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Venerdì, 09 Maggio 2014 17:44

La sicurezza negli stadi: le soluzioni negli altri campionati e il nostro problema culturale.

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Dopo i vergognosi avvenimenti che hanno fatto da contorno alla finale di Coppa Italia giocata lo scorso 3 maggio a Roma, il problema della sicurezza negli impianti sportivi delle società di calcio italiane è tornato prepotentemente alla ribalta (come un vecchio ritornello che fatichiamo a scrollarci di dosso).

Per ogni avvenimento del genere, per ogni personaggio quantomeno discutibile che ha “condizionato” lo svolgimento di un avvenimento sportivo (“Genny a’carogna” è solo l’ultimo di una lista lunghissima, nella quale rientrano, tra gli altri, Ivan “Il terribile”, “Gastone”, i teppisti che lanciarono un motorino dagli spalti di San Siro, i delinquenti che hanno minacciato di morte i calciatori della Nocerina e tanti altri), si è sollevato un gran vespaio di indignazione e di proposte, senza mai trovare un rimedio. In Italia, andare allo stadio ed assistere ad una partita  di calcio senza esporsi al rischio di “incidenti” sta diventando un miraggio. Le frange più violente delle tifoserie organizzate ormai sono “padrone” degli stadi e le difficoltà sociali in Italia non fanno che aggravare la situazione, portando i soliti teppisti a “sfogarsi” sugli spalti. La situazione in prossimità degli impianti non è più rassicurante: le statistiche dimostrano che il 65% degli scontri e degli “incidenti” avviene durante l’afflusso o il deflusso degli spettatori. Il pre-partita a Roma e i quattro feriti ne sono la dimostrazione.

 Ma quali rimedi attuare? I più radicali inneggiano al blocco dei campionati, sulla scia di quanto disposto dal governo Uruguayano circa un mese fa. Ma la rinuncia al campionato di “Clausura” ordinata da Josè Mujica (Presidente dell’Uruguay), che ha fatto infuriare, e poi dimettere, i vertici della Federcalcio “celeste”, non sembra però essere solo un rimedio alle numerose violenze dei “tifosi”, ma soprattutto sembra rientrare nella “spending review” dello Stato Sudamericano.

Il modello verso il quale sembra più opportuno tendere, senza dimenticare le peculiarità del tessuto sociale italiano, e verso il quale ha più volte “strizzato l’occhio” il premier Renzi è quello Inglese. Già dopo la tragedia dell’Heysel, nel 1985 Margaret Thatcher limitò l’acquisto e il consumo di alcolici negli impianti sportivi e nelle zone adiacenti, nonché sui mezzi utilizzati dai tifosi. Ma è dal 1989, anno dell’entrata in vigore del Football Spectators Act, che gli stadi inglesi sono considerati i più sicuri d’Europa. Dopo i gravissimi episodi che portarono i tifosi di oltremanica ad essere ostaggio degli Hooligans, la Lady di ferro diede l’impulso ad una legislazione (al Football Spectators Act seguirono il Football Offences Act del 1991, sotto il governo Major, il Crime and Disorder Act e il Football Offences and Disorder Act del 1998 e del 1999, in era Blair) che, se da un lato reprimeva i violenti, dall’altro garantiva, e tuttora garantisce, la sicurezza dentro e fuori dagli impianti sportivi. Fu innanzitutto istituita una speciale divisione di Scotland Yard, col compito di sorvegliare gli Hooligans e coordinare le forze di sicurezza negli stadi (National Crime Intelligence Service Football Unit); successivamente furono investiti ben 350 milioni di sterline (obbligatoriamente versati dalle società calcistiche private) nella ristrutturazione dei vecchi e nella costruzione di nuovi stadi (solo posti a sedere, videosorveglianza, niente barriere tra campo da gioco e tribune). Da allora, le società sono responsabili della sicurezza negli impianti e, per poter partecipare ai campionati, devono ricevere annualmente un’autorizzazione da parte degli organi di controllo pubblici. Ad esse spetta anche la formazione ed il rigido addestramento degli steward.   E’ severamente vietato qualsiasi tipo di dialogo tra società e tifoseria organizzata (e qui mi viene ancora in mente Hamsik, e con lui la società del Napoli, ai piedi di Genny a’carogna). Un equivalente del nostro “Daspo” viene comminato a qualsiasi (non) tifoso inglese che assuma comportamenti dannosi per l’ordine pubblico. La soglia di tolleranza è molto bassa: comportamenti su cui in Italia si “chiude un occhio” ed, al massimo, diventano solo argomenti di sterile discussione nei talk show sportivi (quali lancio di fumogeni, striscioni, insulti o cori razzisti), vengono puniti con pene che variano da 5 a 6 anni. Per individuare i facinorosi, la polizia ha la facoltà di sequestrare macchine fotografiche e telecamere ai tifosi. E’ attivo anche un numero verde che qualsiasi tifoso può chiamare, per chiedere l’immediato intervento delle forze dell’ordine in situazioni potenzialmente pericolose (le denunce sono anonime e spesso al cittadino viene accordata una ricompensa).

