da sàrcine (fasci di rami d’ulivo), da fascine te sarmente ( fasci di tralci di vite) e terra. Chi invece abitava nelle case della periferia trovava più agevole fuggire in campagna dal retro di casa oppure dal giardino retrostante essendo quest’ultimo quasi mai recintato o, nel migliore dei casi, cinto da poche file di conci di tufo posati uno sull’altro e spesso senza malta. In casa di maestro Ciccio Marinosci, il noleggiatore di biciclette che abitava all’angolo di fronte al Convento dei Frati Minori, tra Via Umberto I e Via Fontana, si ascoltava la proibita ”Radio Londra”.

 

            Giunta l’estate del 1943, i contadini si trasferivano come sempre in campagna per i consueti lavori pur mancando nelle famiglie molte braccia di giovani figli, mariti e padri perché chiamati alle armi e diretti, non raramente, verso i vari fronti di guerra. Alla carenza di manodopera maschile sopperivano, allora più che mai, le braccia forti e risolute delle donne di ogni età, degli anziani ancora vigorosi e dei tanti ragazzotti delle tanto numerose famiglie Salicesi.

In campagna, durante questo periodo, approfittando della frescura nell’oscurità della sera la gente sedeva fuori dalla pajiara, per rinfrancare le membra dalla stanchezza del lavoro diurno. Di tanto in tanto, quando qua e quando là, improvvisamente una zona veniva investita da una luce abbagliante prodotta da un bengala. Scoppiava allora il panico e, il terrore, produceva un tale spavento che attanagliava la gola di tutti quanti. Fuggivano atterriti in tutte le direzioni, cercavano riparo da quella luce sotto un albero o sotto una pianta mettendosi curvi fino a terra, altri, invece, restavano fermi e ritti come impalati. I bambini, condotti fuori dai più ”grandi”, erano fatti accovacciare sotto a nnù cippune dove ricevevano due chicchi d’uva da mangiare e invitati a respirare profondamente e, ancor più, sollecitati a far la pipì affinché, così come dicevano i ”maggiori”, potessero scaricare la tensione.

 

            In quella stessa estate del ’43 si lavorava anche nella campagna in località lu Monte nei pressi della Masseria te lu Pastore. Per giungere in questa zona bisogna partire dalla stessa masseria e, subito dopo una ventina di metri, giungendo alla biforcazione che si presenta davanti, si prende a sinistra lungo quella stradina che un tempo era costeggiata da una fila di maestosi pini. Procedendo ancora avanti e lasciandosi sulla destra la Ora te li Capocelli; un’ampia depressione naturale con al centro una cavità capace di ”ingoiare” tutte le acque piovane in eccesso che qui defluiscono grazie alle pendenze naturali del terreno, si giunge nei pressi di un campo nel quale, in quella fatidica estate, lu Fedele Sciulente ed altri avevano coltivato nù sciardinu te miluni. Un po’ di are di terreno, adiacenti a questo, erano state destinate alla coltivazione del tabacco ed altre, invece, erano state seminate a cotone, l’ammace. A sinistra della strada e quasi di fronte al terreno di Fedele, quattro anni prima Francesco Spagnolo, un fiero reduce della prima guerra mondiale meglio conosciuto come Chicchi Tramuntana, assieme a suo cognato Pippino Di Maggio, avevano impiantato un vigneto che nel frattempo era diventato pastanieddru e costruito al centro del campo nù paijarieddru. Lungo il lato del terreno che costeggiava la strada, le viti di Chicchi seguivano perfettamente il suo andamento il quale, volgendo ad angolo retto per poi proseguire ritto verso destra tra campi con alberi di fico le cosiddette sciardine, porta infine verso una piccola depressione nella quale si apre un inghiottitoio naturale. Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1943, precisamente nei giorni della fiera annuale di Salice, Pippino Di Maggio era prigioniero ad Orano, sulla costa Algerina, e sua moglie Giovanna Bove, ovvero la Nina Carzale, aiutata da suo padre e dai parenti ”portava avanti” con coraggio la vigna e la famiglia. In quell’anno, con la Campagna d’Italia promossa dagli Alleati, gli eventi bellici cominciavano a volgere al peggio per l’Asse italo-tedesco al punto che, da lì a due mesi, il governo italiano, rappresentato da Badoglio, avrebbe firmato l’armistizio. Gli anglo-americani incalzavano e la loro aviazione compiva frequenti incursioni sui porti e aeroporti Salentini in vista dello sbarco in Sicilia. I caccia tedeschi di stanza presso l’aeroporto di San Pancrazio e di Leverano, quest’ultimo peraltro sconosciuto fino ad allora agli Anglo – Americani, quindi in prossimità di Salice, erano di conseguenza impegnati nella difesa aerea coadiuvata dalle postazioni a terra della contraerea di cui dislocata proprio nei pressi della Ora te li Pampi. I bombardieri americani compivano le loro incursioni sia di notte che di giorno ma principalmente erano privilegiate le prime ore del mattino poiché la luce dell’alba aiutava a localizzare più precisamente gli obiettivi da colpire trattandosi, appunto, di operazioni a vista. L’aviazione inglese, invece, per disorientare i radar tedeschi ricorreva, già dal 1942, al lancio di grandi quantità di striscioline in carta stagnola - quelle utilizzate per avvolgere il cioccolato - poiché esse erano in grado di riflettere lo stesso segnale di rimando prodotto da un aereo in volo. Diverse nuvole di queste luccicanti striscioline, secondo le testimonianze oculari fornitemi, furono viste cadere sui terreni di Salice da quei contadini che, con gran meraviglia, erano al contempo impegnati nei lavori agricoli.

