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Denise Colletta

Denise Colletta

Domenica, 09 Giugno 2019 12:37

Cartoline portoghesi #9 Mondego

Una delle cose più divertenti del vivere in un altro paese è entrare in un supermercato per cercare di capire come sono strutturati gli alimenti sugli scaffali, e quali sono i prodotti più acquistati dalle gente del posto. È una cosa che aiuta molto ad entrare in contatto con le abitudini degli indigeni e le loro tendenze. Ebbene, uno dei prodotti che non può mai ma proprio mai mancare nel frigorifero dei portoghesi non è il baccalà o le sardine, sebbene siano vendute in tutti i luoghi, in tutti i laghi, le zuppe e la tasquinhe. No. Il prodotto per eccellenza che non può mancare è il burro salato. Manteiga lo chiamano loro, che già solo a vedere la quantità che ne spalmano sulla fetta di pane per poter fare la torrada al mattino per la prima colazione, le arterie si rifiutano e non ti riprendi più. Ho detto burro salato perché il burro normale, quella senza sale, senza sapore per intenderci, insomma quello che usiamo noi in Italia è una rarità. Evviva la ritenzione idrica. Ancora mi chiedo come facciano ad essere così magri, probabilmente saranno le mille salite e discese, i gradini infiniti delle scale monumentali. Ovviamente subito dopo il burro c’è la fila per accaparrarsi il pane in cassetta – pão de forma – che all’inizio comprai pensando erroneamente fosse un tipo di pane dietetico, per poi scoprire solo dopo che la forma che intendono loro, chiamandolo così, è quella del quadrato. C’è in realtà anche la tipologia speciale per la torrada. E potevo non comprarla? La caratteristica di questa fetta di pane è che il bordo è il doppio di quella normale, giusto per dare uno schiaffo alle calorie. Comunque, essendo un’italiana atipica (non bevo caffè, e le mie coinquiline portoghesi o brasiliane che siano, mangiano molta più pasta di quanta ne mangi io) sono stata incuriosita dalla marmellata di pomodori. Ok, lo so che letta così lascia abbastanza perplessi, ma posso giurare che è addirittura più buona di quella alle fragole (ho sempre pensato che fosse troppo sopravvalutata). Facendo lo slalom tra le nonnine portoghesi (che certe volte, c’è da dire hanno più sprint dei ventenni del posto), mi ritrovo tra distese di bacalhau, sentendomi in colpa per ignorarlo (anche se dato il suo odore è abbastanza difficile), dirigendomi piuttosto al reparto dei surgelati, dove tra verdure abbastanza comuni, patatine, petti di pollo panati, rissois di camarrão, bolinhas de bacalhau (ancora) e coxinhas de frango, spicca lei, l’irreprensibile pizza con ananas e prosciutto. Per non parlare della versione pronta da mangiare, al reparto “ristorante”, arricchita con bellissimi sfilaccetti di pollo. Ananas e pollo. Sì. 
Penso che posso dirigermi verso la cassa, e grazie a uno scivolo fatto di SuperBock, Sagres (le loro birre tipiche), sidre di mele, Fanta all’uva,mango e maracuja (influenze brasiliane), atterro su dei sofficissimi pães de deus, e apro l’ombrello per pararmi dai pastel de nata confezionati in pacchi da otto. Ma un olezzo fortissimo mi costringe ad aprire gli occhi, perché la verità è che se non metti nel carrello almeno una ventina di denti d’aglio non sei nessuno. E men che meno un portoghese.

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Domenica, 02 Giugno 2019 12:34