Accanto, però, alla repressione, in Inghilterra tutti i mass media hanno dato un grande contributo alla condanna degli hooligans (spesso denunciando i violenti facendone circolare le foto) ed alla svolta culturale dei sudditi di Sua Maestà.

E negli altri Stati europei? Prendiamo in considerazione i campionati che hanno avuto una rapida ascesa a livello tecnico, di immagine e di introiti economici negli ultimi anni: il campionato tedesco e quello spagnolo.

La Germania ha saputo approfittare dei Mondiali casalinghi del 2006 per ammodernare i suoi impianti e dotarsi di un sistema quasi omologo a quello inglese. Tuttavia, manca una legge federale in materia di sicurezza negli stadi: l’intento è quello di lasciare piena autonomia ai “Land”, per simboleggiare la responsabilità diretta riconosciuta ai cittadini nella prevenzione e nella condanna di comportamenti scorretti. Anche i club tedeschi collaborano strettamente con le forze dell’ordine per individuare i soggetti violenti (nei casi di maggior rilevanza, un violento può essere allontanato a vita dagli impianti sportivi). Un recentissimo episodio ha visto il Borussia Dortmund ottenere l’allontanamento fino al 2017 di uno “stupido” (passatemi il termine) che aveva fatto il saluto fascista sugli spalti (vogliamo parlare di Di Canio?).

La Spagna ha un compito leggermente più facile: per tradizione, le trasferte non sono molto frequentate e la possibilità di scontri è quindi quasi nulla. Anche i club spagnoli sono obbligati a collaborare con le forze dell’ordine e gli impianti sono dotati di un sistema di telecamere a circuito chiuso per facilitare l’identificazione dei violenti. Inoltre, le società sportive hanno delegato proprio ad associazioni di tifosi la sicurezza negli impianti sportivi, coordinati da una Unità di Controllo delle forze dell’ordine.

E l’Italia? Senza dubbio si è mossa in ritardo: solo nel 2007, soprattutto a causa di una condanna europea, il nostro calcio ha iniziato a dotarsi di misure di contrasto a questi fenomeni. I risultati sono incoraggianti, ma non basta: inadeguata, infatti, si è dimostrata fin da subito la Tessera del tifoso. Per giunta, le società sono state coinvolte molto marginalmente nel contrasto agli episodi di violenza.

Il vero problema è, ancora una volta, culturale e di buon senso: proprio la scorsa domenica, in una nota trasmissione televisiva, sono stati invitati un padre bergamasco e i suoi due figli, che non avevano potuto assistere alla partita Inter-Atalanta. La loro colpa? I bambini (6 e 11 anni) non avevano la Tessera del tifoso. Questa disarmante rigidità evidentemente non è stata applicata nel verificare che i tifosi napoletani (mi riferisco sempre alla finale di Coppa Italia) non fossero in possesso di fumogeni e lacrimogeni.

La questione sicurezza negli impianti sportivi non è più rimandabile: serve una forte presa di posizione dello Stato e la collaborazione delle società nello stroncare questo fenomeno (i costi di una così radicale riforma non possono ricadere sui contribuenti, ma devono essere a carico delle società calcistiche). Anche se in Italia sembra sempre più difficile, qualsiasi sia l’ambito di riferimento, bisognerebbe adottare un approccio diverso: programmazione, prevenzione ed educazione sono assai più efficaci del correre ai ripari (spesso solo a parole) ogni volta che lo Stato e lo sport sono umiliati come a Roma.  I tifosi devono essere responsabilizzati e coinvolti, perché sono i veri protagonisti di ogni manifestazione sportiva. Fermare il campionato significherebbe ammettere la nostra inadeguatezza ed impedire ai milioni di tifosi italiani per bene di assistere, e partecipare attivamente, al loro spettacolo preferito. 

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Gabriele Cagnazzo

Studente di Giurisprudenza presso l'Università del Salento. Si diletta nella recitazione. Appassionato di politica e di satira politica, curioso osservatore di tutto ciò che lo circonda. Ha un debole per la poesia e per la bellezza. Avverso a paletti e confini, soprattutto culturali. Per descriversi, non potrebbe non fare riferimento a due citazioni che lo guidano quotidianamente: "Restiamo Umani" di Vittorio Arrigoni; "Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese" di John Fitzgerald Kennedy.

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