 

            Diversi episodi legati ai bombardamenti aerei del ’43 sono ancora vivi nei ricordi dei Salicesi più anziani, allora poco più che ragazzi e, al fine di non perdere la memoria storica oltre alla volontà di contribuire allo studio del periodo bellico in questione che è ancora poco esplorato nel Salento, ho ritenuto opportuno raccogliere e ordinare le testimonianze per poi inquadrarle nel contesto storico servendomi, tra l’altro, dei contributi, locali e non, pubblicati da altri studiosi e appassionati.

           

            Nella mattinata di venerdì 2 luglio ’43, giorno solennemente dedicato dai Salicesi a Maria S.S. della Visitazione, a Salice si ebbe la sensazione di essere, inaspettatamente di fronte ad un attacco aereo per via del vicino e grande frastuono prodotto dagli scoppi di bombe.

Salvatore Innocente, Totò Salata per i Salicesi, all’epoca dei fatti aveva poco più di dieci anni. Egli ricorda, ed afferma con certezza, che quel giorno venendosi a trovare nelle immediate vicinanze del convento, e precisamente a mienzu alla Fera, vide di colpo la gente fuggire in tutte le direzioni a seguito del suono di allarme lanciato dalle sirene. Subito dopo, due o più bombardieri, provenendo dalla direzione della chiesa Madre, si dirigevano verso il Convento seguendo, in tal modo, una rotta che andava da Levante a Ponente permettendoli così di sorvolare l’intero abitato. Di lì a poco si sarebbero uditi gli scoppi di alcuni ordigni che questi aerei lasciarono cadere fuori dell’abitato. Il ricordo di Totò Salata corrisponde alla testimonianza fatta da alcuni civili secondo i quali i piloti a bordo dei due, o forse più, aerei bombardieri pesanti, identificati come B-24/D Liberator, al ritorno dalla vicina area delle operazioni belliche decisero di liberarsi di un carico residuo di bombe al fine di acquistare velocità per sfuggire ai caccia tedeschi che li avevano avvistati. Altri testimoni, invece, asseriscono che lo sgancio di bombe fu dettato dalla necessità di non rendere conto al comando alleato del residuo inesploso ma ciò, a rigor di logica, è molto dubbio poiché l’importante era colpire gli obiettivi e compiere la missione indipendentemente dal carico bellico trasportato e utilizzato.

