Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #85 Diario di Mattia

Cartolina 85

                                                                    

Il protagonista di oggi è Mattia Placanica, copywriter, fotografo e consulente creativo di comunicazione strategica. Vive a Milano e col suo racconto breve, ci descrive com’è stato l’impatto con la città all’inizio della fase 2.

 

                                                                     

Milano, fase uno, fase due, fase tre.

Milano attraverso le fasi che Alice e il suo specchio spostati proprio.

Mi preparo per uscire.

Cellulare, portafoglio, chiavi di casa, mascherina.

Si, alla fine ho ceduto alla mascherina; avrei potuto continuare a usare la bandana blu acceso che è rimasta in un cassetto dai tempi delle medie e che nemmeno allora, nel far-west modaiolo degli anni 90, sarebbe stata fashion, ma tant’è.

Ormai la mascherina è entrata di diritto a far parte della checklist prima di uscire: ha preso il posto degli occhiali da sole; perché insieme cozzanno, fanno a pugni, giocano una lotta a colpi di lenti appannate ed elastici impigliati. No way.

Infilo gli auricolari e faccio partire la musica. La selezione casuale sceglie “È solo una fase” di Pollio, un amico, un cantautore, che ha scritto il pezzo in un altro tempo ma che, come spesso accade con la musica, calza a pennello in questo periodo. La canzone inizia.

Ci sono le case, ci sono le chiese,
e c’è un elefante su un ponte, c’è un altro paese,
e ogni mattina allo specchio ognuno ha un estraneo da accettare

Mi guardo riflesso nello specchio dell’ascensore con la mascherina addosso: l’immagine comincia a essere familiare, dopotutto. La normalità è qualcosa che si costruisce nel tempo dell’abitudine, non uno stato immutato o immutabile. E noi siamo talmente resilienti che alla fine ci adattiamo a tutto.

In questa “fase due” le strade hanno già iniziato ad animarsi e i negozi a rialzare le serrande. Settimana scorsa è stato il turno del barbiere di zona. Nel primo giorno di apertura aveva fuori dal negozio la coda: almeno sei persone, tutti uomini sopra i settant’anni, tutti inseriti di diritto nella categoria “più a rischio” di questa emergenza sanitaria.

Incoscienti!, ho pensato quando li ho visti. Noi chiusi in casa a lavorare e loro dal parrucchiere. Poi mi sono chiesto cosa potesse averli spinti a mettersi in coda per un taglio di capelli, e credo che arrivato a una certa età, dopo aver fatto come minimo il ’68 se non qualche scampolo di guerra, la disobbedienza ce l’hai nel sangue. E senza cantieri da guardare – già perché quelli sono ancora fermi – andare dal parrucchiere forse è uno dei pochi momenti di normalità che resta. Che poi, diciamolo, se avessi io ottant’anni e non sapessi quanto tempo ho ancora da vivere, col cazzo che me ne starei chiuso in casa mesi e mesi ad aspettare non si sa bene cosa. Disobbedirei, disobbedirei eccome. Andrei tutti i giorni al supermercato, dal parrucchiere, al bar a prendere un bianchino e fanculo! E senza nemmeno aver fatto il ’68.

Oggi non c’è quasi nessuno in coda dal barbiere, solo un uomo – sempre sopra i settant’anni – che sta finendo di farsi tagliare i capelli. Infilo la testa dentro:

- Si può o bisogna prenotare?

- Tranquillo, ho quasi finito, puoi aspettare seduto fuori!

Aspetto, mi siedo fuori su uno sgabello a osservare il mondo che passa. Incrocio le braccia, sia mai che se le mettessi dietro alla schiena potrebbero scambiarmi per un ottantenne.

La vita pratica alla fine sta ritrovando il proprio equilibrio: fuori dai negozi si sta in fila, si chiede chi è l’ultimo, e si aspetta in silenzio ognuno nel proprio metro d’isolamento. Anche se piove. Anche se c’è il sole. Anche se un “buongiorno, come va?” sarebbe gratuito. Isolati in silenzio, che non si sa mai.

Dalle cuffie arriva il ritornello

è solo una fase, ‘sta volta è fatta anche di dolore, succede ogni volta che passi ad una nuova versione

Mi guardo attorno e mi chiedo cosa ci sia rimasto della Fase 1. Le code chilometriche davanti ai supermercati sono solo un ricordo: niente più lotte all’ultimo carrello per un pacco di farina o per il lievito di birra, l’oro bianco della quarantena.

Lo smartworking, appannaggio di chi un lavoro è riuscito a tenerselo. Io sono un freelance e sono quindici anni che lavoro in smartworking. Quindici anni, come dire che per me la quarantena è iniziata quando ho aperto la partita iva. Se non altro siamo passati dal “ehi, che fortuna che hai a lavorare da casa!” al “ah lavorare da casa è troppo stressante, lavoravo meno in ufficio”. Benvenuto nel mio mondo, baby. Ripeto, quindici anni, non due mesi. Ma ci si abitua anche a questo.

Quello che mi manca di più è il silenzio.

È difficile da spiegare a chi non vive in una metropoli come Milano. In una città che non si ferma mai, il cui mantra da tempi remoti è lavorare, lavorare, lavorare, capita di rado di ascoltare il silenzio. La fase uno è stata come una lunghissima domenica d’agosto, e di più. Surreale nel suo scorrere inesorabile avvolta dal silenzio e dalla calma. Nessun rumore di traffico, cantiere, meccanico, martello pneumatico. Nessun “Donne è arrivato l’arrotino”. Surreale.

