Cartoline non spedite

Cartoline non spedite #84 Diario di Veronica

La protagonista di oggi è Veronica Calabretta, una ragazza di ventinove anni che vive in uno dei comuni più colpiti dal Covid-19 nella provincia di Brescia, e che durante il periodo del lockdown avrebbe dovuto sposarsi. Buona lettura.

 

È sera, ma potrebbe essere mattina. La luce è quella del tramonto ma potrebbe essere anche quella dell’alba. Non fa molta differenza. Vivo in una delle cittadine maggiormente colpite dal Covid in provincia di Brescia. Ho perso la percezione del tempo, tutti i giorni sembrano uguali al precedente. Ho perso il conto dei giorni e delle ore da inizio lockdown fino al primo maggio. È già finito marzo? Che fine ha fatto aprile?
Le giornate della fase uno erano scandite in modo abbastanza uniforme: mattina, silenzio, nessuno in giro, sirene di un’ambulanza.
Sera, silenzio, tutti chiusi in casa, sirene di un’altra ennesima ambulanza.
Con la fase due sono cambiate solo poche cose: meno silenzio, qualche persona in più che passeggia intorno a casa, qualche sirena in meno, ma ognuna che riporta i pensieri ai primi giorni di marzo quando era l’unico rumore che proveniva dalla strada, l’unico rumore che sentivi ogni sera, tutte le sere, prima di addormentarti.
Il tempo si è cristallizzato, la gente si è fermata. La spesa fatta di corsa, dimenticando ogni volta qualcosa, perché l’importante è uscire di corsa dal supermercato e abbassarsi la mascherina che toglie il fiato, appanna gli occhiali, ti ricorda in ogni momento che quella non è la vita nella quale hai vissuto fino al 21 febbraio. Si può vivere con una mascherina? Può essere normale incontrare la gente per strada e vedere solo gli occhi, senza vederne il viso?
I miei ritmi quotidiani per fortuna non sono cambiati molto, il mio lockdown non è mai realmente iniziato, la fase due non ha cambiato nulla. La sveglia alle 7:30, un caffè veloce prima che il mio compagno accenda il pc per iniziare la sua giornata di smart working. Le lenti a contatto prima di uscire (e chi li sopporta più gli occhiali con la mascherina?) per chiudermi in ufficio 8/9 ore al giorno, cinque giorni a settimana. Non mi sono mai fermata ma ho visto il mondo fermarsi intorno a me. C’erano giorni in cui nel tragitto casa-lavoro non incrociavo nessuna automobile. Ho ringraziato il cielo di non essermi fermata, di aver continuato ad avere l’apparenza della vita di prima. Se mi fossi fermata avrei avuto troppo tempo per pensare, per realizzare, per accettare. Per quello c’era la notte.
Le notti erano terribili: le passavo girandomi nel letto cercando di prendere sonno. Difficile quando qualcuno ha deciso per la tua vita e ha stabilito che il matrimonio che prepari da un anno e mezzo deve aspettare ancora un altro, lunghissimo, anno.
Le giornate, fase uno o fase due, poco è cambiato, scorrevano tra una telefonata con la fioraia e un messaggio con la fotografa. Altre volte era il prete, altre ancora l’atelier che ti ricordava quali erano le tue misure cosi che le tenessi controllate per un anno, per evitare il doppio lavoro. Ah già, c’era anche il gioielliere per le fedi, che gli sono rimaste chiuse in cassaforte con una data, tanto amata e poi tanto odiata, incisa dentro: 30/5/2020.
Poi è arrivato il 4 maggio: si può far visita ai congiunti, ma i miei vivono in Emilia Romagna; 3 i chilometri che li separano dal confine lombardo ed io vorrei tanto vederli, perché non sento più le forze per affrontare questa rabbia che mi sta bruciando dentro, perché vorrei solo abbracciare mamma e sentirmi dire “tranquilla, passa tutto”, come quando da bambina cadevo e mi sbucciavo le ginocchia. Non si possono vedere le amiche, ma qui non ho nessuno e in questo momento sono le uniche persone che vorrei accanto per affrontare i giorni di rabbia e frustrazione che mi separano dal 30 maggio, dai gradini di quella chiesa, dalla navata che porta a quell’altare. Dalle parole che il prete userà per legarmi per sempre a Lui.
La fase due è stata l’attesa della fase tre; la fase due è l’agonia di far passare quell’ultimo sabato di maggio, quel sabato che hai sognato di vivere ogni giorno degli ultimi 18/20 mesi. Quel sabato che sembrava non arrivare mai. Ma è arrivato e non era come lo immaginavo. Ci hanno pensato le amiche, con un finto matrimonio, con un brindisi e tante risate per far passare nel modo più normale un sabato che di normale in realtà non ha nulla. Perché mi sono sentita sospesa. Perché ho tirato il fiato e ho sentito la rabbia abbandonarmi solo allo scoccare della mezzanotte. Solo il 31 maggio. Nessuna fase due, nessun “ritorno graduale alla normalità”: mi sono addormentata triste e rabbiosa la sera del 7 marzo e mi sono risvegliata, sollevata e dopo un’intera notte di sonno senza incubi e ansie, la mattina del 31 maggio.

 

                                              

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