Unendo le diverse testimonianze raccolte e inerenti ai fatti di quella mattina, uno di questi bombardieri, dai Salicesi detti a tiralettu per via dell’alettone a due timoni paralleli montato sulla coda, provenendo da ovest sganciò una bomba ad alto potenziale in quel tratto di campagna che sta tra il primo stratone te li Filippi ed il lato della Massaria te Lu Pezza, ovvero dentro quelle che sono dette le terre te lu Ninu Scalpellu. Un’altra, ancora, fu sganciata quasi contemporaneamente alle spalle della stessa masseria e precisamente dentro lu pastanu te primaticciu te ton Luciu D’Agostino nei pressi del quale stava lavorando Salvatore Quarta noto come lu Tore Taccaru. Le schegge prodotte dalla deflagrazione, malgrado una gli fosse passata pericolosamente vicina, lo lasciarono fortunatamente illeso ma l’onda d’urto prodotta dallo scoppio lo scagliò per aria alla distanza di alcuni metri. Un altro testimone del bombardamento avvenuto nella zona de lu Pezza, fu Vincenzo Palazzo, ovvero il cosiddetto ’Nzinu Mecu, che all’epoca era un semplice inchiunastru di quindici anni. Quel giorno, anche se il testimone erroneamente afferma essere il 1° luglio, si era recato in un suo podere verso quelle campagne per raccogliere un po’ di pere in compagnia del fratello Uccio, allora quattordicenne, e di due coetanei, loro amici, Martino e Cosimo Bianco agnominati Tripuli. Verso le ore 11, sotto il sole cocente, sentirono il rombo di due aerei che da Ponente si dirigevano nella loro direzione. Non appena quel rumore diventò molto forte, i ragazzi si gettarono istintivamente per terra e fu proprio questo il gesto che li salvò da morte certa perché un ordigno esplose a circa duecento metri da loro. I bombardieri, dopo gli sganci effettuati allu Pezza e proseguendo nel loro tragitto verso est, lasciarono cadere altri due o tre ordigni sulla zona di Missere Andrea che, detta volgarmente le terre te li Pulice, non esplosero. Gli aerei, probabilmente ancora gli stessi, dopo aver virato verso sud-est giunsero in località lu Monte sganciando contemporaneamente ben cinque bombe di cui due ad alto potenziale e tre incendiarie, che impattarono a scacchiera sul giovane vigneto di Chicchi e Pippino, prima richiamato, e quasi a ridosso del paijarieddru. Le potenti deflagrazioni scatenate dai primi due ordigni crearono rispettivamente due enormi crateri nel terreno scagliando a grande distanza enormi zolle di terra, le gnife, mentre una grossa scheggia asportò di colpo la parte posteriore della paijara. Di controparte, quelle incendiarie fecero bruciare le vigne tutte attorno ammaccando anche le foglie delle piante più distanti. In merito a questo evento, Cosimo racconta che quel giorno, di buon mattino, suo padre Chicchi si era recato in campagna portandovi i giovani figli Cosimino e Sisino. Una volta giunti, aveva tranquillamente lasciato i due a giocare da soli all’interno del paijarieddru il quale, per le modeste dimensioni, non poteva essere usato per tutta l’estate come abitazione ma solo come rifugio utilizzato per trovare un riparo alla calura degli assolati giorni estivi. Dopo aver raccomandato loro di fare i bravi durante la sua assenza, Chicchi andò alla fiera di Salice giusto il tempo per fare qualche compera. Cosimino aveva allora dodici anni mentre Sisino cinque e, durante l’assenza del padre, giocavano con una manciata di mandorle riparati all’interno del rifugio. Dopo un po’ che se ne stavano tranquilli, Sisino fece un piccolo scherzo al fratello, forse gli rubò qualche mandorla, e corse via verso l’esterno mentre Cosimino si dava prontamente all’inseguimento. In quel momento accadde il finimondo e, così come prima anticipato, si udì un tremendo boato provocato dallo scoppio di alcune bombe accompagnato da fiamme mentre zolle di terra e piante finivano scaraventate per aria in ogni direzione mentre il paijarieddru veniva contemporaneamente colpito e sfondato da una scheggia nella parte posteriore. Fortunatamente i due rimasero illesi e, non appena riavutisi dallo spavento, Cosimino prese per mano il fratellino per far ritorno, da soli, a casa. I due avevano imbroccato la strada che dalla Masseria del Pastore portava verso casa da dietro il Convento e, passando per le contrade Carasseddra, li Cagnazzi e li Sciuliani, giunsero nei pressi de li Carosi dove c’era la postazione degli aerofonisti della Regia Marina. Questi, vedendoli giungere da soli dal luogo ove erano avvenute le ultime esplosioni, chiesero loro cosa fosse accaduto e Cosimino riferisce che forse gli aerei avevano bombardato le masserie dei dintorni. Giunti finalmente a casa, tra l’emozione dei due e la costernazione dei familiari, Cosimino espone l’avvenuto così come in precedenza aveva già detto ai militari. Nino, loro fratello maggiore, dopo aver ascoltato la storia, d’impulso imbracciò il fucile in spalla e inforcò la bicicletta per dirigersi verso lu Monte. Oltrepassata la masseria, si avvicinava sempre più al vigneto di famiglia sin quando, giunto su un piccolo dosso, ebbe modo di osservare il loro campo devastato, abbruciacchiato e quasi del tutto distrutto. Non è difficile immaginare i sentimenti di Nino in quel momento quando, tra un misto di stupore e di rabbia, fissava il disastro avvenuto e contemplava le ricadute negative che quello scempio avrebbe riversato sulla debole economia famigliare anche se, c’è da aggiungere, questa tragedia, come si vedrà, non fu l’unica.

