Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #89 Diario di Daniele

Il protagonista di oggi è Daniele Passaro, un filosofo di 33 anni che lavora come creativo pubblicitario in Toscana. Appena possibile torna nella sua Campania perché così può andare al mare. Tutto l'anno (soprattutto adesso). In realtà il suo racconto potrebbe essere ambientato a Narnia, ma non tutti capirebbero senza prima leggerlo, perciò eccolo qui. Buona lettura!

 

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Graziella di Daniele su muro (o forse portale)

 

Ricordo quando sono rientrato a lavoro – anche fisicamente, intendo – e ho fatto due passi per una Firenze silente e desolata prima di tornare sulla mia strada. Dopo settimane in cui ero rimasto più o meno sempre chiuso in casa, quelle vie non mi erano mai parse così belle. So cosa pensate: Firenze è già bella di suo, non c’era il solito casino in giro, avevi lo smartphone scarico e per la prima volta dopo un anno hai alzato lo sguardo mentre camminavi. Tutto vero, ma credo che la discriminante principale di tutta la faccenda sia stata la possibilità di camminare, per così dire, a cazzo. Camminare ha molto più senso quando non ne ha, e per quanto vi sentiate risoluti vi informo che andare da qualche parte senza sapere dove e perché è comunque tutto quello che farete durante tutto l’arco della vostra esistenza cosmica. È la nostra attività principale insieme ad inventare giustificazioni valide per noi stessi o perlomeno socialmente accettabili sulle nostre scelte. Come quando ti trovi in vacanza a Zambrone perché c’è una spiaggia bellissima ma tutto il paesello fa mille abitanti quindi se esci senza motivo le anziane ti guardano male dagli infissi, qualcuno ti chiede di chi sei figlio o chi stai cercando, allora t’inventi che devi prendere le salsicce, ti rispondono che è domenica ed è tutto chiuso, ringrazi e saluti ma ti fermano perché il macellaio è al bar del paese in attesa di una qualsiasi ragione per alzare la sua saracinesca, quindi niente, devi comprarti ‘ste di salsicce mentre sei in vacanza con la tua ragazza vegetariana. Come quando ti fermi sull’affaccio di un terrazzo da solo a una festa e ti si avvicina qualcuno che ti chiede che cos’hai, e il tuo unico vero problema è che ti fa schifo il fumo, perché bastava che fumassi e nessuno avrebbe notato uno che si allontana per fumare e nel frattempo magari contempla profonde verità esistenziali. Se però ti fermi al bordo di una balconata con lo sguardo fisso sull’orizzonte, ma non fumi, ti vuoi buttare. Così è decretato. Fingere di telefonare può aiutare, ma finisci a scrollare qualcosa a caso e a rubare a te stesso un momento che avresti voluto passare con te stesso. So che durante questo lockdown abbiamo avuto in teoria molte opportunità di avere momenti d’autocoscienza, ma è pur vero che le occasioni per riflettere ci sono utili durante il nostro vissuto quotidiano. Se una persona sale sulla cima di una montagna a riflettere da solo per dieci anni quando scende da quella montagna è bene o male la stessa persona ma non sa chi sia Elettra Lamborghini, che comunque è già una piccola soddisfazione, resta però il fatto che ipotizzare su quali che siano le scelte giuste della vita è molto più facile di dover essere nella posizione di farle davvero, sapendo che una scelta in favore di qualcosa è sempre a discapito di qualcos’altro, e dovendo agire sotto stress mentre lavori, ti nutri male, frequenti gente perlopiù sbagliata, sprechi soldi e soprattutto rispondi a Vodafone che ti chiama tutti i giorni per proporti sempre la stessa offerta che però è disponibile “solo per oggi”. Ora, io ho una Graziella, e a volte la uso. Ci sono quelle volte che vado in bici e tutti mi chiedono: “Ehi ti ho visto ieri in bici ma dove andavi?”, che sembra una domanda abbastanza ordinaria se non fosse che a nessuno verrebbe in mente di chiederti: “Ehi ti ho visto ieri in auto ma dove andavi?”, perché se prendiamo la macchina è chiaro che stiamo facendo qualcosa che dobbiamo fare, stiamo andando di fretta, se usiamo la bici stiamo un po’ cazzeggiando, no? Non lo so, dipende dal caso specifico ovviamente, il punto è che così pare. Uno che prende la bici – si potrebbe pensare – magari va a Narnia, a Hogwarts; e invece no, le bici ti portano negli stessi posti in cui ti portano le auto, che poi lo sappiamo che il 90% di quelli che prendono l’auto sta solo facendo il giro della piazza o sta comprandosi le sigarette. È una statistica affidabile: vi ho seguiti. Però se sei in auto dai quell’impressione lì, quella di chi deve fare cose ed è immune al giudizio altrui, isolato e protetto nella sua ambasciata mobile, nel suo utero d’acciaio in cui può controllare suoni, odori e clima. Può godersi la sua zona di comfort ed andarsene in giro a scaccolarsi pensando che nessuno possa notarlo (rivelazione: possono). La nostra vera zona di comfort invece, è venuto fuori, è questo pianeta qui, la Terra, già a misura d’uomo di cui ci lamentiamo sempre che è troppo caldo o è troppo freddo ma poi d’estate ci stendiamo sulla sabbia cocente e d’inverno ce ne andiamo sulla neve. L’aria condizionata, i profumi per ambienti, i dipinti, la vasca da bagno, internet, la tv, persino l’ascensore… tutti questi indispensabili assistenti si sono rivelati nei mesi scorsi per quello che sono: premi di consolazione per la vita che devi trascorrere in casa, in ufficio o anche al bar, protetto dalle avversità del mondo esterno, che invece è casa tua. Casa tua davvero intendo, e non la scatola col tetto dove devi tenerci dentro le cose che per la maggior parte non usi più però che fai ormai le hai pagate devi portartele con te nel mondo. E invece aveva ragione Kant: il cielo stellato sopra di te e quell’altra cosa lì che vabbè l’importante è provarci. Quello che ti mancava insomma era andartene in giro sotto il cielo senza una meta precisa e startene un po’ per conto tuo, camminare così, anche solo per nutrire il presentimento di avere un obiettivo, come i personaggi dei telefilm che tengono i dialoghi andando frettolosi per i labirintici corridoi di una struttura infinita ma ovviamente non stanno andando da nessuna parte. È sempre lo stesso corridoio. Uno si fa l’illusione che la storia stia andando avanti, che ci sia azione. Così, per quanto illusorio che sia, qualcosa ora sembra finire e qualcos’altro ricominciare, almeno esteriormente. Sono abbastanza sicuro che interiormente però sia un po’ più complicato di così, perché nessuna esperienza finisce quando muore, anzi è lì che se ne assorbe l’impatto, si tirano le somme e, se si è fortunati, si elabora. In tutto questo silenzioso trambusto interiore abbiamo perso qualcosa per la via ma, come il buon Schrödinger insegna, avverrà davvero solo più in là, quando ce ne saremo resi conto. Come quando a scuola non trovavo la matita e pensavo: “Vabbè quando c’è arte la cerco meglio”. Arrivava arte, e io l’avevo proprio persa. Uno non se ne accorge prima di queste cose perché è distratto a fare le cose serie della vita, o anche quelle stupide che ti distraggono dal tuo vero bisogno di distrarti davvero, pensare a quelle cose che puoi pensarci solo quando non stai pensando a nessuna cosa. Ecco, quelle sono le tue cose. Bisogna trovare tempo da perdere.

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