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Sunday, 05 May 2013 16:54

FEMMINICIDIO: TRA ALLARME SOCIALE E PROPOSTE PER COMBATTERLO

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Si fa un gran parlare, in queste ore, dell’opportunità di dotare il nostro ordinamento di una legge che punisca il femminicidio, ovverosia l’omicidio della donna in quanto donna, la violenza motivata dalla misoginia.

La questione si ripropone ogniqualvolta l’opinione pubblica è scossa da episodi di violenza nei confronti di una donna, proprio come sta avvenendo a causa dell’ultimo (purtroppo temo solo in ordine di tempo) caso, quello della povera Ilaria Leone, la diciannovenne di Livorno trovata morta nei giorni scorsi.

Secondo un’indagine svolta dalla “Casa delle donne per non subire violenza”, solo nel 2012 i reati commessi che sarebbero configurabili come femminicidio sono stati 124, a fronte di 47 tentativi.

Nel novembre dello scorso anno è stata depositata un’apposita proposta di legge dall’On. Giulia Bongiorno e dall’allora Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. La proposta prevedeva da un lato la modifica delle circostanze aggravanti del reato di omicidio, estendendo la pena dell’ergastolo a chi agisca “in reazione ad un’offesa all’onore proprio o della famiglia o a causa della supposta violazione da parte della vittima di norme o costumi culturali, religiosi, sociali o tradizionali” e, dall’altro, l’introduzione, con l’art. 612 ter c.p., del reato di “matrimonio forzato”.

Di recente (lo scorso mese di marzo), una legge sul femminicidio è stata approvata in Bolivia, dove è prevista per tale reato una pena di trent’anni di carcere.

Quello della violenza sulle donne è un problema prima di tutto culturale. Non è un caso che nel nostro Paese solo nel 1981 sia stato abolito il “delitto d’onore”, per cui era prevista una pena quasi irrisoria (la reclusione da tre a sette anni) per chi cagionasse la morte del coniuge, della figlia o della sorella che avesse avuto una “illegittima relazione carnale” che ledesse “l’onor suo o della famiglia”.

La proposta di introdurre una norma penale specifica mira a sfruttare appieno la c.d. funzione general-preventiva della pena, ossia la sua funzione di dissuasione della totalità dei consociati dal commettere il reato. Per la violenza sulle donne, però, ciò, sul piano sociale, potrebbe probabilmente contribuire a scardinare un certo maschilismo misogino, ma di certo sarebbe insufficiente se non accompagnato da un profondo cambio di rotta da parte di chi rappresenta le istituzioni e da oculate opere di sensibilizzazione.

 È sul piano culturale, sociale che la questione va, in primo luogo, affrontata, affinché ogni singolo cittadino sia messo nelle condizioni di avere reale consapevolezza del tema.

 La previsione di una circostanza aggravante o di un reato apposito ben venga se servisse ad evitare la morte o l’umiliazione di anche una sola donna, ma sarebbe un inevitabile fallimento se si risolvesse nel classico fumo che consentisse alla classe politica di sentirsi sollevata dalle colpe passate e presenti (sempre nelle ultime ore si leggono frasi sessiste, razziste e omofobe pronunciate anche da esponenti politici) e che evitasse, ancora una volta, all’opinione pubblica e ai cittadini che la compongono di battersi il petto e riconoscere le proprie responsabilità di tante azioni compiute direttamente, tollerate o, addirittura, giustificate.

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Laureato in Giurisprudenza, iscritto alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell'Università del Salento. Collabora con lo studio legale Capaldo-Pellegrino. Appassionato di teatro, politica, musica e cinema.

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