Nelle ore seguenti all’accaduto, e anche dopo, un continuo viavai di persone, costituito per la maggior parte da Salicesi, si recò nella contrada Pastore per vedere quell’area che si presentava come un vero e proprio scenario di guerra. Vi si recò anche don Ugo Grilli, un ufficiale del Genio Militare che in quei giorni era in licenza a Salice, il quale notando una grossa zolla di terra distante diversi metri dal luogo delle esplosioni chiese a Cosimino, che lì era ritornato, chi avesse trasportato tanto lontano una così grande zolla. Il ragazzo, con un pizzico di ironia, gli rispose: ”Noi!” La sorpresa dell’ufficiale di fronte a quella dimostrazione di inspiegabile forza umana, e per di più quella di un ragazzino, fu molto breve allorquando vide gli enormi crateri lasciati dalle bombe e comprese che Cosimino si era burlato di lui.

A completamento degli episodi che si riferiscono ai bombardamenti avvenuti su Salice nella stessa giornata, gli aerei dopo aver distrutto il campo di Chicchi virarono decisamente a Sud e, lasciandosi Salice sulla sinistra, sganciarono altre bombe nei pressi della massaria te lu Palummaru, proprio a ridosso de la aira, nel momento in cui era in funzione la trebbiatrice che prese fuoco assieme ad alcune mannucchiàre, ossia quei cumuli costituiti con diversi covoni di grano. Salvatore Persano, in paese conosciuto come Totò Miserino, all’epoca di quest’ultimo evento era un ragazzotto di nove anni. Egli racconta che quel giorno si stava recando in bicicletta alla masseria te lu Palummaru, così come gli aveva ordinato il padre Giovanni che, in quel tempo ne era il gestore, per prendere della ricotta da portare a casa. Giunto all’altezza della masseria te Santu Chiricu, poco distante da quella del Palummaru, udì il rombo di uno stormo di aerei provenienti da Nord-Ovest in direzione di San Pancrazio. Ricordando le istruzioni ricevute a scuola in merito alle azioni da intraprendere nel caso in cui era in atto un bombardamento aereo, il giovane scese immediatamente dalla bicicletta per gettarsi nel canale di irrigazione il quale, asciutto in quel periodo, parte da lu lacquaru della masseria e si dirige verso la campagna. Da lì a poco, Tòtò sentì il sibilo delle bombe che cadevano dal cielo al quale immediatamente seguì un tremendo scoppio a breve distanza. La deflagrazione produsse una ”valanga” di terra che gli cascò sopra e avvertendo, inoltre, un bruciore al viso dovuto dal contatto con una scheggia rovente che allontanò con un dito riportandone, tuttavia, un’ustione. Dopo quegli attimi di terrore, le sue urla furono udite dal maresciallo Vergine il quale, ritornando dalla fiera col suo calesse, passava da quel posto diretto verso la masseria della Noa che lui conduceva. Con le mani nude, il maresciallo liberò immediatamente il ragazzo dal cumulo di terra e, una volta rincuorato, lo fece accomodare sul suo biroccio caricandone anche la bicicletta per poi accompagnarlo a casa. Oltre a questa testimonianza, lo stesso Persano narra che fu testimone di un altro fatto accaduto qualche giorno dopo l’abbattimento di un aereo americano che, come tanti altri Liberator, il 2 luglio