Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #86 Diario di Luís

Cartolina 86

Il protagonista di oggi è Luís Rodrigues, portoghese di 25 anni, che dopo essersi laureato in ingegneria biochimica, al momento è ricercatore in chimica degli alimenti. Ci racconta come è stato ritornare alla normalità ad Aveiro, in Portogallo. Buona lettura!

(versione originale qui > Cartão postal não enviada #86 Diário do Luís)


Aveiro. Un fine settimana come non si è mai visto prima.
Giovedì sera. Arrivo ad Aveiro, una città conosciuta come la Venezia del Portogallo (se è così, dov'è il Museo Giacomo Casanova?) La colpa è stata prima del marketing delle aziende turistiche che ha perpretato questo insulto, e infine l'affetto dei suoi abitanti, con una punta di orgoglio.
Mi trovo con le mie due nuove coinquiline, entrambe brasiliane dai capelli neri, simpatiche ed educate. Se avessero avuto il fascino della donna italiana, mi avrebbero fatto vibrare qualcosa dentro. Non essendo questo il caso, ha vibrato solo il mio telefono per via di una notifica. Senza quell'energia femminile racchiusa nell'aura di una donna italiana, ho raffreddato la conversazione, facendola morire lì.
(Chiamatemi xenofobo. Io dico soltanto che ho buon gusto).
Mi siedo al computer per scrivere alcuni paragrafi del mio libro (rigorosamente senza mascherina per non soffocare la creatività; potrebbe venirgli la nausea senza ossigeno). Ho scritto molto durante la quarantena. Chiuderci in quattro mura provoca una rivelazione sorprendente: scopriamo la nostra vera essenza. Ci rimbocchiamo le maniche con nuovi progetti, realizziamo di avere dei talenti sconosciuti e perfezioniamo quelli già esistenti (il binge-watching non è un talento, fate attenzione).
Mi alzo il giorno dopo, sono sempre nel mio letto preferito, e vado di proposito al negozio di alimentari più vicino per comprare della frutta (c'è una signora che mi riceve con dei guanti e una mascherina da cui traspare un sorriso mattutino, per me e per le arance e i manghi che ho comprato). Lo confesso, il piacere di questa passeggiata per la città, che mi aveva riempito di saudade negli ultimi due mesi, ha superato la consistenza succosa del mango.
A casa inizio il telelavoro che termina alle sei del pomeriggio. Sebbene io debba lavorare otto ore, essere un ricercatore scientifico (o consulente scientifico, continuo a tentennare sul mio vero titolo di lavoro) richiede la lettura di un sacco di testi densi di informazioni e numeri. Così, a volte cedo alla tentazione di procrastinare per via del mio cellulare e comunico virtualmente con qualcuno.
Sabato, dopo pranzo. Sono andato al centro commerciale, ben situato nel cuore di Aveiro, per comprare delle scarpe da ginnastica bianche. Ho visto molte mascherine lungo la strada, molte sedie vuote nei caffè all'aperto. Probabilmente ho spaventato un po' di clienti per via del mio abbigliamento - nero dalla mascherina ai piedi - potrei passare perfettamente per un bandito o addirittura per la morte stessa. Fortunatamente, il sole non soffre di questa pandemia (e quindi non indossa nessuna protezione), investendo il tipico marciapiede portoghese con un piacevole calore.
Sulla via per il centro commerciale (quella principale) ci sono due ponti, uno è quello in foto.