Cartoline portoghesi #8 Mafia

Una delle cose più divertenti del vivere in un altro paese è entrare in un supermercato per cercare di capire come sono strutturati gli alimenti sugli scaffali, e quali sono i prodotti più acquistati dalle gente del posto. È una cosa che aiuta molto ad entrare in contatto con le abitudini degli indigeni e le loro tendenze. Ebbene, uno dei prodotti che non può mai ma proprio mai mancare nel frigorifero dei portoghesi non è il baccalà o le sardine, sebbene siano vendute in tutti i luoghi, in tutti i laghi, le zuppe e la tasquinhe. No. Il prodotto per eccellenza che non può mancare è il burro salato. Manteiga lo chiamano loro, che già solo a vedere la quantità che ne spalmano sulla fetta di pane per poter fare la torrada al mattino per la prima colazione, le arterie si rifiutano e non ti riprendi più. Ho detto burro salato perché il burro normale, quella senza sale, senza sapore per intenderci, insomma quello che usiamo noi in Italia è una rarità. Evviva la ritenzione idrica. Ancora mi chiedo come facciano ad essere così magri, probabilmente saranno le mille salite e discese, i gradini infiniti delle scale monumentali. Ovviamente subito dopo il burro c’è la fila per accaparrarsi il pane in cassetta – pão de forma – che all’inizio comprai pensando erroneamente fosse un tipo di pane dietetico, per poi scoprire solo dopo che la forma che intendono loro, chiamandolo così, è quella del quadrato. C’è in realtà anche la tipologia speciale per la torrada. E potevo non comprarla? La caratteristica di questa fetta di pane è che il bordo è il doppio di quella normale, giusto per dare uno schiaffo alle calorie. Comunque, essendo un’italiana atipica (non bevo caffè, e le mie coinquiline portoghesi o brasiliane che siano, mangiano molta più pasta di quanta ne mangi io) sono stata incuriosita dalla marmellata di pomodori. Ok, lo so che letta così lascia abbastanza perplessi, ma posso giurare che è addirittura più buona di quella alle fragole (ho sempre pensato che fosse troppo sopravvalutata). Facendo lo slalom tra le nonnine portoghesi (che certe volte, c’è da dire hanno più sprint dei ventenni del posto), mi ritrovo tra distese di bacalhau, sentendomi in colpa per ignorarlo (anche se dato il suo odore è abbastanza difficile), dirigendomi piuttosto al reparto dei surgelati, dove tra verdure abbastanza comuni, patatine, petti di pollo panati, rissois di camarrão, bolinhas de bacalhau (ancora) e coxinhas de frango, spicca lei, l’irreprensibile pizza con ananas e prosciutto. Per non parlare della versione pronta da mangiare, al reparto “ristorante”, arricchita con bellissimi sfilaccetti di pollo. Ananas e pollo. Sì. 
Penso che posso dirigermi verso la cassa, e grazie a uno scivolo fatto di SuperBock, Sagres (le loro birre tipiche), sidre di mele, Fanta all’uva,mango e maracuja (influenze brasiliane), atterro su dei sofficissimi pães de deus, e apro l’ombrello per pararmi dai pastel de nata confezionati in pacchi da otto. Ma un olezzo fortissimo mi costringe ad aprire gli occhi, perché la verità è che se non metti nel carrello almeno una ventina di denti d’aglio non sei nessuno. E men che meno un portoghese.

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Domenica, 26 Maggio 2019 03:45

Cartoline portoghesi #7 Supermercado

Una delle cose più divertenti del vivere in un altro paese è entrare in un supermercato per cercare di capire come sono strutturati gli alimenti sugli scaffali, e quali sono i prodotti più acquistati dalle gente del posto. È una cosa che aiuta molto ad entrare in contatto con le abitudini degli indigeni e le loro tendenze. Ebbene, uno dei prodotti che non può mai ma proprio mai mancare nel frigorifero dei portoghesi non è il baccalà o le sardine, sebbene siano vendute in tutti i luoghi, in tutti i laghi, le zuppe e la tasquinhe. No. Il prodotto per eccellenza che non può mancare è il burro salato. Manteiga lo chiamano loro, che già solo a vedere la quantità che ne spalmano sulla fetta di pane per poter fare la torrada al mattino per la prima colazione, le arterie si rifiutano e non ti riprendi più. Ho detto burro salato perché il burro normale, quella senza sale, senza sapore per intenderci, insomma quello che usiamo noi in Italia è una rarità. Evviva la ritenzione idrica. Ancora mi chiedo come facciano ad essere così magri, probabilmente saranno le mille salite e discese, i gradini infiniti delle scale monumentali. Ovviamente subito dopo il burro c’è la fila per accaparrarsi il pane in cassetta – pão de forma – che all’inizio comprai pensando erroneamente fosse un tipo di pane dietetico, per poi scoprire solo dopo che la forma che intendono loro, chiamandolo così, è quella del quadrato. C’è in realtà anche la tipologia speciale per la torrada. E potevo non comprarla? La caratteristica di questa fetta di pane è che il bordo è il doppio di quella normale, giusto per dare uno schiaffo alle calorie. Comunque, essendo un’italiana atipica (non bevo caffè, e le mie coinquiline portoghesi o brasiliane che siano, mangiano molta più pasta di quanta ne mangi io) sono stata incuriosita dalla marmellata di pomodori. Ok, lo so che letta così lascia abbastanza perplessi, ma posso giurare che è addirittura più buona di quella alle fragole (ho sempre pensato che fosse troppo sopravvalutata). Facendo lo slalom tra le nonnine portoghesi (che certe volte, c’è da dire hanno più sprint dei ventenni del posto), mi ritrovo tra distese di bacalhau, sentendomi in colpa per ignorarlo (anche se dato il suo odore è abbastanza difficile), dirigendomi piuttosto al reparto dei surgelati, dove tra verdure abbastanza comuni, patatine, petti di pollo panati, rissois di camarrão, bolinhas de bacalhau (ancora) e coxinhas de frango, spicca lei, l’irreprensibile pizza con ananas e prosciutto. Per non parlare della versione pronta da mangiare, al reparto “ristorante”, arricchita con bellissimi sfilaccetti di pollo. Ananas e pollo. Sì.
Penso che posso dirigermi verso la cassa, e grazie a uno scivolo fatto di SuperBock, Sagres (le loro birre tipiche), sidre di mele, Fanta all’uva,mango e maracuja (influenze brasiliane), atterro su dei sofficissimi pães de deus, e apro l’ombrello per pararmi dai pastel de nata confezionati in pacchi da otto. Ma un olezzo fortissimo mi costringe ad aprire gli occhi, perché la verità è che se non metti nel carrello almeno una ventina di denti d’aglio non sei nessuno. E men che meno un portoghese.