era impegnato nelle operazioni sul Salento e precipitò in chissà quale campagna distante da Salice. Dell’equipaggio di questo bombardiere, il testimone asserisce che due aviatori sicuramente si salvarono. Difatti, continua Totò, qualche giorno dopo il due luglio, alle prime luci dell’alba si era recato col padre in un loro podere sito in contrada la Mendola, che é nei pressi del Comune di Veglie, per svolgere dei lavori. Giunti sul posto trovarono nella piccola casa, fabbricata in quel terreno, due militari stranieri – il testimone con vaghezza definisce inglesi o americani- che lì avevano trascorso la notte. Questi, sorpresi dalla loro inaspettata ’visita’, non seppero dire alcuna parola in italiano ma gesticolando fecero loro capire di non proferire parola con nessuno su quanto accaduto e si affrettarono ad andare via.  

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            Un aspetto che traspare in modo molto evidente dai fatti sin qui narrati è quel senso di paura che disarma gli uomini di fronte a momenti di particolare orrore. L’uomo, per sua natura, quando si sente inerme di fronte a tanto terrore trova spessamente rifugio nella preghiera, invoca l’intercessione del Santo oppure, una volta scampato il pericolo e per enfatizzare ancor più l’accaduto, colora la sua cronaca con la fantasia. L’atavico legame con il Sacro e con la fantasia delle genti Salentine non hanno risparmiato nemmeno i fatti avvenuti quel 2 luglio 1943 a Salice. Difatti, tra i tanti anziani Salicesi interpellati su quel giorno, vi è la diffusa convinzione che fu un miracolo - probabilmente vero ma la riflessione storica deve evitare di confondere il sacro col profano lasciando la libertà di credere o meno a un evento soprannaturale - della Vergine Maria che, festeggiata in quel giorno, comandò alle bestie di travolgere tutto in modo che il paese risultasse già colpito evitandone il bombardamento e, quindi, i morti. La sua protezione, inoltre, fece anche in modo che le bombe cadute nelle campagne circostanti non procurassero la morte di tanti innocenti. Come per Muro Leccese dove gli anziani narrano che fu un ”geniale” pilota di caccia italiano a sospingere un Liberator, pressandolo su un’ala, fuori dall’abitato per farlo qui cadere, anche a Salice la fantasia ha prodotto il suo racconto. E’ diffusa convinzione, infatti, che il comandante dello stormo fosse un Italo-Americano i cui genitori erano nativi di questa zona. Per tale motivo egli avrebbe dato precise istruzioni all’equipaggio affinché il micidiale carico di bombe fosse sganciato fuori dell’abitato ma, l’assenza di prove e l’improbabilità che ciò sia veramente accaduto, fa seriamente dubitare sull’attendibilità di quanto narrato.

 

            In merito ai bombardamenti del 2 luglio ’43 sul territorio Salentino, come anticipato, altri ricercatori hanno svolto un egregio lavoro di ricerca presentandoci lo scenario storico e bellico di quel fatidico giorno d’estate. Prima di procedere alla descrizione storica di quel momento, però, è necessario premettere sinteticamente come il Salento visse il secondo conflitto mondiale e quale fu il suo ruolo.  