aveiro1

Entrambi hanno i loro nastri di colore tipici, dove tutti fanno solitamente la foto, ma sono più scarni o con meno colori del solito, per via del deprimente (e responsabile!) abbandono da parte dei turisti e dei connazionali.
Mi viene in mente così dal nulla, quando qualche mese fa, nei paraggi, ho salvato un gattino che si era arrampicato sui rami, e non avendo trovato nessun modo per scendere, si era immobilizzato lì in cima, ansioso. Lo salvai in tempo, perché una donna pazza voleva chiamare i pompieri, come se fosse un'emergenza disastrosa.
Solo quando il gatto si era messo al sicuro a terra, la donna si calmò e i suoi occhi luminosi come diamanti si infransero al pari di un'onda esotica. Le suggerì prontamente qualche giorno di riposo afrodisiaco a Bali per rilassarsi e magari chissà, convertirsi al buddismo.
Ritornando all'interno del centro commerciale, posso notare che il distanziamento sociale è rispettato, tanto da esserci dei segnali che indicano il percorso che ogni persona dovrebbe seguire, di solito sulla destra. L'accoglienza, tuttavia, è ancora molto fredda e preoccupata. La paura perdura ancora, molto fresca, nella nostra memoria. Non mi sento di giudicare.
Risulta così evidente questa mancanza di vitalità nelle persone, soprattutto nel silenzio che è calato nei bambini piccoli (ora si girano soltanto intorno guardinghi! Non saltano e non gridano "Mamma, voglio un gelato al cioccolato"), un mistico vuoto negli occhi della gente che colpisce il mio sguardo.
Vedere così tante mascherine chirurgiche blu mi trasporta in altri luoghi. Mi sento come se camminassi nei reparti ospedalieri invece che per le strade della città, il personale dei negozi mi ricorda le visite di routine dal medico (e non ho ancora il trauma dell'esame della prostata! ), l'odore accattivante della Tripa di Aveiro (dolce tipico della città, ndr) che una volta mi faceva venire l'acquolina in bocca, ora mi sembra insipido, e sulla mia lingua la saliva si asciuga come se fosse alcol etilico. Quando poi vedo una ragazza con gli occhi celesti in tinta con il colore della mascherina, mi sento al cinema, come se stessi guardando Puffetta dei Puffi. Purtroppo non mi sono mai imbattuto in Trilli di Peter Pan.
Faccio ritorno a casa, passando nel Parque da Macaca, un giardino dove c'è un murale fatto di azulejos che non seguono nessuno schema regolare, ma quell'unione di piastrelle di ceramica mi ricorda il mio quadro preferito di quando ero bambino, e rimango sempre interdetto. Forse è per questo che devio la mia traiettoria - per rinnegare qualsiasi schema logico e guardare una bellezza lontana.

È il "bacio" di Gustav Klimt che vedo in quelle piastrelle frammentate (confermando così il mio stato di delirio quotidiano). Forse è liberatorio che un'opera d'arte del genere si rifletta e si manifesti così ai miei occhi, eppure mi rende paradossalmente prigioniero della mia immaginazione.

Domenica, dopo pranzo. (Tutto quello che faccio di domenica è sempre dopo pranzo). Sono andato in palestra! Benedetto colui che ne ha ordinato la riapertura. Praticamente deserto - cinque persone dove mesi fa ce ne sarebbero state cinquanta; silenzio - niente musica funk dalle classi di zumba; molta igiene - dispenser di gel e carta per sterilizzare l'attrezzatura (proprio come questo atleta carino in foto che non conosco affatto. Scherzo, sono io); niente donne - quindi una concentrazione ostinata solo sull'allenamento.

aveiro2


Fare la doccia in palestra è al momento proibito, così ritorno a casa portando il guadagno muscolare, l'aumento della fame, la stanchezza acquisita e il sudore indesiderato, ma spero di non aver adottato nessun coronavirus neonato. Il mondo senza di me non è un posto dove voglio vivere! Infatti, il mondo senza di me non sarebbe lo stesso, sarebbe molto meglio!
La stampa internazionale ha discusso il caso del successo del Portogallo nella lotta contro il covid-19, non ho la risposta a una domanda così complessa, ma ho un presentimento - abbiamo paura di morire, soprattutto quando abbiamo visto i carri armati dell'esercito italiano trasportare cadaveri, ed inoltre preferiamo l'aperitivo servito nella comodità del nostro divano.
Ad essere sincero, vi ho mentito, so perché il Portogallo non ha sofferto tanto: noi non abbiamo gli Spritz serviti al bar.

Oggi160
Ieri604
Total151199

Who Is Online

5
Online

13 July 2020

Social & newsletter

Testata Giornalistica "Salic'è l'Espressino Quotidiano" iscritta al n° 8 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce del 4 luglio 2017.

© 2019 Salic'è. All Rights Reserved.Design & Development by Salic'è

Search

Don't have an account yet? Register Now!

Sign in to your account