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Lunedì, 20 Maggio 2019 23:05

Cartoline portoghesi #6 Pintxos

Alle sette del mattino la stazione São Bento di Porto è completamente deserta. O quasi. Sul mio volto ci sono tutti i segni della notte appena passata, nove ore in pullman, e la beffa è che per il mondo ora ho un’ora indietro, perciò di che mi lamento. Sono appena passata accanto a due ragazzi che hanno tirato una striscia di cocaina. Non mi era mai successo prima. Alle sette del mattino. Li ho guardati negli occhi e ridevano (quanto è grande la differenza tra chi ride sempre e chi è felice), ho provato un senso di nausea che quasi stavo per vomitare il pão com chouriço mangiato alle cinque del mattino, durante l’ultima sosta in autogrill. Il confine tra Spagna e Portogallo. Avresti voluto chiedere a questi ragazzi perché gli esseri umani hanno bisogno di scendere così in basso per sentirsi in alto. Quante dimostrazioni di esseri umani che non sanno fare altro che scendere in basso in questi ultimi giorni. Eppure solo dodici ore prima i miei occhi erano pieni di bellezza.

Che strano effetto vedere dal vivo le opere studiate sui libri. Ad essere sincera, alcune le avevo dimenticate. Ora che le ho viste con i miei occhi, difficilmente scorderò, soprattutto grazie ai commenti della gente. Il Guggenheim di Bilbao è come un elefante in una stanza di cristalli. Tutta l’architettura di questa città è sconvolgente. Surreale, sfrontata, ironica. Piena di vita, una culla di cultura. Ti ho pensato, ti sarebbe piaciuta. E con le luci accese, di notte, perfino romantica. Di quel romantico timido, che non t’aspetti, che non lo diresti mai. Di quel romantico tipico di chi s’innamora davvero (non plateale, sussurato, per paura di rovinare tutto. Che poi tutto si rovina comunque, ma questa è un’altra storia). Sarà che per me le città sono come delle donne, e Bilbao è stata quella che mi ha fatto pensare di voler iniziare una nuova vita insieme a lei (probabilmente perché sapevo che di lì a poco l’avrei lasciata). Chissà cos’è che ci fa commuovere. All’improvviso m’è venuta addosso una malinconia perché ho pensato che tutto quello che stavo vivendo non sarei mai stata in grado di descriverlo sufficientemente bene per far provare lo stesso sentimento di meraviglia, come se fossi una bambina di due anni che per la prima volta vede il mondo, e si sorprende di tutto. Che poi penso anche che bambina non sono più, e di cose (e brutture) ne ho viste ed è per questo che forse niente è mai abbastanza per sentirmi in pace e dire “okay, sono a posto così, grazie” e allo stesso tempo tutto è meravigliosamente brutale. Nel museo un ragazzo italiano ha detto ad un altro ragazzo “questo avrei potuto farlo io”, riferendosi ad un quadro di Lucio Fontana. E invece sai che c’è? Tu sei dall’altra parte, carissimo, e nessuno si ricorderà di te. Perché il punto non è tanto se avresti potuto farlo tu o meno. Il punto è che non l’hai fatto, ed ora sei qui a commentare sarcasticamente colui che invece è diventato immortale. E invece sai che c’è davvero? Neanche te lo dico, perché tanto finirà comunque tutto quanto. Forse è un male se vorrei comunque mangiarmi i chilometri pure se ci siamo persi di vista. Forse no. (E invece). Ogni città ha un qualcosa che vorrei vedere con te. Nel frattempo Simone, il poeta, si è sposato e qualcuno gli ha chiesto “Qual è la più bella poesia che hai scritto?”, lui ha risposto: non l’ho scritta, l’ho sposata. Esagerato lo so, ma rende bene l’idea di chi vorrei al mio fianco. E del perché non possa accontentarmi. Anche se mi manchi. La lingua conosce le rotte, mentre la vita continua. Ma anche lo stomaco ha fame e sebbene per me sia normalissimo farmi tre giorni senza dormire pur di conoscere una nuova cultura, torno a casa delusissima dai “pintxos” baschi – questi paninetti farciti in mille modi diversi che in realtà hanno lo stesso fottutissimo sapore e cioè ZUCCHERO CARAMELLATO. Mi faccio uno sfilatino coi pomodorini ciliegini, tonno, olio d’oliva e sale. Tanto sale. Mi apro pure una Super Bock, che m’è venuta voglia da quando ho varcato il confine e ho letto il cartellone super gigante che diceva “Sentivi la sua mancanza eh?” e dire che a me la birra neanche piace. Ma questa è diversa. Ecco. Amico mio, ti ho sentito triste ultimamente, brindo alla tua, dimmi che almeno tu sei felice. Non ho niente da dichiarare sulla geografia che divide le anime, canta in sottofondo Dimartino. E a te cosa importa di tutto se hai visto il mondo e non hai niente da chiarire, niente da dichiarare? Però dimmi almeno che sei felice, dico io.