Le piccole comunità Salentine, in un certo senso, avevano coscienza del delicato momento politico che l’Italia in quel tempo stava attraversando ma non esisteva per loro un vero e proprio coinvolgimento nelle azioni di guerra. Questa constatazione portò erroneamente alcuni storici a sentenziare che nel Salento le conseguenze del secondo conflitto mondiale potevano ridursi solo alla scarsità dei prodotti alimentari che ne aveva ulteriormente amplificato la povertà. In realtà, però, gli studi che sono stati promossi negli ultimi anni hanno dimostrato come la partecipazione dei Salentini al secondo conflitto mondiale fu particolarmente attiva e specialmente nel periodo del post armistizio quando, stabilitosi Vittorio Emanuele III a Brindisi, numerosi uomini lasciarono le provincie per unirsi ai resistenti del centro-nord Italia. Inoltre, tanti giovani furono richiamati alle armi e portati sui fronti di guerra, anche al di fuori dell’Italia, e di questi ben pochi fecero ritorno.

I fatti avvenuti a Salice, che trovano riscontro in molti centri del Salento quali Muro Leccese, Scorrano, Martano, Otranto, Nardò, San Pancrazio, Galatina, Leverano, Grottaglie, Taranto, Brindisi e via dicendo, dimostrano inequivocabilmente che in quei giorni una pacata popolazione, composta per lo più da donne, bambini e anziani poiché inabili all’arruolamento a differenza dei tanti padri di famiglia e figli maschi, si ritrovarono in uno dei peggiori scenari di guerra che una falsata storiografia ha sinora sottovalutato o, persino, ignorato. Oggi, questo nascente revisionismo storico, così come si vedrà in seguito, ha dimostrato il ruolo fondamentale assunto dal Salento al fine di rendere possibile il famoso sbarco in Sicilia volto, poi, alla liberazione d’Italia.

Le forze alleate, difatti, non avrebbero mai potuto dalla Sicilia puntare in sicurezza verso Roma se nel frattempo non fossero stati distrutti gli importanti aeroporti dell’Asse dislocati nel Salento, la contraerea e l’importante porto militare di Taranto che permettevano il controllo di tutta l’area del Mediterraneo Sud-Orientale. In ultimo, c’è da aggiungere, uno degli obiettivi fondamentali degli Alleati per la vittoria finale era quello di distruggere le importanti riserve petrolifere tedesche presenti a Ploiesti, in Romania, e per fare ciò era necessario conquistare l’aeroporto di Foggia in quanto strategicamente rappresentava il punto ottimale di partenza degli aerei per giungere efficacemente sull’obiettivo. Foggia non avrebbe mai potuto ospitare l’aviazione alleata se non fossero state poste in sicurezza le retrovie ovvero debellate tutte le basi navali e aeree Salentine ovvero messo a ferro e fuoco tutte le provincie con le loro piccole comunità.    

Le incursioni aeree degli Alleati sul Salento ebbero inizio il 2 luglio 1943. Vincenzo D’Aurelio, un ottimo e brillante giovane di Maglie, autore e appassionato ricercatore di memorie patrie, mi scrive – così come ebbe modo di pubblicare nel suo saggio dal titolo ”Muro Leccese, 2 luglio 1943” (Muro L., 2009), che «nel ’43, le fasi preparatorie allo sbarco alleato in Sicilia prevedevano una vasta campagna di bombardamenti aerei sull’Italia meridionale. L’aeronautica Statunitense aveva in servizio i micidiali bombardieri B24-D ”Liberator” e, in previsione delle operazioni nel Mediterraneo orientale, nello stesso anno spostò da Norfolk (Inghilterra) a Benina, un aeroporto sulla costa Libica a 20 km da Bengasi, diversi gruppi di bombardieri. La prima missione assegnata ai Liberator prevedeva, per il 2 luglio del ’43, il bombardamento dell’aeroporto di Lecce (Galatina) il quale, all’insaputa degli Alleati, era direttamente collegato con quello di Leverano. Qui erano dislocati i famosi caccia ME109 della Luftwaffe i quali si alzarono in volo e intrapresero diverse battaglie aeree con i bombardieri americani [...]. Dei cento ”Liberator” impegnati nel bombardamento del Salento, venti appartenevano al 44° Gruppo Bombardieri Pesanti. Essi, decollati da Benina alle ore 7:15, valicata la costa Sud-Orientale del Salento, pressappoco all’altezza di Castro, puntavano dritti su Galatina ma, inaspettatamente, alcuni si trovarono di fronte ai caccia tedeschi di Leverano. Tuttavia, diciassette Liberator alle ore 11:31, da un’altitudine di 20.000 piedi (6.000 metri circa), riuscirono a sganciare cinquantuno tonnellate di bombe sull’aeroporto di Lecce. Fu distrutta la pista e diversi aerei ancora a terra, debellata completamente la debole contraerea e incendiati molti hangar». Lo stesso D’Aurelio riporta nel suo saggio un trafiletto del ”Flint Journal”, quotidiano americano del tempo, con il quale documenta la grande portata dell’operazione americana di quel giorno (cento bombardieri in volo!) e la devastazione operata in diverse aree del Salento che, è facile notare, ricadono nei pressi di Salice Salentino.

