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Gabriele Cagnazzo

Gabriele Cagnazzo

Studente di Giurisprudenza presso l'Università del Salento. Si diletta nella recitazione. Appassionato di politica e di satira politica, curioso osservatore di tutto ciò che lo circonda. Ha un debole per la poesia e per la bellezza. Avverso a paletti e confini, soprattutto culturali. Per descriversi, non potrebbe non fare riferimento a due citazioni che lo guidano quotidianamente: "Restiamo Umani" di Vittorio Arrigoni; "Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese" di John Fitzgerald Kennedy.

Dopo i vergognosi avvenimenti che hanno fatto da contorno alla finale di Coppa Italia giocata lo scorso 3 maggio a Roma, il problema della sicurezza negli impianti sportivi delle società di calcio italiane è tornato prepotentemente alla ribalta (come un vecchio ritornello che fatichiamo a scrollarci di dosso).

Per ogni avvenimento del genere, per ogni personaggio quantomeno discutibile che ha “condizionato” lo svolgimento di un avvenimento sportivo (“Genny a’carogna” è solo l’ultimo di una lista lunghissima, nella quale rientrano, tra gli altri, Ivan “Il terribile”, “Gastone”, i teppisti che lanciarono un motorino dagli spalti di San Siro, i delinquenti che hanno minacciato di morte i calciatori della Nocerina e tanti altri), si è sollevato un gran vespaio di indignazione e di proposte, senza mai trovare un rimedio. In Italia, andare allo stadio ed assistere ad una partita  di calcio senza esporsi al rischio di “incidenti” sta diventando un miraggio. Le frange più violente delle tifoserie organizzate ormai sono “padrone” degli stadi e le difficoltà sociali in Italia non fanno che aggravare la situazione, portando i soliti teppisti a “sfogarsi” sugli spalti. La situazione in prossimità degli impianti non è più rassicurante: le statistiche dimostrano che il 65% degli scontri e degli “incidenti” avviene durante l’afflusso o il deflusso degli spettatori. Il pre-partita a Roma e i quattro feriti ne sono la dimostrazione.

 Ma quali rimedi attuare? I più radicali inneggiano al blocco dei campionati, sulla scia di quanto disposto dal governo Uruguayano circa un mese fa. Ma la rinuncia al campionato di “Clausura” ordinata da Josè Mujica (Presidente dell’Uruguay), che ha fatto infuriare, e poi dimettere, i vertici della Federcalcio “celeste”, non sembra però essere solo un rimedio alle numerose violenze dei “tifosi”, ma soprattutto sembra rientrare nella “spending review” dello Stato Sudamericano.

Il modello verso il quale sembra più opportuno tendere, senza dimenticare le peculiarità del tessuto sociale italiano, e verso il quale ha più volte “strizzato l’occhio” il premier Renzi è quello Inglese. Già dopo la tragedia dell’Heysel, nel 1985 Margaret Thatcher limitò l’acquisto e il consumo di alcolici negli impianti sportivi e nelle zone adiacenti, nonché sui mezzi utilizzati dai tifosi. Ma è dal 1989, anno dell’entrata in vigore del Football Spectators Act, che gli stadi inglesi sono considerati i più sicuri d’Europa. Dopo i gravissimi episodi che portarono i tifosi di oltremanica ad essere ostaggio degli Hooligans, la Lady di ferro diede l’impulso ad una legislazione (al Football Spectators Act seguirono il Football Offences Act del 1991, sotto il governo Major, il Crime and Disorder Act e il Football Offences and Disorder Act del 1998 e del 1999, in era Blair) che, se da un lato reprimeva i violenti, dall’altro garantiva, e tuttora garantisce, la sicurezza dentro e fuori dagli impianti sportivi. Fu innanzitutto istituita una speciale divisione di Scotland Yard, col compito di sorvegliare gli Hooligans e coordinare le forze di sicurezza negli stadi (National Crime Intelligence Service Football Unit); successivamente furono investiti ben 350 milioni di sterline (obbligatoriamente versati dalle società calcistiche private) nella ristrutturazione dei vecchi e nella costruzione di nuovi stadi (solo posti a sedere, videosorveglianza, niente barriere tra campo da gioco e tribune). Da allora, le società sono responsabili della sicurezza negli impianti e, per poter partecipare ai campionati, devono ricevere annualmente un’autorizzazione da parte degli organi di controllo pubblici. Ad esse spetta anche la formazione ed il rigido addestramento degli steward.   E’ severamente vietato qualsiasi tipo di dialogo tra società e tifoseria organizzata (e qui mi viene ancora in mente Hamsik, e con lui la società del Napoli, ai piedi di Genny a’carogna). Un equivalente del nostro “Daspo” viene comminato a qualsiasi (non) tifoso inglese che assuma comportamenti dannosi per l’ordine pubblico. La soglia di tolleranza è molto bassa: comportamenti su cui in Italia si “chiude un occhio” ed, al massimo, diventano solo argomenti di sterile discussione nei talk show sportivi (quali lancio di fumogeni, striscioni, insulti o cori razzisti), vengono puniti con pene che variano da 5 a 6 anni. Per individuare i facinorosi, la polizia ha la facoltà di sequestrare macchine fotografiche e telecamere ai tifosi. E’ attivo anche un numero verde che qualsiasi tifoso può chiamare, per chiedere l’immediato intervento delle forze dell’ordine in situazioni potenzialmente pericolose (le denunce sono anonime e spesso al cittadino viene accordata una ricompensa).