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Domenica, 28 Aprile 2019 19:31

Cartoline portoghesi #5 Albedo

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Esistono arance che non possono essere aperte con le mani. Io non ci credevo, o perlomeno ero convintissima del fatto che quelle “normali” fossero le solite a cui ero abituata da bambina. Grandi, tonde, succose e con una discreta porzione di bianco sotto la buccia. E invece no. (Una curiosità: la parte spugnosa, amara e più interna della buccia degli agrumi si chiama tecnicamente ‘albedo’ dal latino albus che significa bianco; questa parola è usata anche nel lessico della fisica ed indica la frazione di luce che viene riflessa da un corpo. Nel caso delle arance, la parte spugnosa è leggermente giallina o arancione, quindi si chiama flavedo, dal latino flavus, giallo, dorato). Wow quante cose che si scoprono grazie al cibo. Dicevo, e invece no. Durante la settimana delle vacanze pasquali mi sono ritrovata ad intrattanere questa conversazione surreale con la mia coinquilina brasiliana (che da ora in poi chiamerò Duda), che poteva sfociare davvero in una terza guerra mondiale. Nessuna delle due era propensa a rinunciare alle proprie convinzioni. La scena si è svolta più o meno così: io e Duda in cucina a preparare dei dolcetti di cocco (e latte condensato, da brasiliana wanna be) ricoperti di cioccolato, un sapore molto simile ai “Bounty” in commercio, e fin qui tutto bene. Poi io da buona golosa ho preso delle arance perché volevo ricoprire gli spicchi con il cioccolato fuso avanzato. E non se n’è capito più niente. Duda mi guardava sconvolta mentre aprivo le benedette arance con le mani e insisteva sul fatto che queste non fossero delle arance normali, poiché se così fosse, solo il coltello avrebbe potuto aprirle. Più di mezz’ora a discutere su quest’argomento stupido, con le mani impiastricciate di latte condensato e cocco che si appiccicava dappertutto, ed io che mi piegavo in due dalle risate e urlavo che era assurdo, e mi veniva da piangere e ridere e tutto insieme. Mi veniva da piangere perché erano giorni che cercavamo di organizzare un viaggio senza riuscirci e quindi dovevamo trovare dei modi per distrarci (tipo nella fattispecie: fare dolci), e mi veniva da ridere perché, c’mon life, seriously? Mi ritrovo in Portogallo nella settimana delle vacanze di Pasqua, sta piovendo come se non ci fosse un domani, e sono coinvolta in una discussione su delle fottute arance? Divertente. Così divertente che appena ha smesso di piovere sono andata a fare una passeggiata e ho chiamato il mio migliore amico per raccontarglielo. Però nel mentre ho dovuto interrompere la chiamata perché il tramonto era qualcosa di assurdo, tutti i colori insieme chiaramente distinti. Un gioco di luce pazzesco, gli invidiosi diranno Photoshop. A volte anche la vita è così assurda che sembra photoshoppata, e invece è vera.

Ps. Le arance che possono essere aperte solo con il coltello esistono. (In Brasile, ma esistono).

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Giovedì, 28 Marzo 2019 22:11

Cartoline portoghesi #4 Dio

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Questa mattina, quando mi sono svegliata, sul cellulare mi è arrivato un messaggio da Dio. Non il vero Dio, anche perché sarebbe un po’ un miracolo, però c’è un’applicazione su messenger (non so per quale ragione si sia attivata sul mio profilo), che ogni tot di giorni mi manda dei messaggi col suo nome. Oggi, quindi, tra le varie notifiche, avevo anche questa qui, con la dicitura “God”, perché è in lingua inglese. E il messaggio diceva “Hello Denise, do you feel you are humble?”, cioè Lui che mi chiede se sono umile. Okay. Io ho detto di no, perché nessuno lo è veramente. Se lo fossimo il mondo non sarebbe il pasticcio di carne e sangue che è. Pensiamo di avere tutto il tempo dell’universo, di essere invincibili, di fare quello che ci pare e piace tanto ne abbiamo il diritto, di cadere e rialzarci come se fossimo di gommapiuma. E invece poi, chi te l’ha detto. Che ne sai. Dio mi ha risposto che è comprensibile che io non lo sia, ma ogni tanto è giusto ricordarsi che non siamo onnipotenti e non siamo infiniti come Lui. Ehi grazie, mi era giusto successa una cosetta qualche giorno fa, e avevo sbattuto la faccia con la realtà, per la seconda volta. Che poi “sbattere la faccia con la realtà” è un’espressione proprio comica nel mio caso.  Mamma mia quanto siamo fragili. Mamma mia quanta tristezza quando non riusciamo a dire le cose che per noi contano di più. Che imbarazzo a vivere davvero. Soprattutto quando c’è sempre l’ombra del fallimento che aleggia spettrale. Chi ci riesce a fare sempre tutto bene? Che invidia. Ma poi, che cosa rimane? Una stanza in ordine, le scarpe allineate, nessuno strappo sui vestiti. E invece, bottiglie aperte, briciole dappertutto, padelle da lavare, le rimanenze di due torte che hai fatto solo perché non volevi pensare. Scarpe nuove, per la bella stagione. Alle sei del mattino la stanza si inonda di luce come se fosse mezzogiorno. Quant’è difficile dormire, a volte. Tu lo sai che cosa significa? Respirare anche quando fa male, che siamo fatti così, dobbiamo reggerci in piedi da soli, chiedere aiuto il meno possibile, che tanto chi vuoi che ti risponda, andare avanti, in modo disperato, chissà verso dove poi. Le luci che mi abbagliano gli occhi. Ho capito che le discese non fanno per me. Solo salite. E “quello” mi chiede se sono umile.