La testata suddetta titola a tal proposito e con grande enfasi che:

«Gli Yankee distruggono tre Aeroporti Italiani»

e aggiunge che «100 Liberator Americani hanno attaccato e distrutto tre aeroporti nell’Italia meridionale, venerdì in una grande azione offensiva […] con lo sgancio di 100.000 libbre [circa 45 tonnellate] di bombe sulle basi Italiane di Lecce, Grottaglie e San Pancrazio. Tre aerei Americani sono stati persi nel raid, la difesa aerea sotto Taranto é stata resa inoffensiva. 20 aerei dell’Asse sono stati colpiti e abbattuti». Salice Salentino, quindi, in quel tragico venerdì si trovò nel bel mezzo di un bombardamento a vasto raggio prima e ad una serie di battaglie aeree tra caccia tedeschi e bombardieri B24/D Americani poi. Malgrado si siano avute in alcune località vittime tra i civili, come accadde a Galatina ed in seguito, il 23 luglio, a Leverano, è necessario sottolineare che i bombardieri alleati avevano esclusivamente obiettivi militari e, tutt’al più, nelle vicinanze dei centri abitati miravano ad effettuare azioni di disturbo. Furono proprio le azioni di disturbo previste nell’area di Galatina e di San Pancrazio il motivo per il quale gli Alleati bombardarono anche le campagne di Salice Salentino che, non è inutile aggiungere, ricadevano proprio nelle vicinanze di quest’ultima località.

Nino Arena, un valoroso eroe della Brigata Paracadutisti ”Folgore” e reduce nella battaglia di El Alamein, nel suo libro dal titolo ”La Regia Aeronautica 1939-1943: l’anno dell’armistizio” (Roma 1982), conferma il bombardamento avvenuto a Salice ed infatti scrive che «il primo aeroporto continentale ad essere attaccato cronologicamente fu il nuovo campo di atterraggio di San Pancrazio Salentino, che alle ore 10.21 [ora locale G.M.T. +1] del giorno 2 veniva bombardato da 25 quadrimotori con gravi danni alle attrezzature, 22 morti e 6 feriti. Sette minuti dopo veniva attaccato il campo in approntamento di Gallipoli, dove la caccia Tedesca, decollata da Galatina su segnalazioni radar, abbatteva sei bombardieri; alcuni minuti dopo (ore 10.34) una pattuglia di plurimotori bombardava anche l’aeroporto di Grottaglie danneggiando al suolo 14 aeroplani e provocando morti e feriti. Alle 10.40 altri velivoli lanciavano bombe nella provincia di Lecce a Salice, Nardò, Melissano mitragliando obiettivi bellici e case di abitazione causando 3 morti e 67 feriti fra civili e militari; contemporaneamente veniva bombardato l’aeroporto di Galatina con danni agli impianti e al materiale, 23 morti e 68 feriti tra il personale. Pattuglie di caccia del 161° Gruppo Aut. C.T. intercettavano alcuni aerei incursori abbattendo 2 ”Liberator” precipitati a Scorsano [Scorrano] e a Lizzanello dove solo 5 aviatori su 18 si salvarono».

