Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #87 Diario di Francesco

Cartolina 87

Il protagonista di oggi è Francesco M., che ci descrive le sue impressioni di impiegato pendolare, mentre ritorna sul treno percorrendo la via Emilia, verso Modena. E di come anche il panorama non troppo entusiasmante del suo ufficio, può sembrare bellissimo dopo uno stop obbligato. Buona lettura!

 

Devo partire da un dettaglio: Google mi propone il riepilogo degli spostamenti, ogni mese. Aprile e maggio, un solo luogo visitato. Complessivamente, 10 km percorsi, tempo totale di attività 2 ore. Quel luogo è il supermercato. Ho trascorso gli ultimi tre mesi in casa, sono uscito solo per fare la spesa. Ogni venerdì. Tutti in fila, per ore, prima di entrare. Di quei venerdì ricorderò per sempre un particolare: il silenzio. Non solo il silenzio della città (pochi autobus, qualche volante delle forze dell'ordine), ma soprattutto il silenzio di quelle code. Nessuno parlava, tutti si limitavano ad avanzare pochi metri alla volta. E una volta all'interno, tra le corsie del supermercato risuonavano solo i bip delle casse in lontananza e la voce assillante che a intervalli regolari invitava a fare in fretta. Il silenzio è stato il simbolo della fase 1 (forse è per questo che nei primi momenti le persone si riunivano sui balconi per fare rumore). Il silenzio è stato il protagonista anche delle mie poche e solitarie sortite esterne di questi mesi, durante i quali ognuno di noi ha visto cose nuove e ognuno di noi ha fatto un elenco delle cose osservate, scoperte, riscoperte e imparate. Io ho scoperto lo smart working: lavoro agile, si chiama lavoro agile. Per noi è agile, per gli anglofoni è intelligente. Con orgoglio, col tempo, scopriremo che è agile, più che intelligente. Ma dopo 3 mesi e soli 10 km percorsi, è giunto il momento di rientrare in ufficio per una rapida sortita: bisogna sistemare la montagna di fogli stampati da casa attraverso una stampante lontana 50 km, raccogliere un po' di roba utile per proseguire il lavoro da casa, magari rivedere i volti (pardon, gli sguardi) amici.

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"Quindi normalmente sono uscito dopo *tre mesi*" e ho rivisto il mondo. Particolari su cui mi sono soffermato, in ordine sparso: 3 persone sul bus con la mascherina abbassata (il risultato della sfida è di 2 signore a 1 ragazzo: non sono cattivi i giovani, non lo sono nemmeno gli adulti, i cattivi sono semplicemente i cattivi, senza distinzione di sesso, età, razza, ideali politici, religione o squadra del cuore); la segnaletica nelle stazioni e i percorsi obbligati che nessuno rispetta (e se il treno frena un po' più avanti, ecco la fiumana che si muove alla faccia del metro di distanza); viaggiatori in attesa del treno per tornare a casa dopo 3 mesi; il labile confine tra poter salire sul treno o rimandare il rientro agognato sancito dal responso del termoscanner; il senso di precarietà generale offerto dalla visione della popolazione con addosso la mascherina; gli sguardi delle persone ai quali presto più attenzione per la ragione di cui sopra; la semplice e sincera bellezza della ragazza in treno di fronte a me (amori-che-durano-il-tempo-di-un-viaggio); la monotona campagna piatta e le montagne in lontananza lungo la via Emilia vista da un treno; l'orribile vista dalla finestra del mio ufficio che quasi mi sembrava bellissima dopo così tanto tempo; il centro città che non vedevo da tre mesi; "tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere" (ah, quanto mi sono mancate!); i rider, i nuovi lavoratori di questo decennio: consegne di cibo, vino, altro cibo, alcol, tabacchi, ancora cibo; il distanziamento che non funzionerà mai (come si può impedire a due persone la vicinanza o il contatto fisico?); la foto dei due ragazzi che si baciano sul binario, mentre scorro la home di Repubblica (e ci credo! ma chi se ne frega del virus se rivedo la persona che amo dopo tre mesi? è sicuramente un rischio che si corre volentieri); comitive di studentelli (c'è sempre il simpaticone del gruppo che mi sta sul cazzo); il movimento e la vitalità nel centro cittadino (a tratti controllati e accorti, a volte come se questi tre mesi non ci fossero mai stati); gli aperitivi, nuovo argomento di aspro dibattito in queste settimane (un ragazzo e una ragazza parlavano, seduti uno di fronte all'altro, in un'istantanea di ritrovata e normale tranquillità: la scena mi ha rincuorato, non mi ha spaventato).

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Cose che mi sono mancate: trotterellare fregandomene dello struscio; fare a meno degli slalom giganti per stare a distanza; respirare senza barriere; guardare la bocca e le labbra degli interlocutori; bacetti e abbracci quando ci si saluta dopo tanto tempo; il tempo (e la voglia) di osservare e fotografare i particolari; gli occhi verdi della persona con cui condivido la vita da pendolare negli ultimi tre anni.

Magari torneranno nella fase "non-ci-sono-più-fasi".

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