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Giovedì, 21 Marzo 2019 23:03

Cartoline portoghesi #3 Apanhar sol

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Ci sono troppe ricorrenze. La giornata della mafia, del razzismo, del tiramisù, il compleanno di una delle mie migliori amiche, l’anniversario di nascita della Merini e di Tenco, la superluna. La giornata della poesia, come se già non fosse poesia questo fatto che l’inverno finisce, anche se sembrava impossibile e lunghissimo. E invece. Primavera. Il sole alto nel cielo già alle 7 del mattino, le scie di due aerei che quasi si scontrano. E invece. La calma di una cucina che riconosci come casa (visto che ci passi quasi la maggior parte del tempo, aspettando chi ritorna da lezione come te e si ferma a chiacchierare).
Le confidenze che pensavi non potessero mai esser fatte, gli abbracci di consolazione che ti ritrovi a dare, impacciata, a qualcuno che ti aveva rivolto la parola solo tre volte. La difficoltà di voler esprimere tutto quello che senti con un vocabolario limitato. La sicurezza di quello che vuoi, l’incertezza di quello che avrai. I capelli che dopo averli lavati profumano di gelato alla nocciola. L’unico foulard che hai non si abbina con nessun maglione ma lo devi indossare per via di quel mal di gola che si ostina a non passare. Così come il mal d’orecchio, e di testa.
Questa mattina però ti sei svegliata allegra, perché le ricorrenze sono importanti e il corpo lo sa. Il corpo sa sempre tutto. Anche questa tosse che non va via, che si ferma all’altezza della gola e non ti fa parlare. Ma oggi è diverso. Oggi ti sei svegliata allegra, proprio allegra, ché sei quella che cerca sempre di portare il sole nella vita degli altri e invece, come se lo sapessi, ti sei seduta sul balcone a lasciare per una volta che il sole entri nella tua, di vita. E hai pensato che vorresti comprare un paio di sandali, per camminare a piedi liberi. Benedette velleità. Ma non un paio di sandali qualsiasi, no, non è mai un paio qualsiasi per te. Li hai visti in un negozio due settimane fa, mentre sceglievi un regalo e hai pensato “quelli saranno miei” e lo saranno, che se c’è un punto fisso della tua vita che ti ha reso sempre molto distante da tutti gli altri intorno a te, è che sai benissimo quello che vuoi (anche se quando ti chiedono di scegliere potresti metterci un’eternità). Sì, nonostante tutti i cambiamenti che hai dovuto sopportare per reinventarti ogni volta e non lasciarti andare mai, sai benissimo quello che vuoi. E sai benissimo che sei l’eccezione. Che poi in realtà, quello che vuoi sono una serie di ispirate sciocchezze (la difficoltà consiste nel trovare il modo di commetterle, diceva il signor Shaw). Cose semplici, ma non cose facili. La differenza è tutta lì, ma pochi sanno coglierla. Una porta non si apre che con una chiave, non ne esistono due diverse che possono farlo. Quella è. Inutile accanirsi se le cose non vanno. Smettere di chiedere. Mi sono lavata la faccia con un sapone all’argilla, dice che serve a purificare la pelle. Non mi sono truccata, mi sono guardata allo specchio e quello che ho visto mi è piaciuto. Canto “Arrivederci tristezza, oggi mi godo la mia tenerezza. E domani chissà.” Guardo la luna, spero di non confondermi. Spera di non confondermi.