Ferdinando Pedriali, esimio studioso di storia militare, attingendo dal testo ”44th Bomb Group Roll of Honor and Casualties” (USA, 2005) di Will Lundy, un veterano americano della Seconda Guerra Mondiale, recentemente scomparso, nonché storico del 44° Group Bomb, ovvero uno dei gruppi di bombardieri che parteciparono all’incursione sul Salento, aggiunge ulteriori notizie in merito a questi bombardamenti scrivendo che «il 2 luglio 1943 i Bomb Group 44° e 93° esordiscono insieme ai veterani del 376° e 98°, scaricando sugli aeroporti di Lecce, Grottaglie e San Pancrazio una miscela di dirompenti da 500 libbre e bombe a frammentazione da 20 libbre. I ventinove B-24 del 98°B.G. arrivati su Lecce rientrarono tutti alla base, mentre i diciannove B-24 del 44° che poco dopo bombardarono lo stesso obbiettivo se la cavarono piuttosto male. Affrontato da alcuni BF.109 G6 prima di giungere sul bersaglio, il reparto perse subito un Liberator, più un secondo che, gravemente danneggiato, fu in seguito costretto ad effettuare un ammaraggio forzato in cui morirono cinque dei dieci membri dell’equipaggio. Ebbe migliore fortuna il 376° B.G. che rientrò dal bombardamento di Grottaglie con tutti i suoi ventidue B-24 nonostante il Comando Tedesco del IV Gruppo JG.3 di base a Leverano, impegnato in combattimento con quegli aerei, stimò di aver inferto perdite molto superiori da parte di cinque piloti della Staffel ad altrettanti aerei Americani che, tutto sommato, se ne tornarono da Grottaglie senza aver conseguito gli obiettivi che si erano fissati di raggiungere».

La potenza di fuoco dei B24/D Americani, per quanto si legge dalle fonti sinora riportate, era veramente straordinaria tanto da essere definiti ”fortezze volanti” ma, non meno singolare era la loro capacità di bombardare da notevole altitudine. Nel già citato saggio di Vincenzo D’Aurelio, difatti, si legge che «la specialità degli equipaggi dei B24, che rappresentò un’innovativa tattica militare, fu quella di riuscire a bombardare gli obiettivi designati, quali caserme, aeroporti, contraeree etc. con altissima precisione e da un’elevata altitudine, generalmente poco superiore ai 20.000 piedi (6.000 metri circa). Si trattava di un quadrimotore eccellente sia per le sue caratteristiche aerodinamiche che gli permettevano un’elevata manovrabilità e sia per il potenziale bellico che riusciva a trasportare, oltre alla grande potenza di fuoco dettata dai mitragliatori in esso installati […]. Poteva armarsi con 4 bombe da 907 Kg. Oppure con 8 da 454 kg. o con 12 da 227 kg. o con 20 da 45,4 kg. che fossero sia di tipo incendiario che a frammentazione».

L’ultimo atto, dopo l’armistizio, avvenuto di lì a due mesi, ce lo ricorda la piccola Lina te lu Pascalinu te la machina. Lei, una bambina, che ritta sul ciglio della strada, nonostante gli appelli della madre a rientrare in casa sita poco più avanti della Cappella di Santa Maria, osserva ”tosta” la lunga fila di carri armati, autoblindo e ogni altro mezzo militare con a bordo dalle facce e dall’aspetto truce che si trasferivano al Nord, lasciando definitivamente i nostri paesi.  

Per quanto esposto e documentato, quindi, è evidente come in realtà ci sia stata nel Salento una tragica storia non ancora narrata nella quale Salice Salentino ebbe il suo ruolo che, seppur secondario rispetto agli eventi principali della grande storia del secondo conflitto mondiale, contribuisce efficacemente a consolidare i tratti dell’identità, della cultura, della storia e del popolo di questo luogo.

 

di Ciccio Innocente 

 

 

 

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