Il cliente prima di me ha finito, metto in pausa la musica ed entro mentre il parrucchiere disinfetta la postazione.

- Li facciamo come al solito?

- Al solito, grazie.

E con “al solito” sottintendo il “come al solito saranno più corti di quello che voglio”, ma va bene, ricrescono. Ci sono certezze che non tramontano mai, come il rapporto conflittuale dei parrucchieri con il sistema metrico decimale, nemmeno nella fase 2.
Finito con i capelli butto l’occhio in strada, la fila dal panettiere e dal fruttivendolo supera la mia voglia di stare in coda: poco male, andrò a prendermi un caffè.

                                             

Al bar i tavolini sono distanziati il doppio rispetto all’epoca Avanti Virus e oltre al dehors si sono allungati anche sul marciapiede. Carino, penso, sembra di essere a Parigi.

Il distanziamento sarà anche sociale, ma le voci delle due persone sedute di fianco a me arrivano lo stesso. Prima di bere il caffè faccio in tempo a sentire uno dei due dire all’altro di aver ricevuto il bonus dell’inps da 600€. L’altro risponde che lui invece ha dovuto tener chiuso il negozio, ma dato che è un pensionato lo stato dice che non ha diritto all’indennizzo. Qualcosa nella mia percezione stride. Lavorare in proprio si traduce in 10 mensilità, quando va bene, nessuna malattia pagata e niente ferie. Ah, e nessuna prospettiva di pensione, ça va sans dire. Con la quarantena l’ottanta per cento dei lavori programmati è saltato. Sono rimasti attivi i progetti in chiusura. Bene ma non benissimo, insomma. E, per carità, i 600 euro sono arrivati anche a me, giusto in tempo per coprire l’onorario del commercialista. Vorrei alzarmi per stringergli la mano, ma il distanziamento sociale mi ricorda di farmi i cazzi miei e non dire nulla. Così riaccendo la musica

Ci sono le persone, ognuno è un pianeta a sé stante

Tra chi cammina per la strada qualcuno ha la mascherina abbassata sul mento, qualcuno tiene il naso fuori. C’è chi si accende una sigaretta e chi mangia un pezzo di focaccia appena preso dal panettiere. Un equilibrio tra disobbedienza e scomodità. Quello che ci manca non è la disciplina, ma la cultura alla prevenzione. O la percezione del rischio.

Pago il caffè, pensando che in tutto questo tripudio di disinfettanti nessuno si è mai preso la briga di ricordare che i soldi veicolano una quantità di schifezze da far rabbrividire una cloaca vietnamita. Ma da sempre, non dal covid-19. Eppure siamo tutti felici di scambiarceli di mano in mano senza batter ciglio.

Tempo di rientrare, lavorare un po’ ed esco di nuovo per l’aperitivo: cellulare, portafoglio, chiavi di casa e mascherina. C’è tutto, di nuovo.

                                               

All’Arco della pace, con i tavolini all’aperto i locali vincono facile. Il distanziamento c’è, l’assembramento pure. I milanesi non rinunciano all’happyHour - che qui significa prendi da bere e mangia ilcazzochevuoi dal buffet assortito – nemmeno sotto tortura, figuriamoci sotto pandemia. E quando c’è di mezzo il cibo non c’è distanziamento che tenga, ci si butta a pesce come piccioni in piazza Duomo. Per fortuna i gestori si sono attrezzati: portano loro da mangiare direttamente al tavolo, tutte le volte che vuoi. Comodo, non c’è dubbio. E secondo me non passerà molto prima che si accorgano che così si consuma e si spreca meno, e soprattutto che ti possono mettere nel piatto un po’ quello che vogliono.

La cosa più interessante dell’aperitivo all’Arco sono i ragazzi più giovani. Quei giovani lasciati a casa da scuola e dalle università – davvero? Ma avranno dodici anni, penso. Non possono aver superato i venti, dai. Poi mi ricordo da quanto tempo li ho superati io i vent’anni e sì, potrebbero averne anche venticinque in effetti. Cazzo. Senza esserne consapevoli mi ricordano una verità profonda, e non posso fare a meno di ritornare con la mente alle parole della canzone di Pollio

 

È solo una fase può durare anni come ore, separa le cose importanti, diffida dalla tensione

Per loro il gruppo, la cerchia di amici, è la zona sicura. Non ci sono virus o pandemie che tengano, tra amici si è salvi. Per questo via mascherine, via distanziamento. Apparteniamo allo stesso branco, impossibile che uno possa fare male all’altro. Ingenuo, forse, eppure così carico di vitalità da sembrare possibile.

E tra gli anziani sprezzanti del pericolo da una parte e i giovani sicuri nel proprio branco dall’altra ci siamo noi, la schiera di lavoratori non-più-tanto-giovani-ma-col-cazzo-che-ci-chiamate-vecchi che dopo tutto si sono abituati a rispettare le regole perché “oh, se ti ammali poi le bollette come le paghi?” e che “vediamoci per l’aperitivo, ma mettiamoci qua che c’è poca gente e si parla meglio”.

E così, dopo tutto, questa quarantena qualcosa di buono l’ha anche portato. Le chiacchiere coi vicini in condominio, la musica sui balconi, l’abitudine a mettersi in fila che per noi italiani è una conquista che nemmeno l’America quando è andata sulla Luna. E anche fosse soltanto per la possibilità di guardare il mondo ordinario cui eravamo assuefatti con gli occhi della novità, di farci domande e rivedere le abitudini su cui abbiamo adagiato i giorni della nostra esistenza, a qualcosa è servita.

E poi, è solo una fase, dopotutto.

 

                                           

 

Foto di Mattia Placanica

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