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Domenica, 03 Febbraio 2019 15:24

Cartoline portoghesi #2 Rise and shine

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È da ieri che ha smesso di piovere, precisamente da quando mi sono trasferita nella nuova casa. Mi sembra giusto, dopotutto un trasloco durato due giorni con otto valigie sotto il diluvio universale e senza nessuno che possa aiutarmi (la mia ex coinquilina ha ancora la febbre) è un'esperienza da fare almeno una volta nella vita. Anche se sono piuttosto convinta che il tassista numero due non la pensi allo stesso modo, dato che solo il tassista numero uno ha avuto la gentilezza di scendere dall'auto per accompagnarmi fino al portone, e farsi una doccia sotto la pioggia come nei migliori cliché delle commediole romantiche (di solito è il momento in cui lui capisce che non può vivere senza di lei e ritorna pentito e blablabla quelle cose lì, da film insomma). L'altro tassista è sceso dall'auto giusto per creare un incastro tra una valigia e altre quattro borse, passare tutto nelle mie mani come una staffetta e via, vai con Dio ragazza che studia cose artistiche, e l'avevo capito visto che indossi il basco bordeaux, e hai i capelli corti come una francese, e non si sa mai quando smetterà di piovere, ha detto proprio così, nella breve ma intesa conversazione che abbiamo avuto durante il tragitto.

Il risveglio è stato un po' come se fossi in una puntata di Gossip Girl a Manhattan, nella mia mente ho chiaramente sentito la voce in sottofondo che diceva “Good morning, Upper East Siders. This is your wake up call. È mattina a New York, rise and shine, è ora di svegliarsi dai brutti sogni, saltare giù dal letto e cominciare a fare programmi per un futuro radioso.” Tant'è che come vicino di stanza c'era anche un simil Nate Archibald. Così, ho sceso la scalinata in legno (senza dare il braccio a nessuno) finché non ho invece dato la mano alla donna delle pulizie che mi sono ritrovata in cucina (e che molto scioccata da ciò) mi ha fatto un sorrisone e ha detto che ho un nome bellissimo, presentandomi suo marito e suo fratello che poco prima erano nel salotto indaffarati con altre faccende. Ho continuato a bere il mio latte d'avena, gustandomi la vista fantastica dalle vetrate di questo quinto piano, convincendomi sempre di più del fatto che ci sono momenti, anche se durano attimi, che valgono tutte le prove che ho dovuto superare finora, e che probabilmente non sarei mai stata in grado di apprezzare, se le cose non fossero andate esattamente così.

