Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #83 Diario di Susanna

 

 

La protagonista di oggi è Susanna Valzano, una ragazza di ventinove anni originaria della Puglia, che al momento vive a Bologna per uno stage lavorativo. Buona lettura. 

 


Bologna. Giorno libero, finalmente.

Uscire di casa (vabè, è una stanza in affitto) per la prima volta dopo tre mesi.

La paura fa 90, ma è il bus numero 20 che mi porterà in centro.

Il distanziamento sociale non esiste nel bus, è di nuovo diventato un agglomerato di persone. Come se non fossi già in ansia, una signora, in età avanzata, inizia a tossire e io inizio a sudare freddo e pregare tutte le divinità, anche quelle in cui non credo, e mi sposto nei piccoli angoli dove non c’è nessuno.

Mi fermo in Via Irnerio e mi fiondo a far colazione.

"Qualcuno in quarantena sa come smettere de magnà?" dice un audio su TikTok (don’t judge me, si chiama noia).

Tantissima gente, i ‘Regaz’di Bologna al caffè macchiato non sanno dire no, alla colazione seduti ai tavolini men che meno (e di fatto ho consumato il mio cornetto passeggiando).

Qui è ripreso il solito tran-tran quotidiano.

“Una Brioche vuota ai cereali, grazie”

“Dolce o salata?”

La prima volta che mi fecero questa domanda al bar (prima della quarantena) avrei voluto dire “Scusa, Jerry, chiedo l’aiuto del pubblico”, anche perchè la differenza sta nel fatto che la dolce ha lo zucchero sopra, la salata no; ovviamente te la pongono come una domanda esistenziale, come fanno, d’altronde, con tutte le domande che riguardano il cibo . Adesso però sono preparata, non mi fregano più, eh. Mi sono informata, mica posso fare figuracce.

Ed ora direzione Libraccio. Sì, rispetto la crisi economica e voglio essere ecogreen- friendly scegliendo volumi usati.

 

 

Per andarci passo da Piazza Verdi dove incredibilmente non c’è nessuno con la birra in mano, nessuno con sigarette magiche e poi giù, per via Zamboni dove contemplo la vetrina di Tiger per qualche minuto, resistendo alla voglia di comprare quella penna che profuma di fragola, quelle dannate chips di cocco e qualunque cosa assoutamente superflua ma che diventa assolutamente necessaria quando entri in quel negozio. Rivedo le due Torri e poco distante la mia destinazione... La Feltrinelli. Ah no vero, oggi ho scelto il risparmio, quindi passeggiando per via Rizzoli, dove i numerosi negozi sembrano chiamarmi come nel film “I love shopping”, decido di non ascoltarli e tiro dritta. Eccoci finalmente, stavolta è davvero Libraccio. Un po’ di fila c’è, ma attendo, non posso fare altrimenti. Dopo qualche minuto di attesa, entro e saluto l’unico commesso libero che mi guarda con aria quasi impaurita (ok, aveva la mascherina, ma dagli occhi si percepiva benissimo il terrore) e in quel momento sono sicura stesse pensando ‘NON FARMI DOMANDE, NON TI AVVICINARE, TI PREGOOOO’. E invece, io all’attacco.

“Scusi avete mica questo libro di inglese usato?” “Mi dice il codice?” “No guardi, non lo so. Ho solo la foto, eccola qua.” Con una tangibile paura, mista a rassegnazione, si infila un altro paio di guanti usa e getta e prende il mio telefono con un fare così maniacale che avrebbe fatto invidia al dottor Shepherd di Greys Anatomy mentre opera il cervello di qualche paziente con una strampalata malattia.

Dopo estenuanti ricerche il commesso ritorna e mi dice che non lo hanno neanche nuovo e quindi ho dovuto ordinare il libro. Uscita dalla libreria, per consolarmi del mancato acquisto, decido di fare una passeggiata. Mi dirigo verso la finestrella di Via Piella, la strada poco affollata. Noto una giovane donna in bicicletta ed esauta, un suo amico (credo) ride e le chiede se vuole un caffè, lei accetta. Pochi metri ed ecco la Finestrella, non è niente di speciale, ma a me piace da morire. Faccio la foto e subito dopo vedo un’altra ragazza che ha avuto la mia stessa idea.

 

Torno indietro e vado in Piazza Maggiore, mi viene il magone, dove sono gli artisti di strada? Dov’è l’anima di Bologna? Neanche il tempo di avere questo pensiero che subito vengo fermata da una ragazza di una famosa associazione. Ci saltutiamo gomito a gomito (si, esatto, invece di stringerci la mano, adesso ci diamo i gomiti con faccia perplessa). Mi sembra simpatica ed appassionata alle inziative che sta proponendo, poi finito il momento di simpatia mi chiede di contribuire versando una somma, ma io sono una stagista ed è bastato quello per farla allontanare. Tranquillà sorella, lo stagismo non è contagioso... credo. Percorro pochi metri e mi fermano altre persone, mi chiedono se ho meno di 25 anni, io fiera della mia aria da diplomanda neopatentata (ma alla soglia dei 30), rispondo “Eh no, ne ho 22, mi dispiace”. Mi credono e mi dicono “Eh si, troppo piccola”. Finalmente in via D’Azelio, rivedo le luminarie con i versi di Cesare Cremonini “Ti sei accorta anche tu che in questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin?” No, Cesare, il fatto è questo, io vorrei pure essere Robin eh, ma ha la mascherina sbagliata e non si copre la bocca, mannaggia... come facciamo col virus? O forse i supereroi non si ammalano, un po’ come quelli che vanno a protestare in piazza? Se risolviamo questa questione ci penso, giuro. Risp sul mio.

Mi rendo conto che Via D’Azelio senza la musica che suona non è più la stessa. Non si ascolta più “Una come te” e nemmeno “50 Special” di Cremonini guardando la vetrina dell’omonima pelletteria dove Lucio acquistava i suoi cappelli.

UNA COME TE, Bologna, deve tornare ad avere la musica, presto.

 

Vengo di nuovo femata, stavolta per elemosina. Mi sembra ovvio che, la mascherina mi copre la bocca, ma sulla fronte scoperta, qualcuno deve avermi scritto “bancomat”.

Si è fatta l’ora di pranzo, vado in via dell’Indipendenza e prendo l’autobus. Appena arrivata a casa tolgo immediatamente le scarpe e cambio vestiti, mi fiondo in bagno a sfregarmi le mani con acqua e sapone, mi levo la mascherina, mi rilavo le mani. Preparo il pranzo e penso già alla cena. Stasera pizza, la ordino, ho deciso. Il fattorino, un ragazzo pakistano che benedico, ha più paura di me e quasi mi fa tenerezza perché voleva poggiare il cartone della mia pizza per terra... Ehm non ho capito, vuoi giocare con la pizza come si gioca a patata bollente? Mi allontano e allungo il braccio e lo stesso fa lui. Grazie al cielo ha compreso che quello che voleva fare non fosse poi così igienico.

La fase due, mai una gioia, tanta fifa e... “Ehi tu, aspetta, dove hai preso la mascherina figa?”

 

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