Accanto, però, alla repressione, in Inghilterra tutti i mass media hanno dato un grande contributo alla condanna degli hooligans (spesso denunciando i violenti facendone circolare le foto) ed alla svolta culturale dei sudditi di Sua Maestà.

E negli altri Stati europei? Prendiamo in considerazione i campionati che hanno avuto una rapida ascesa a livello tecnico, di immagine e di introiti economici negli ultimi anni: il campionato tedesco e quello spagnolo.

La Germania ha saputo approfittare dei Mondiali casalinghi del 2006 per ammodernare i suoi impianti e dotarsi di un sistema quasi omologo a quello inglese. Tuttavia, manca una legge federale in materia di sicurezza negli stadi: l’intento è quello di lasciare piena autonomia ai “Land”, per simboleggiare la responsabilità diretta riconosciuta ai cittadini nella prevenzione e nella condanna di comportamenti scorretti. Anche i club tedeschi collaborano strettamente con le forze dell’ordine per individuare i soggetti violenti (nei casi di maggior rilevanza, un violento può essere allontanato a vita dagli impianti sportivi). Un recentissimo episodio ha visto il Borussia Dortmund ottenere l’allontanamento fino al 2017 di uno “stupido” (passatemi il termine) che aveva fatto il saluto fascista sugli spalti (vogliamo parlare di Di Canio?).

La Spagna ha un compito leggermente più facile: per tradizione, le trasferte non sono molto frequentate e la possibilità di scontri è quindi quasi nulla. Anche i club spagnoli sono obbligati a collaborare con le forze dell’ordine e gli impianti sono dotati di un sistema di telecamere a circuito chiuso per facilitare l’identificazione dei violenti. Inoltre, le società sportive hanno delegato proprio ad associazioni di tifosi la sicurezza negli impianti sportivi, coordinati da una Unità di Controllo delle forze dell’ordine.

E l’Italia? Senza dubbio si è mossa in ritardo: solo nel 2007, soprattutto a causa di una condanna europea, il nostro calcio ha iniziato a dotarsi di misure di contrasto a questi fenomeni. I risultati sono incoraggianti, ma non basta: inadeguata, infatti, si è dimostrata fin da subito la Tessera del tifoso. Per giunta, le società sono state coinvolte molto marginalmente nel contrasto agli episodi di violenza.

Il vero problema è, ancora una volta, culturale e di buon senso: proprio la scorsa domenica, in una nota trasmissione televisiva, sono stati invitati un padre bergamasco e i suoi due figli, che non avevano potuto assistere alla partita Inter-Atalanta. La loro colpa? I bambini (6 e 11 anni) non avevano la Tessera del tifoso. Questa disarmante rigidità evidentemente non è stata applicata nel verificare che i tifosi napoletani (mi riferisco sempre alla finale di Coppa Italia) non fossero in possesso di fumogeni e lacrimogeni.