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Gli ultimi giorni di gennaio mi ritrovo a vivere una sorta di purgatorio che non mi sarei mai imposta (preferisco di gran lunga l'inferno, sì, anche per il clima), per via di alcune vicissitudini che ben lungi dal dipendere da me, ormai sono accadute e bisogna farci i conti (bisogna sempre farci i conti, per lo meno con se stessi). Si avvicina la fine di un percorso, non nel modo in cui me lo sarei aspettato. Capisco soprattutto, che l'indipendenza che tanto volevo, non era altro che una ricerca di uno spazio che sarebbe dovuto essere non così soffocante, ma non così altrettanto vuoto. L'equilibrio, insomma, quello che costantemente ricerco da tutta una vita, per via (vuoi o non vuoi) anche di un'influenza astrale che ti condanna probabilmente a non trovarlo mai. Ci sono cose che non mi sarei mai aspettata di poter pensare, e non so se per questo dovrò incolpare le sovrastrutture che necessariamente sono alla base di tutte le vite coinvolte in un determinato contesto culturale, e altre che pensavo ma che adesso non penso più, rendendomi conto di quanto sia stata stupida ad averci creduto per così tanto tempo, che sarebbe stato un notevole risparmio di energie accorgersene prima. Che bisogna smetterla di fare quello che gli altri si aspettano da te, tanto non si vince nessun premio, e alla fine nessuno ti riconosce niente. Se sai il tuo valore, non puoi accontentarti di niente di meno di quello che meriti. Lo vuoi capire, per una buona volta? Lo capirai mai nella tua cazzo di vita? Che anche se tu non hai problemi nel dare, può esserci chi (ossia la maggior parte della gente che hai conosciuto, perché sei proprio una sfigata, questo va detto) riesce solo a prendere e prendere? Le persone dimenticano e fanno sempre quello che conviene per loro (e l'eccezione, mia cara, sei tu, non sono gli altri). È un insegnamento che probabilmente avrei dovuto tenere a mente negli ultimi dieci anni, ma la mia fede smisurata che prima o poi le cose potessero cambiare semplicemente perché io sono disposta a farle funzionare, beh, ecco, non è esattamente l'unica cosa che serve, o che basta. Le prime parole d'allarme riconosciute a livello mondiale dovrebbero essere "sai, non sei tu sono io", oppure “sai, è un momento difficile e tu sei splendida e io ti stimo un sacco” (questo momento difficile durava tipo da quattro anni e guarda caso è finito proprio pochi mesi dopo la mia decisione di non poterlo sopportare oltre). Oppure un'altra frase che mi resterà sempre a cuore, “al momento siamo su due rette parallele, ma chissà prima o poi riusciremo finalmente a trovare il nostro tempo (e poi no, il nostro tempo non è mai arrivato, perché non funziona che tu prendi una vita e la metti in stand-by, di tempo ne esiste solo uno, che è adesso, anche perché domani potresti crepare). Infatti poi quando dopo qualche anno, l'autore della frase è ritornato, avendo comunque vissuto tutte le sue belle storielle anche se diceva di essere emotivamente inaccessibile, insomma poi quando è tornato (sì, perché se c'è una delle certezze della vita, è che tornano tutti), io ero andata così avanti, ma così avanti, che non è che non eravamo più su due rette parallele, non eravamo proprio più sullo stesso foglio. Anche se, ad onor del vero, adesso è insieme a una persona che stimo anch'io, e quindi questo mi rincuora perché la loro felicità mi fa credere che l'amore possa esserci per tutti. (Ok, non sono illusa fino a questo livello, diciamo che l'amore esiste solo per chi ha culo, e lui già aveva dimostrato di averne conoscendomi ehehe, anche se poi la vita ha deciso che, blablabla, le solite cose che si dicono tanto per dire. Non è la vita che decide, in certi casi, siamo noi). Tutto questo comunque mi porta a riflettere di come nella mia vita abbia conosciuto per la maggior parte, persone che erano tristi, che erano problematiche, che erano stanche, che erano provate, che dicevano di non amarsi ma in realtà si amavano troppo per concedere spazio anche a qualcun altro, che non sapevano cosa volevano, che lo sapevano ma a quanto pare non ero io e comunque non riuscivano a dirmelo tenendomi in ballo in un gioco perverso che serviva solo ad appagare il loro ego, che non hanno mai voluto una relazione (che poi dopo l'hanno avuta con gente con cui io non mi ci sarei mai scambiata nemmeno per un secondo), che attraversavano un “momento” difficile, che non avevano tempo, che il tempo l'hanno avuto per raccontarmi i loro problemi e peccato, visto che avrebbero potuto usarlo per conoscermi, che non sapevano distinguere le cose brutte dalle cose belle, che non ci hanno tenuto abbastanza, che fondamentalmente hanno deciso di mostrarmi tutto il loro lato peggiore, e che io come una scema pensavo che l'amore fosse quello, mentre chirurgicamente rimuovevo tutti i miei problemi, semplicemente perché sceglievo di portare nella vita degli altri prevalentemente quello che di buono c'era in me, perché sì, credo che una relazione serva a portare alla luce la parte migliore di noi stessi. E ancora, sì, le persone hanno sempre un vissuto complesso, io stessa sono così complessa che ci riesco a malapena a decifrarmi, ma non ho mai chiesto che lo facesse nessun altro, perché non ce ne sarebbe stato bisogno. Ci sono dolori così interiori che non possiamo raccontare a nessuno, ma non è quello che voglio fare nella mia vita, l'unica cosa che conta è che non mi sono arresa, e che ho riservato alle persone che ho amato i miei sorrisi migliori, nonostante tutto. O ci ho provato almeno, anche se non è stato abbastanza, visto che non c'è un'altra mano che tiene la mia. Mi taglio i capelli, cammino sotto la pioggia con un ombrello rotto, perché quando presti qualcosa a qualcuno, non la custodisce mai con la stessa cura che useresti tu, e ti ritorna indietro sempre sconquassata (soprattutto il cuore). Imparo anche questo, ma non smetto di voler dare, altrimenti sarei una persona triste, altrimenti non sarei io. Sono tristi le persone che non riescono a dare, a darsi. Ho gli occhi di terra e cerco il mare. Ho una coda di pesce, per scivolare via quando non posso restare. Penso che sia meglio andare, andare senza scappare. Semplicemente andare. Con le scarpe strette su una strada d'inchiostro. Non voglio più essere una clandestina nella vita degli altri. Non voglio che mi nascondano, non voglio che mi lascino annegare nelle mie lacrime mute. Non voglio perdermi nei silenzi degli altri. Ho sempre dato un peso alle parole che ho pronunciato, ci ho costruito la mia casa, quella vera, non quella in cui dormo per far passare un altro giorno. Quella che mi serve per uscire fuori e andare a incontrare il mondo. Mi piacciono le cose semplici, ma non quelle facili, le più complesse da trovare. Le sole cose per cui valga la pena continuare a fare questo viaggio che è la vita. Tutti mi hanno sempre detto cos'è che non volevano loro, nessuno si è mai fermato a chiedermi cos'è che volessi io, per questo ora lo so, che è più importante di tutto il resto. Continuo a sorprendermi, se ci sono 19 gradi a gennaio, purtroppo mi avevano fatto credere che esiste solo la pioggia, e il temporale, e la grandine, e poi vediamo, e poi chissà, e poi magari col tempo, e poi domani, e poi tra un anno, e poi ci penserà la vita. E invece no, un'altra stagione è possibile, anche adesso, in questo momento. In Brasile è estate. Cerco ancora, ora so cosa voglio. Ho trovato coraggio. Faccio scendere dal piedistallo tutte le persone che ci avevo messo, e mi ci tolgo anch'io. Non voglio consumare i miei giorni ad aspettare il momento giusto, perché pensa che bella fregatura se quel momento giusto non arrivasse mai. Sulla carta igienica che ho comprato qui, ci sono impressi tanti piccoli fantasmini. Forse è davvero quello il posto giusto per le persone assenti, per quelle che non hanno saputo esserci, per quelle che non c'erano neanche quando ci sono state, per quelle che mi hanno fatto credere che avrebbero voluto esserci ma che poi sai, chissà, eh vediamo, eh ma, eh però, eh boh, e non si sono fatte sentire più; per le paure che ho anch'io e che non racconto a nessuno, le tengo per me, anche se mi tengono sveglia la notte e mi fanno realizzare che io in una casa vuota non ci voglio stare. Che la libertà è bellissima ed inviolabile, e in alcuni momenti necessaria, ma condividere è molto più divertente e ti arricchisce su un livello proprio superiore. A volte la vita ha un modo molto pratico per illuminarmi, pensa tu, un rotolo di carta igienica con dei fantasmini. 
Esco, è uscito il sole. La vita mi passa accanto, proprio qui, ora. Forse ci sarà qualcuno che saprà sorridere insieme a me, che non avrà vergogna a tenermi per mano, a cui non dovrò mai chiedere di esserci, perché sarà una cosa naturale, chissà, chissà, non importa. Le coppiette innamorate, si baciano nel parco, e mi fanno credere che per alcuni è una cosa possibile. Magari non esiste per tutti, però ecco, l'amore esiste. Questa è una cosa bella, rincuorante. Chissà, chissà, però intanto che bello questo sole. 