La questione sicurezza negli impianti sportivi non è più rimandabile: serve una forte presa di posizione dello Stato e la collaborazione delle società nello stroncare questo fenomeno (i costi di una così radicale riforma non possono ricadere sui contribuenti, ma devono essere a carico delle società calcistiche). Anche se in Italia sembra sempre più difficile, qualsiasi sia l’ambito di riferimento, bisognerebbe adottare un approccio diverso: programmazione, prevenzione ed educazione sono assai più efficaci del correre ai ripari (spesso solo a parole) ogni volta che lo Stato e lo sport sono umiliati come a Roma.  I tifosi devono essere responsabilizzati e coinvolti, perché sono i veri protagonisti di ogni manifestazione sportiva. Fermare il campionato significherebbe ammettere la nostra inadeguatezza ed impedire ai milioni di tifosi italiani per bene di assistere, e partecipare attivamente, al loro spettacolo preferito. 

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Lo scorso 28 marzo, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo d.lgs. 49/2014, relativo alla gestione dei cosiddetti RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), il quale recepisce la direttiva UE n°19/2012.

Nel decreto vengono riformulate, in parte, le regole nazionali di gestione e smaltimento dei RAEE, ossia di tutti i rifiuti derivanti dalla dismissione di apparecchiature che utilizzano l’energia elettrica.

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Riportiamo quanto espresso dal candidato Stefano Minerva 

 

L’energia dei giovani in Europa: il candidato al Parlamento Europeo Stefano Minerva si racconta.

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Le elezioni europee 2014 sembrano davvero poter avere dei risvolti “storici”. Alla luce della crisi che ha colpito l’Eurozona, della spada di Damocle del default che pende su molti Paesi membri, delle politiche di austerity, i cittadini verranno chiamati a dare il loro contributo e a scegliere i loro rappresentanti. La risposta che l’Europa riuscirà a dare alla sempre maggiore necessità di misure che favoriscano la crescita, passa dalle urne. La stessa Unione è messa sotto esame da questa tornata elettorale.

La novità, che sottolinea la sempre maggiore attenzione delle istituzioni europee nel rapporto coi cittadini, è stata introdotta con il Trattato di Lisbona: il presidente della Commissione Europea verrà eletto dal Parlamento Europeo, invece che essere nominato dal Consiglio.

Purtroppo, i media non facilitano il percorso di conoscenza delle istituzioni europee da parte del cittadino e la politica del Bel Paese, col ridondante “ce lo chiede l’Europa”, ha spesso accresciuto la confusione, e l’astio, nei confronti di Bruxelles.

Il Parlamento Europeo è l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini. Dei 751 deputati, 73 saranno espressione del voto italiano del 25 maggio: il sistema è quello proporzionale, sulla base di 5 circoscrizioni (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole).

Principalmente, il Parlamento assolve a tre funzioni: discussione ed approvazione delle normative europee, controllo sulle altre istituzioni europee ed approvazione del bilancio.

La Commissione Europea è l’organo esecutivo dell’UE, ad essa è demandato il compito di promuovere atti legislativi al Parlamento ed al Consiglio, di gestire del bilancio, di vigilare sulle altre istituzioni e di rappresentare l’UE stessa.

L’importanza di queste elezioni, dunque, è subito evidente: per la prima volta, i cittadini influenzeranno direttamente l’indirizzo politico-economico dell’Unione.

I candidati alla presidenza della Commissione sono: per l’EPP Jean-Claude Junker, ex primo ministro del Lussemburgo; per il PES Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo; Guy Verhofstadt, ex premier belga, è stato scelto da Liberali e Democratici; per i Verdi saranno candidati José Bové e Ska Keller; mentre Tsipras, leader del gruppo greco Syriza, è stato proposto da Sinistra Europea.

Il sogno degli Stati Uniti d’Europa non ha mai conosciuto momenti più difficili di questo. Le sfide che attendono l’Eurozona sono molte e di non facile soluzione; i cittadini, esasperati da una lunga crisi, hanno bisogno di guardare al futuro con fiducia: partendo dal mercato del lavoro fino allo sviluppo economico, dai diritti civili all’ambiente, il voto del 25 maggio e la partecipazione democratica segneranno la storia del Vecchio Continente.

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Anche quest’anno, Libera- Associazione contro le mafie ha celebrato la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie.  Per sottolineare l’attenzione particolare riservata agli studenti, concreti attori di un futuro migliore, l’iniziativa, che si concluderà a Latina domani 22 Marzo, ha scelto come slogan “Radici di memoria, frutti di impegno”.