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Lunedì, 31 Dicembre 2018 20:39

Cartoline non spedite #58 Unico proposito

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Ho notato che in aeroporto, mentre sono in fila al gate, i ragazzi controllano tinder, e pure mentre l'aereo sta per decollare, nei minuti prima di spegnere il cellulare: sì, no, questa mah, questa si può fare, questa mmh vabé dai sì, tanto chi se ne fotte. Una signora dietro di me, aveva invece la certezza assoluta che i migliori mariti del mondo fossero gli inglesi, o al massimo gli spagnoli. Gli italiani categoricamente no e poi no. Parole sue. E le amiche, cinquantenni, le davano ragione. (Non ho capito perché nessuno abbia menzionato i francesi, o i portoghesi). Di scenari così ne ho visti almeno dodici negli ultimi quattro mesi. Cambiano i luoghi, ma si parla sempre d'amore. I bambini che strillano, io che mi copro ben bene le guance con la sciarpa, per evitare la pioggerellina sulla pista poco prima del decollo. Lì per lì mi sembra un gesto scontato, e anche meccanico, ma ora che ci rifletto, anche quello è un gesto d'amore. Un modo per prendersi cura di sé.
Per questo mi sono detta, per il nuovo anno, unico proposito: fare caso ai gesti d'amore. Ma non a quelli che facciamo per gli altri, che tanto lo sappiamo che la maggior parte sono a fondo perduto. Fare tanti, tantissimi, gesti d'amore per sé, che queste mie gambe più snelle e più scattanti, non ci vanno mica lontano se non mi amo. E dire che può sembrare egoista, ma in realtà è tutto l'opposto, perché solo chi ha cura di sé, può prendersi cura degli altri. Mica è un caso se durante un volo, e la pressione si riduce, è importante far mettere la maschera d'ossigeno prima agli adulti e dopo ai bambini! – sì, lo so che sono cose a cui nessuno fa attenzione, che tutti stanno mandando gli ultimi messaggi di saluto, eppure dicono proprio così: prima agli adulti e dopo ai bambini. Insomma alla fine è questo, amarsi per poter amare. E per assurdo è la cosa più difficile del mondo. Riuscire ad accettare tutti i miei difetti, i passi falsi, smetterla di voler sembrare sempre impeccabile a tutti i costi (chi lo è in fondo?), i colpi di testa che ho rimosso perché me ne vergogno troppo, e quelli che rifarei ancora e ancora, per sempre (grazie); le cicatrici, visibili e interiori, quello che non ho mai raccontato e quello che ho fatto credere, quello per cui mi sento ancora in colpa, e quello per cui non smetterò mai di essere orgogliosa. E se non me lo riconosco io, nessuno lo farà mai. La propria storia, che è la storia di tutti, ma anche infinitamente diversa e comprensibile solo a pochi. A tutti i fortunati coscienti di avermi incontrata, e a tutti i fortunati che non se ne sono mai resi conto. Io quest'anno, forse davvero per la prima volta, mi sono guardata e sono riuscita a non odiarmi, a provare perfino tenerezza. Quella tenerezza con cui si guarda chi pensa di essere molto meno forte di quello che è. E invece. Meno male che ci sono io con me. Dovrebbe essere una frase da ripetersi sempre prima di addormentarsi, che questo è tutto, alla fine.

Sarà un anno difficile per chi non si ama.

Abbi cura di te (altrimenti come si fa a ricominciare ogni volta?)

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