Numerosi cortei hanno colorato l’Italia ed anche a Lecce studenti e cittadini hanno ricordato le vittime di una strage che non sembra finire. Una folla festante ha “invaso” Piazza S.Oronzo per testimoniare l’impegno e la lotta contro le organizzazioni mafiose. “La mafia teme più la scuola che la giustizia”, diceva A. Caponnetto, e questa frase ha pervaso lo Stivale, ancora alla ricerca di una primavera che estirpi il cancro mafioso.

 Proprio pochi giorni fa, l’ultima vittima innocente nella tristemente nota vicenda di Palagiano ha provocato un sussulto nel silenzio, troppo spesso colpevole, che avvolge delle dinamiche che sembrano solo frutto di immaginazione.

Proprio a Palagiano, il 24 marzo, Libera ha deciso di organizzare una manifestazione, “Per amore di questa terra non taceremo”, alla quale interverrà anche Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione contro le mafie.

È inevitabile, alla luce di tragedie come quella di Palagiano, farsi delle domande, sentirsi quasi impotenti. Bisogna lottare aspramente per trovare una risposta, non sentirci assopiti spettatori del fenomeno mafioso, prendendo spunto dalle parole di Aldo Busi - E’ la vostra mafiosità spicciola, o italiani, lo zoccolo duro su cui giostra l'intero cavallo di Troia della mafia nazionale - o da quelle di Giovanni Falcone- Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale.

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Martedì, 21 Gennaio 2014 13:36

Ricordare per Continuare

 

 

"Ricordare per continuare". È questo il titolo scelto dalla sede leccese dell' ANM, dall'Ordine degli Avvocati e dall'Università del salento per un evento dedicato ai due giudici che sono stati eletti simbolo della lotta alle mafie e della legalità: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In un Teatro Paisiello gremito, si sono susseguiti gli interventi di Roberto Tanisi (presidente A.N.M. Lecce), Anna Grazia Maraschio (consigliere Ordine degli Avvocati Lecce), Giulio de Simone (docente di diritto penale dell'Università del Salento) e Rossano Adorno (docente di procedura penale dell'Università del Salento).

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Secondo appuntamento presso il teatro “Il Ducale” di Cavallino con la Compagnia Musicale “Il circolo delle quinte”, che ha riscosso un coro unanime di apprezzamenti per la messa in scena di “Tosca”.

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Non ci sono dubbi: i social network sono la più grande rivoluzione nella comunicazione del nostro tempo. Nati con lo scopo di tenere in contatto amici anche fisicamente lontani, sono ben presto diventati veicolo di informazioni, bufale e, soprattutto, pareri sugli argomenti più differenti. Sembra proprio che il “futuro” di Andy Warhol sia il nostro presente: chiunque può avere i suoi “15 minuti di fama” semplicemente condividendo un “post” o un “tweet”.

Naturalmente, anche la comunicazione politica si è dovuta adeguare al nuovo trend, cimentandosi con tastiere, app e followers. Orde di politici e politicanti, uomini pubblici, o aspiranti tali, affidano alla rete le proprie considerazioni e la creazione di un’immagine “virtuale”, spesso ingannevole. Chi può, si affida ad un’equipe di esperti; la maggior parte ad un collaudato “fai-da-te”.

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E’ una mattina triste, la cultura italiana ha perso uno dei suoi fiori più profumati. I più “politically correct” parlano già di comizio, festa dell’Unità, raduno comunista.

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Spesso guardo in TV un piacevolissimo programma: “Le storie” di Corrado Augias, su Raitre. Tra le tante presentazioni di libri, una puntata è stata dedicata all’ultimo saggio di Maurizio Viroli (docente presso l’Università di Princeton e l’Università della Svizzera Italiana, nonché autore di numerosi volumi, tra cui una collaborazione con Norberto Bobbio): “Scegliere il principe”. 

La preparazione dell’autore e l’audace accostamento degli scritti di Machiavelli alle dinamiche politiche ogni giorno vissute, ha fatto sì che mi interessassi subito a quel volume. L’ho acquistato poco dopo e le aspettative non sono state tradite.

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